dal prof. Nicola Femminella (giornalista-scrittore-storico)
Il risultato finale che si è avuto alle elezioni regionali in Campania ha dato luogo a commenti, opinioni, valutazioni e giudizi controversi da parte dei candidati, giornalisti, osservatori e gente comune. Capita sempre, con tutti i Partiti che sostengono la vittoria ottenuta dal proprio schieramento.
Leggendo i voti espressi dall’elettorato campano, mi sono soffermato su un dato che, a parer mio, merita la dovuta considerazione e che riguarda il tema generale della rappresentanza politica in seno alle istituzioni e negli organismi che regolano la società nella sua interezza. Le urne hanno dichiarato eletti al Consiglio Regionale 42 esponenti del genere maschile e solo 8 del gentil sesso. Vale a dire che nel parlamentino regionale l’apporto e i contributi che possono dare le donne all’apparato istituzionale della Regione, in particolare, quelli che potrebbero riguardare i temi dell’universo femminile, unitamente a quelli di carattere generale, di sicuro vedranno le donne minoritarie rispetto agli uomini. In Puglia è andata meglio con 12 donne elette su 50 consiglieri; ancora di più in Veneto con 18 su 50; in Calabria 7 su 31 nelle recenti elezioni. Non vale, secondo me, affermare che le soluzioni dei problemi nelle istituzioni politiche prescindono dal genere di coloro che li devono affrontare e sui quali esercitare l’azione legislativa. È piuttosto una questione di democrazia partecipata che, per realizzarsi compiutamente, richiede la presenza con uguale dignità e valenza rappresentativa di tutti i “comparti” primari sui quali si riversano i suoi effetti, rispettando le diversità sociali prime ed eminenti. In relazione all’argomento proposto non credo che solo i maschi, durante una legislatura, abbiano la capacità e le doti per operare con zelo a favore di tutti i cittadini, se le donne sono escluse dai posti nei quali si decide il destino di tutti, maschi e femmine. Piuttosto le donne potrebbero dare un valore aggiunto alla promulgazione delle leggi, avendo la potenzialità innata di vedere gli elementi di contenuto da “un altro punto di vista”.
Ma tant’è. Dibattiti e discussioni infiniti sulla parità di genere, con i quali tutti si dichiarano d’accordo, ma poco praticata appieno in molte circostanze, soprattutto nell’esercizio del voto. Il fenomeno ha denunciato il proprio spessore specifico proprio nei giorni appena trascorsi, dedicati ai femminicidi di cui si è discusso ampiamente e durante i quali si è denunciato il ruolo dominante dell’uomo sulla donna. L’uomo patriarcale, si è ripetuto, che intende la donna un sottoprodotto della società, sulla quale egli può esercitare il diritto di possesso totale, tanto da toglierle la vita, se lei gli si rivolge contro con le proprie scelte. Non rinuncia ad esercitare la sua forza nei confronti della donna, fino a farne vittima innocente dei suoi obnubilamenti mentali. Spesso non è presente neppure la patologia neurologica a determinarne l’atto feroce e sovente lo si collega a una lunga e infinita storia che ha vista la donna collocata sugli ultimi gradini della scala sociale. È un fenomeno che discende da civiltà che si sono succedute fin dagli inizi della preistoria, quando nel rapporto di coppia utile per continuare la specie, si è determinata una disparità tra i due generi, dovuta al potenziale fisico che esprimono i due protagonisti. L’uomo, in possesso di prestanza fisica maggiore, partiva per la caccia e il fatto che portasse cibo al nucleo familiare lo rendeva fondamentale, insostituibile rispetto alla donna. Questa restava nella grotta o nella capanna a badare ai figli e alle altre mansioni a lei affidate che esigevano un impiego di forza fisica minore.
Tale condizione si è protratta e fissata nel patrimonio genetico dell’umanità, in milioni anni con i neuroni sintonizzati su questa verità assoluta. Sento di poter affermare l’ipotesi che, votando massivamente il candidato maschio, le elettrici usino un retaggio storico tanto consolidato nelle zone oscure dell’inconscio, che induce le donne a non votare donna. Come se non fosse abilitata ad esercitare l’azione governativa, come ieri non poteva unirsi agli uomini per la caccia agli animali.
I dispositivi legislativi, per regolare le quote rosa nelle rappresentanze democratiche dello Stato, sono oggi interessate da un dibattito nel quale emergono sovente posizioni contrastanti, che impediscono di regolare la questione in maniera definitiva e accettata da tutte le parti che animano il tema in questione. Eppure un tratto di strada è stata percorsa sulla lastricata pista della parità di genere. Oggi importanti cariche politiche sono occupate dalle donne (Meloni in Italia, Ursula Gertrud von der Leyen, Presidente del Consiglio d’Europa, Roberta Tedesco Triccas Metsola, presidente del Parlamento Europeo.) Non mancano nei consigli di amministrazione di potenti gruppi industriali, si affermano nelle professioni, nell’arte, suii mezzi di informazione, nello sport e segnano primati straordinari in tutti i settori della società. Per cui non capisco il risultato della disparità nella rappresentanza regionale. Evidentemente occorrono ancora alcuni decenni per maturare il convincimento che un consigliere regionale donna sugli scanni del parlamento può proporre leggi e provvedimenti al pari degli uomini. E devono essere le donne per prima a compiere passi in avanti.
Accanto al dato che ha destato la mia attenzione e di cui ho parlato, ne esiste un secondo che merita eguale riflessione. Le otto donne elette nel Consiglio regionale campano provengono tutte dalle circoscrizioni di Napoli. Quelle di Benevento, Caserta, Salerno e Avellino ne sono prive del tutto. Gli elettori, ma soprattutto le donne in gran quantità, hanno deciso che bastano gli uomini a garantire un governo positivo dei problemi esistenti in queste provincie, anche quelli che riguardano direttamente le donne come i reparti della natalità negli ospedali, gli asili nidi, il coordinamento tra lavoro e allattamento, le differenze di stipendio tra in generi, la prevalenza di uomini in certi settori della società (forze dell’ordine, magistrati, amministratori locali, medici, giornalisti, docenti universitari, ecc.).
In conclusione, alle prossime elezioni le donne facciano di meno il tifo per i candidati maschi e si uniscano nel concentrare i loro voti sulle candidate donne. L’emancipazione del gentil sesso compirà passi più veloci, se a correre sulle piste della modernità siano loro in prima persona a promuovere le proprie istanze, facendo valere i propri numeri, per poter entrare nei luoghi ove si amministra la res pubblica. Servirà per eliminare una ferita nel corpo dello Stato, più lacerante nelle regioni del Sud.
Sebbene l’uguaglianza di genere sia uno dei principi fondanti dell’UE e il principio della parità di retribuzione a parità di lavoro sia stato introdotto più di 60 anni fa, al giorno d’oggi in Europa le donne continuano a venir pagate meno degli uomini. In media, per ogni ora di lavoro effettuata, le donne guadagnano il 13% in meno rispetto ai colleghi uomini. Il Parlamento europeo intende cambiare questa situazione.
Scoprite l’azione del Parlamento europeo per ridurre l’uguaglianza di genere.
Misure di trasparenza salariale
Nel marzo 2022 il Parlamento europeo ha approvato le nuove norme sulle misure vincolanti di trasparenza salariale, per rendere più facile per i dipendenti confrontare le retribuzioni ed esporre i divari retributivi di genere esistenti. Se la rendicontazione salariale mostra un divario retributivo di genere di almeno il 5%, i datori di lavoro dovranno condurre una valutazione salariale congiunta in collaborazione con i rappresentanti dei lavoratori. I paesi dell’UE dovranno imporre sanzioni, come multe, per i datori di lavoro che violano le regole. Gli avvisi di posto vacante e i titoli di lavoro dovranno essere neutri rispetto al genere.
Il Consiglio non ha ancora ratificato l’accordo, tappa necessaria affinché le regole possano entrare in vigore.
Affrontare le cause alle base del divario salariale
Nel 2019 il Parlamento europeo ha adottato la Direttiva relativa all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare introducendo nuove regole sui congedi parentali in Europa per incoraggiare l’occupazione delle donne, creare incentivi da destinare ai padri per richiedere permessi familiari e promuovere, di conseguenza, la parità di genere.
In una risoluzione sulla Strategia dell’UE per la parità di genere del 21 gennaio 2021, gli eurodeputati hanno chiesto alla Commissione europea di presentare una strategia ambiziosa per l’uguaglianza di genere, che includa misure chiare e concrete per gli Stati membri allo scopo di ridurre il divario salariale nei prossimi cinque anni.
Nella risoluzione gli eurodeputati chiedono una revisione annuale da parte della Commissione rispetto all’attuazione della direttiva. Chiedono ai paesi europei di adottare misure che vadano oltre la direttiva, come per esempio promuovere accordi flessibili in merito agli orari di lavoro.
Il Parlamento mira ad eliminare l’attribuzione tradizionale tra generi e professioni, adottando specifiche misure per facilitare l’inserimento di donne e ragazze in ambienti di formazione e lavoro solitamente predominati dagli uomini.
Scoprite di più sulla definizione di divario retributivo di genere e su quali sono le cause alla sua base
Combattere la povertà tra le donne
Gli eurodeputati chiedono azioni concrete contro la povertà tra le donne, in modo da portare a un miglioramento delle condizioni lavorative nei settori a prevalenza femminile e risolvere così il problema del divario pensionistico di genere.
Per saperne di più sui diritti delle donne:
Nell’UE 1 donna su 3 ha subito violenza fisica e/o sessuale fin dall’età di 15 anni ©AdobeStock_Me Studio
La maggior parte dei paesi dell’UE dispone di leggi per contrastare la violenza basata sul genere o sull’orientamento sessuale. Tuttavia, l’assenza di regole comuni, impedisce che venga affrontarla in modo efficace. Per questo il Parlamento europeo insiste per una normativa europea a riguardo e ha richiesto diverse azioni per contrastarla.
Sebbene le principali vittime di tale violenza siano le donne e le ragazze, anche gli uomini possono essere colpiti da questo tipo di violenza. A loro volta, sono prese spesso di mira le persone LGBTIQ+.
Tale violenza, ha conseguenze negative sia a livello individuale che all’interno della famiglia, con ripercussioni tanto a livello di collettività che a livello economico.
Scoprite le iniziative del Parlamento per garantire l’uguaglianza di genere
Statistiche UE sulla violenza di genere
L’indagine sulla violenza di genere nell’UE fornisce statistiche dettagliate sulla violenza di genere con dati raccolti da settembre 2020 a marzo 2024. Fornisce un quadro completo delle esperienze delle donne in tutta l’UE. Coordinata da Eurostat, dall’Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali e dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, l’indagine ha coinvolto 114.023 donne di età compresa tra i 18 e i 74 anni.
L’indagine rivela che una donna su tre nell’UE ha subito violenza di genere dall’età di 15 anni. Circa il 17% delle donne ha subito violenza da un partner intimo.
Riquadro numerico: una donna su tre nell’UE ha subito violenza di genere.
Circa il 30% delle donne nell’UE ha subito violenza fisica o minacce e/o violenza sessuale nel corso della propria vita. Circa il 13% delle donne ha subito violenza fisica o minacce senza violenza sessuale, mentre il 17% ha subito violenza sessuale.
I Paesi dell’UE in cui si registrano i tassi più elevati di violenza di genere sono Finlandia, Svezia e Ungheria. In Finlandia, il 57% delle donne intervistate ha dichiarato di aver subito violenza di genere e il 37% violenza sessuale. In Svezia, il 52% ha riferito di aver subito violenza di genere, con il 41% che ha segnalato episodi di violenza sessuale. In Ungheria, il 49% delle donne ha dichiarato di aver subito violenza di genere, tra cui il 17% violenza sessuale e il 31% violenza fisica.
L’indagine rileva che i confronti tra i Paesi dovrebbero essere effettuati con cautela, poiché la percezione di quali atti siano sbagliati o dannosi e la consapevolezza e il riconoscimento dei diversi tipi di violenza da parte delle persone possono variare da un Paese all’altro.
Che cos’è la violenza di genere?
La violenza di genere si riferisce a qualsiasi forma di violenza diretta contro una persona a causa del suo genere. Questa violenza può manifestarsi in varie forme, tra cui danni fisici (come il femminicidio), sessuali (come lo stupro o le molestie sessuali), psicologici ed economici.
La violenza di genere può avvenire sia nella sfera pubblica che in quella privata. La violenza domestica, ad esempio, si verifica all’interno della famiglia o tra coniugi o partner attuali o passati. Questi tipi di violenza sono spesso perpetrati da membri stretti della famiglia o partner intimi.
I termini “violenza di genere” e “violenza contro le donne” sono spesso usati in modo intercambiabile perché la maggior parte della violenza di genere è perpetrata contro le donne da parte degli uomini. Questa violenza è legata agli squilibri di potere tra i generi ed è una questione complessa, influenzata da strutture, norme e valori sociali e culturali.
Le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e la condivisione non consensuale di materiale intimo o manipolato possono essere considerati forme di sfruttamento sessuale. Inoltre, crimini informatici come il cyberstalking, le molestie online e l’incitamento alla violenza o all’odio in rete sono anch’essi considerati forme di violenza di genere.
L’azione del Parlamento per fermare la violenza di genere
Le norme dell’UE sulla lotta alla violenza contro le donne
Nell’aprile 2024 il Parlamento ha adottato le prime norme dell’UE sulla lotta alla violenza contro le donne. L’obiettivo è prevenire la violenza di genere e proteggere le vittime, in particolare le donne e le vittime di violenza domestica.La direttiva chiede leggi più severe contro la cyberviolenza, una migliore assistenza alle vittime, misure per prevenire gli stupri e una maggiore comprensione del consenso sessuale.
Le nuove norme vietano anche le mutilazioni genitali femminili e il matrimonio forzato e delineano linee guida particolari per i reati commessi online. La legislazione includerà anche un elenco più lungo di circostanze aggravanti per i reati che dovrebbero comportare pene più severe, come i crimini contro personaggi pubblici, giornalisti o difensori dei diritti umani.
Le norme prevedono che la sicurezza e il benessere delle vittime siano prioritari, anche offrendo l’accesso ad alloggi protetti. L’assistenza sanitaria deve essere resa accessibile, compresi i servizi di salute sessuale e riproduttiva.Le nuove norme sono entrate in vigore nel giugno 2024. Gli Stati membri hanno tre anni per attuarle.
Il diritto all’aborto
In una risoluzione adottata nell’aprile 2024, gli eurodeputati esortano il Consiglio ad aggiungere l’assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva e il diritto a un aborto sicuro e legale alla Carta dei diritti fondamentali dell’UE – una richiesta avanzata più volte.
Il testo esorta gli Stati membri a depenalizzare completamente l’aborto in linea con le linee guida dell’OMS del 2022. I deputati chiedono alla Commissione di garantire che le organizzazioni che operano contro l’uguaglianza di genere e i diritti delle donne, compresi i diritti riproduttivi, non ricevano finanziamenti dall’UE.
Scoprite la nostra infografica sull’impatto della pandemia COVID-19 sulle donne.
Tutela delle vittime di violenza all’interno della coppia
Si stima che il 18% delle donne nell’UE abbia subito violenza fisica o minacce o violenza sessuale da parte di un partner intimo nel corso della propria vita, come emerge dall’indagine sulla violenza di genere 2024 dell’UE. Circa il 32% delle donne ha subito violenza psicologica.
L’indagine rileva che, a causa degli stretti legami tra la vittima e l’autore del reato, può essere difficile per le vittime rivelare le proprie esperienze e cercare assistenza, anche per denunciare gli incidenti alla polizia.
Nell’ottobre 2021 il Parlamento ha chiesto misure urgenti per proteggere le vittime della violenza nelle battaglie per la custodia, sottolineando che le udienze dovrebbero essere condotte da professionisti qualificati e svolgersi in ambienti a misura di bambino. I deputati hanno inoltre esortato i paesi dell’UE a sostenere le vittime per consentire loro di raggiungere l’indipendenza finanziaria e abbandonare le relazioni abusive e violente.
Adesione dell’UE alla Convenzione di Istanbul
La Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica è un accordo internazionale che definisce giuridicamente la violenza contro le donne e stabilisce un quadro completo di misure legali e politiche per prevenire tale violenza, sostenere le vittime e punire gli autori.
Tutti i Paesi dell’UE hanno firmato la convenzione, ma alcuni non l’hanno ratificata.
Il Parlamento europeo ha sostenuto l’adesione dell’UE alla Convenzione e ha ripetutamente invitato tutti i Paesi dell’UE a portare a termine il processo di ratifica.
Nel maggio 2023, il Parlamento ha dato il suo consenso all’adesione dell’UE alla Convenzione. Il 1° ottobre 2023, la Convenzione di Istanbul è entrata in vigore per l’Unione europea.
Porre fine alle mutilazioni genitali femminili
Il Parlamento ha approvato leggi e risoluzioni per aiutare a porre fine alle mutilazioni genitali femminili (MGF) in tutto il mondo. Sebbene questa pratica sia illegale nell’UE, si stima che nei soli 13 paesi europei presi in analisi, siano circa 600.000 le donne ad essere state vittime di MGF e 180.000 le ragazze a rischio di questa pratica.
Nel 2019, il gruppo The restorers composto da cinque studentesse del Kenya sviluppatrici di un’applicazione in grado di venire in aiuto alle ragazze vittime di mutilazione genitale, fu selezionato tra i finalisti al Premio Sacharov per la libertà di pensiero.
Nel 2014 il Parlamento europeo assegnò il Premio Sacharov al Dr Denis Mukwege, il ginecologo congolese noto per il suo lavoro in difesa dei diritti delle donne e in particolare delle vittime di stupri di gruppo e violenze sessuali nella Repubblica Democratica del Congo.
Per saperne di più sull’azione in difesa dei diritti delle donne:
– Cronologia: le tappe fondamentali della lotta dell’UE per i diritti delle donne (video)
– Equilibrio vita-lavoro: nuove regole per il congedo per l’assistenza familiare
– Colmare il divario retributivo di genere
– Le donne al Parlamento europeo (infografica)
– Il divario retributivo di genere: definizione, fatti e cause
– Le donne nei processi di pace: come rafforzare il loro ruolo e perchè
Oggi si è costituito il nuovo Parlamento europeo. Si è votato il nuovo presidente e si è riconfermata Roberta Metsola, una donna maltese che ha ricoperto la stessa carica nell’ultimo mandato. Insieme a Ursula von der Leyen e a Christine Lagarde, ha occupato, negli ultimi quattro anni, un ruolo verticale tra i “top jobs” degli organi dell’Ue.
Ma quante sono veramente le donne che ci rappresentano al Parlamento europeo?
Il Parlamento europeo oggi
Nella sua decima legislatura, il Parlamento europeo ha 720 seggi, 15 in più rispetto alla fine della precedente legislatura. Il 54% dei deputati eletti nel 2024 non erano deputati alla fine della scorsa legislatura (nel 2019, la percentuale di nuovi arrivati era del 61%). I gruppi pulitici sono così formati:
• PPE – Gruppo del Partito popolare europeo (Democratici cristiani), 188 deputati (26,11%).
• S&D – Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici, 136 (18,89%).
• Patriots for Europe – Patriots for Europe, 84 deputati (11,67%)
• ECR – Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, 78 deputati (10,83%)
• Renew Europe – Gruppo Renew Europe, 77 deputati (10,69%)
• Verts/ALE – Gruppo dei Verdi/Alleanza libera europea, 53 deputati (7,36%)
• The Left – Il gruppo della Sinistra al Parlamento europeo – GUE/NGL, 46 deputati (6,39%)
• ESN – Europe of Sovereign Nations, 25 deputati (3,47%)
• NI – Non iscritti, 33 deputati (4,58%)
Lena Schilling (Verdi/ALE, AT), 23 anni, è la deputata più giovane, mentre Leoluca Orlando (Verdi/ALE, IT), 77 anni, il più anziano. All’inizio della decima legislatura vi sono otto gruppi politici, uno in più rispetto alla precedente legislatura. E 33 deputati rimangono nei non iscritti.
La partecipazione politica delle donne in Ue
Il 39% dei deputati sono donne (il 40% nel 2019). Un piccolo calo che non si verificava dal 1979, data che ha segnato l’inizio di un aumento molto lento e progressivo delle donne al Parlamento europeo. Solo nel 2019, infatti, due delle istituzioni europee hanno rotto il soffitto di cristallo, eleggendo per la prima volta ai loro vertici una donna. Ursula von der Leyen è diventata Presidente della Commissione europea con un Collegio di commissari formato da 12 donne e 14 uomini. Nello stesso anno, Christine Lagarde è diventata presidente della Banca centrale europea, sostenuta dal Parlamento europeo, che chiedeva più incarichi di alto livello negli affari economici e monetari per le donne.
Il Ceo e Founder di EuMatrix Doru Peter Frantescu ha spiegato a Her&EU, podcast del think thank Wilfried Martens Centre for European Studies, che le donne partecipano meno degli uomini alle elezioni europee. Anche in questo caso, parliamo di pochi punti percentuali di differenza (circa il 2%) ma che segnano ancora un piccolo gap rispetto al comportamento di voto delle donne rispetto agli uomini. Dato che, però, diventa significativo se si considera che nei sondaggi condotti pre-elezioni le donne dichiarano il voto importante più di quanto lo considerino gli uomini.
“Dalla Commissione affari sociali a quella dell’ambiente, fino a quella dello sviluppo dei Paesi sottosviluppati, le donne dimostrano una partecipazione maggiore. Sono meno impegnate nelle commissioni bilancio e relative ad affari economici in generale, così come in sicurezza e difesa. Le donne lì sono meno rappresentate. Ma è con il comportamento di voto che si verifica un episodio da segnalare. I gruppi politici sono più importanti del genere se si analizza il comportamento elettorale, anche se ci sono tematiche come il diritto d’aborto per le quali le donne mostrano più sensibilità. Le differenze sono minime comunque e penso che sia dovuto al fato che se ti unisci ad un gruppo è perché ne condividi le posizioni”, ha spiegato il Ceo di Eumatrix.
Rispetto alla loro influenza politica “penso che abbiamo donne che seppur siano numericamente inferiori rispetto ai colleghi, nelle classifiche di influenza raggiungono altrettanto il 40%, ma posizioni più verticali rispetto a quanto le statistiche potrebbero prevedere. Nel digitale e nelle politiche sanitarie le donne sono state più influenti dei colleghi. Questo dimostra che il genere non ricopre un ruolo particolare quando si parla di influenza dei parlamentari europei. E nel parlamento stiamo facendo meglio della Commissione europea perché anche se il personale che ci lavora è per più della metà femminile, non raggiungono ruoli apicali”.
Napoli.
Il risultato delle elezioni Regionali in Campania consegna un Consiglio rinnovato, dominato dal “campo largo” di Roberto Fico, ma con un dato sulla rappresentanza femminile che solleva serie riflessioni. Su un totale di 50 seggi assegnati, le donne elette sono solamente otto, pari a un esiguo 16% del totale. Un dato che conferma le persistenti difficoltà nell’affermare la parità di genere ai vertici delle istituzioni campane. Un elemento di omogeneità geografica è emerso: tutte le otto elette provengono dalla sola circoscrizione di Napoli, lasciando completamente prive di rappresentanza femminile le province di Salerno, Caserta, Avellino e Benevento.
Il risultato finale che si è avuto alle elezioni regionali in Campania ha dato luogo a commenti, opinioni, riflessioni, giudizi e valutazioni controversi da parte dei Partiti, giornalisti, osservatori e gente comune. Mi sono soffermato su un dato che a parer mio merita la dovuta attenzione e che riguarda il tema generale della rappresentanza politica in seno alle istituzioni e negli organismi che regolano la società civile. Le urne hanno dichiarato eletti al Consiglio Regionale 42 di genere maschie e solo 8 al gentil sesso. Vale a dire che nel parlamentino regionale le qualità e i contributi che possono dare le donne, quelli che potrebbero riguardare i temi dell’universo femminile, unitamente a quelli di carattere generale, e di sicuro saranno saranno assai limitati. In Puglia è andata meglio con 12 donne elette su 50 consiglieri; ancora di più in Veneto con 18 su 50; in Calabria 7 su 31 con le recentin elezioni. Non vale, secondo me, affermare chele soluzioni dei problemi prescindono dal genere di coloro che li devono affrontare e risolvere. È una questione di democrazia partecipata che per realizzarsi compiutamente richiede la presenza di uguale dignità e valenza rappresentativa di tutti i “comparti” sui quali si riversano i suoi effetti. Per quanto attiene l’argomento proposto non credo che solo i maschi abbiano la capacità e le doti per operare a favore di tutti i cittadini con le donne escluse dai posti nei quali si decide il destino di tutti: maschi e femmine. Né credo che le donne non potrebbero dare un valore aggiunto, avendo la potenzialità di vedere le cose da “un altro punto di vista”. Ma tant’è. Dibattiti e discussioni infininiti sulla parità di genere, con i quali tutti si dichiarano d’accordo, ma poco praticata appieno in molte circostanze in cui opera la società civile.. Proprio in questi giorni dedicati ai femminicidi di cui si è discettato all’infinito, si è denunciato il ruolo prevalente dell’uomo sulla donna. L’uomo patriarcale, si è ripetuto, che intende la donna un sottoprodotto della società sulla quale egli esercita il diritto di possesso totale, tanto da toglierle la vita , se non ubbidisce ai suoi dettami, se gli si rivolge contro con le proprie scelte. Non rinuncia ad esercitare la sua forza per affermare il suo diritto a farne vittima innocente dei suoi obnubilamenti mentali. Spesso non è presente neppure la patologia neurologica a determinare l’atto e sovente lo si collega a una lunga e infinita storia che ha sempre vista la donna collocata sugli ultimi gradini della scala sociale. È un fenomeno che discende da civiltà che si sono succedute che hanno determinato una disparità tra i due generi all’inizio determinata dal potenziale fisico che esprimono i due protagonisti. L’uomo partiva per la caccia e il fatto che portasse cibo al nucleo familiare lo rendeva di primo livello rispetto alla donna che restava nella grotta o n.ella capanna a badare ai figli e alle altre mansioni a lei affidate che esigevano una energia minire, è questo si è protratto nei neuroni della società costituita. Mi sento di poer affermare l’ipotesi che votando massivamente lil candidato maschio gli elettori usino una genetica inconsapevole che si protrae da miliono di anni. Tanto radicata nelle zone oscure dell’inconscio che tale convincimento è fatto proprio anche dalle donne che nelle urne invece di votare donna votano uomo, come se la prima non fosse abiitata ad esercitare l’azione governativa come ieri no poteva unisrsi agli uomini er a caccia agli animali. Eppure untratto di strada è stata percorsa. Oggi importanti cariche polititiche sono governate dalle donne (Melono in Italia, van al Consiglio d’Europa) nei consigli di amminisrazione di potenti gruppi indistriali non mancano i presidenti e i delegati generali, nelle professioni, nell’arte, nello sporto si affermano e segnano primati straordinari. Per cui non capisco il risultato della disarità nella rappresentanza regionale. Videntemente occorrono acnora alcuni decenni per maturare il convincimento che un consiglier regionale sugli scanni del parlemento può proporre leggi e provvedimenti al pari degli uomini e in più potrà portare la frazia e il fascino che solo la donna, in questo chredo superiore a lluòomo, può espreimera. Accanto al dato che ha destato la mia attenzione e di cui ho parlato esiste un secondo dato che merita una eguale riflessione. Le otto donne elette provengono tutte dalle circoscrizione di napoli, per chìui quelle di benevento, Caserta, Saerno e Avellino non hanno prioprie rappresentanti a proporre i problemi delle altre quattro province. Come se queste abbiano decise che bastano gli uomini a garantire un governo oositivo dei problemi, aanche quelli che li riguardano direttamente come i adiglioni della natalità negli ospedali, gli asili nidi, la campagne per la prevezione delle malattie delle donne, il coordinamento tra lavoro e allattamento, le differenze di stipendio tra donne e uomini, la prevalenza di uomini sui certe cariche (forze dell’ordine, magistrati,amministratori locali, medici, ecc.)