Frà Gigino: le comiche finali

Aldo Bianchini

CAVA de’ TIRRENI – Siamo alle comiche finali, come prevedibile. La querelle tra il frate cappuccino ribelle “frà Gigino” e il giovane rampante “Alfredo Maria Gravagnuolo” (figlio dell’ex sindaco Luigi) probabilmente è giunta alle battute finali, almeno quelle mediatiche. Poi potrebbe esserci il resto nel chiuso di un’aula di tribunale. Perché secondo me, che piaccia o no,un monaco così lì va trascinato almeno per fargli perdere un po’ del suo tempo utile. Fin dall’inizio mi sono schierato dalla parte del giovane Gravagnuolo pur bacchettandolo per il fatto di aver interrotto una funzione religiosa che coinvolgeva fedeli di tute le contrade di Cava de’ Tirreni e non soltanto della zona di San Francesco. Le ultime dichiarazioni del cappuccino non mi sono piaciute, mi sono apparse arroganti ed apodittiche, nonostante gli errori di strategia che i Gravagnuolo continuano ad inanellare. La questione è di una semplicità disarmante; se la rumorosità delle scampanate o dei fuochi e dei canti supera i livelli di attenzione per la salute pubblica, livelli calcolati da numerosi convegno scientifici, nella misura di 80-85 decibel, il frate va trascinato in tribunale, costi quel costi, accada quel che deve accadere. Punto. Non c’è altra discussione che tenga. Le firme di sottoscrizione pro o contro “frà Gigino” oppure pro o contro “Alfredo Gravagnuolo” bisognerebbe analizzarle una per una per capire chi ha diritto ad esprimersi su un problema, quello della rumorosità, che è e rimane scottante. Le furbesche trovate del frate, raccolte ed accolte dai giornali così come sono, fanno sinceramente ridere i polli. Difatti “frà Gigino” non può spacciare la firma di un cittadino che ad esempio vive a Santa Lucia per una firma a suo favore e contro il giovane Gravagnuolo; il fedele di Santa Lucia stupidamente ha risposto ad una domanda senza rendersi conto che ilo suono delle campane, i fuochi, le omelie a tutto volume verso l’esterno le può sentire solo chi abita in Piazza San Francesco, dunque le firme raccolte da Alfredo Maria Gravagnuolo equivalgono al 100% di chi accusa il disagio comunque provocato dal frate irruento e chiacchierone; il vantato 99% in suo favore è furbescamente composto tutto da sottoscrittori che per la Piazza San Francesco passano, semmai, una volta al mese. Ed è solo questo che potrà valere in tribunale, dove anche il ricorso di un solo cittadino potrebbe essere sufficiente per una pronuncia di equità e giustizia. Negli ultimi decenni sono state tantissime le sentenze, passate in giudicato, che hanno intimato alle Chiese di abbassare il livello sonoro della campane o addirittura di spegnerle per sempre quando non ci sono i presupposti per la loro esistenza sonora: altezza del campanile, durata delle scampanate, lontananza della Chiesa da fabbricati per civili abitazioni, ripetitività delle stesse scampanate. Tanto che le Diocesi, sparse sul territorio salernitano su imput dell’arcidiocesi salernitana, hanno di recente disciplinato e diffuso un apposito decalogo su come, quanto e quando poter utilizzare le campane dei rispettivi campanili. E se il frate cavese non è un ribelle anche verso la Madre Chiesa deve rispettare quel decalogo in tutto e per tutto, cosa che al momento non sembra mettere in atto. Io personalmente, nei panni dei Gravagnuolo o dei cittadini residenti in Piazza San Francesco, non avrei indugiato più di tanto in sterili e poco produttivi comunicati stampa, quelli li avrei lasciati tutti al rampante frate cappuccino, ed avrei immediatamente adito le vie legali chiedendo semmai un’interdittiva al Tar. Mettersi a duellare a distanza con un monaco, forse ben voluto dalla maggioranza dei cavesi, significa scendere in guerra contro un avversario molto più forte sul piano mediatico e con un disvalore aggiunto non trascurabile. Quello di chiamarsi Gravagnuolo, un cognome importante ma anche difficile da portare a spasso per la città, a volte può essere un danno; nel caso della “guerra delle firme” contro “frà Gigino” è certamente un danno. Mi meraviglio che l’ex sindaco Luigi Gravagnuolo, da maestro della comunicazione qual è, sia caduto nella trappola astutamente tesa dall’ingombrante monaco cavese.

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