GIORNALISTI – MEDICI/INFERMIERI: un percorso difficile

 

Aldo Bianchini

SALERNO –  In queste ultime settimane si stanno ripetendo, con una certa frequenza, le aggressioni non solo verbali ma anche fisiche in danno di giornalisti/e impegnati, soprattutto, con le testate più importanti del Paese, a cominciare dalla Rai per finire a Mediaset.

Un crescente deprecabile fenomeno che bisogna cominciare a tenere sotto stretto controllo; da tempo la stampa si interessa, scrive – commenta e racconta, delle aggressioni in danno di medici e infermieri soprattutto nei pronto soccorso dei tanti ospedali distesi sul territorio nazionale. Un fenomeno, deprecabile anche questo, attenzionato non soltanto dalla stampa ma anche dalle massime autorità politiche e civile italiane, nonchè dai sempre presenti soloni che sanno tutto di tutto e di tutti.

Quello che viene troppo facilmente spacciato come “diritto di cronaca” e più ancora come “un dogma” da cui non poter prescindere deve necessariamente essere rimodulato nell’ambito del rapporto molto complicato tra operatori del settore (giornaliste e giornalisti di ogni ordine e grado) e la controparte (gli intervistati e/o gli indagati); è in gioco la professionalità e purtroppo anche l’incolumità degli operatori, ma anche il sacrosanto diritto alla privacy delle persone che vengono intervistate con una protervia che spesso sfiora la violenza psicologica.

Il tesserino di giornalista o, peggio, il taccuino e il microfono non danno in alcun modo il diritto di superare anche le competenze di un pubblico ministero che si ferma subito dinanzi alla fatidica frase “mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Nel mondo dell’informazione si arriva, però, a forzare le portiere delle macchine, a spingere gli usci di casa ed a pretendere con pervicace atteggiamento le risposte che l’altra parte non intende dare; anche se spesso non riescono a sottrarsi all’affascinante attrazione della telecamera, del microfono e/o del taccuino.

Insomma, sempre più spesso viene scavalcato e travolto quel sottile confine tra l’arroganza e l’umiltà che dovrebbe, invece, regolare ogni atteggiamento di tutti quelli che scendono in campo di fronte alla stessa platea mediatica comprentende qualsiasi tipo di categoria lavorativa e professionale. La partita dell’informazione, quindi, va gestita sempre e comunque a carte scoperte e con grande lealtà nei confronti di tutti, a cominciare dai politici per arrivare ai medici/infermieri passando attraverso gli imprenditori, i personaggi istituzionali ed anche quelli legati a complesse metodologie delinquenziali.

Non a caso ho citato, in apertura, il problema che assilla la categoria degli operatori della sanità pubblica; sull’argomento poco più di un anno fa ho scritto: “Sicuramente prima di me lo ha detto tempo fa il presidente dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri della Provincia di Salerno, dott. Giovanni D’Angelo; c’è ancora bisogno di lavorare sul rapporto medico/infermiere-paziente nel rispetto non solo del giuramento di Ippocrate (che molti addetti ai lavori forse ignorano) ma anche, se non soprattutto, nel rispetto del paziente che è disarmato e consegnato letteralmente nelle mani di tutti gli operatori sanitari”.

Per la categoria dei giornalisti, la nostra categoria, potrei dire, così come scrivo, la stessa identica cosa: il rispetto evocato come un ritornello per tutte le altre categorie professionali del mondo deve assolutamente valere (verso se stessi e verso gli altri) anche per chi, tra mille difficoltà, svolge il servizio di informazione verso la gente comune.

Il famoso o famigerato “diritto di cronaca” non deve mai essere considerato alla stregua di un fatto acquisito o di un atto dovuto nei confronti degli operatori, ma considerato un diritto che va conquistato giorno dopo giorno con serietà, severità e professionalità.

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