Aldo Bianchini
SALERNO – Sono già passati ben 45 anni ma il ricordo del terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980 è ancora vivissimi in tutti quelli che ebbero modo di viverlo in maniera drammatica.
Per motivi legati al mio ruolo di “ispettore di vigilanza degli infortuni sul lavoro” ebbi modo in quel periodo di lavorare nelle zone terremotate dell’alto Sele, tra Colliano – Oliveto Citra – Santomenna – Valva e Castelnuovo di Conza (paesi rientranti nel territorio della Provincia di Salerno) per applicare la “legge Zamberletti che, per la prima volta, equiparò i morti ed i feriti di eventi sismici ad infortuni sul lavoro.
Tanti furono gli episodi, degni di essere ricordati, che passarono davanti ai miei occhi; uno lo ricordo in particolare e mi è ritornato alla mente dopo il di9sastroso terremoto in Siria (Jandairis) del 6 febbraio 2023.
Il drammatico caso della giovane donna che ha partorito sotto le macerie, del palazzo di quattro piani in cui abitava nella città di Jandairis in Siria, ha colpito il mondo intero; le immagini del corpicino della piccola neonata staccata dal cordone ombelicale della mamma morta hanno fatto il resto; e tutto è divenuto subito virale.
Di casi come questo ce ne sono stati e ce ne saranno sempre; spesso il terrore imprime alle donne gravide nelle ultime settimane un’accelerazione dei tempi di fuoriuscita del feto dal grembo materno; nella stragrande maggioranza dei casi madre e neonato sono destinati a morire nel giro di pochissimo tempo se non soccorsi adeguatamente.
Ricordo un caso, più vicino a noi territorialmente anche se ormai lontano nel tempo, conclusosi tragicamente sia per la mamma che per la neonata.
E’ la sera del 23 novembre 1980; un coppia di giovani sposi (lei in procinto di partorire) parte da Contursi per recarsi a Santomenna in visita i genitori della puerpera per gli ultimi accordi con la mamma prima del ricovero, come si usava e forse ancora si usa dalle nostre parti. Arrivano a Santomenna qualche minuto prima delle 19.34 e la giovane donna entra subito in casa mentre il marito si intrattiene sulla soglia del portone con il padre della ragazza; meglio lasciar parlare le due donne da sole, avranno pensato si l’uno che l’altro. Poche parole scambiate poi il tremendo boato; i due uomini si risvegliano dopo alcuni minuti in un vicino terreno su cui sorgevano molte piante di ulivo; si alzano, cercano con tutte le loro forze, anche strisciando per terra tra polvere e detriti, di raggiungere quello che resta della loro casa. Forti i lamenti, quasi le grida della giovane donna incinta, provenire da sotto le macerie; frida frammiste, forse, anche ad alcuni vagiti; la forza dei due si moltiplica ma invano, poi un silenzio inquietante con la luce della luna che squarcia l’immensa nuvola di polvere. I due uomini gridano, chiedono aiuto, da soli e con le sole mani non ce la fanno a scavare; nonostante tutto il paese avesse bisogno di aiuto, come in un miracolo ecco arrivare altri uomini pronti a dare una mano. Scavano fino all’alba; finalmente raggiungono il punto da cui provenivano i lamenti: niente da fare, tutti e due morti, la mammina e la neonata. Disperazione e dolore assalgono l’intera comunità di Santomenna; anche il sindaco Di Maio rimane colpito e addolorato per quel piccolo fiorellino venuto alla luce nell’oscurità di un dramma già compiuto.
In quel brutto periodo lavorai per alcuni mesi nella vasta area del cratere insieme ad altri colleghi ispettori di vigilanza per gli infortuni sul lavoro (Guido Pizzaleo, Peppe Compagnone, Luigi Salvemini, Aldo Baglieri, Claudio Maria Fimiani, Mario Srommillo ed altri); giunsi a Santomenna nella giornata di venerdì 28 novembre 1980 ed il fatto mi venne raccontato dai parenti più stretti della famiglia.