IL PROCESSO MEDIATICO NEL TRIBUNALE DELL’OPINIONE PUBBLICA SENTENZE PRONUNCIATE IN NOME DEL POPOLO TELEVISIVO CON PROCESSI A RETI UNIFICATE

 

da Giovanni Falci (avvocato – cassazionista) 

Il libro di Aldo Bianchini, “LA TANGENTOPOLI DI SALERNO 1992-1994” presentato venerdì scorso nella Sala Bottiglieri della Provincia di Salerno, mi ha offerto uno spunto di riflessione su di un dilagante fenomeno stringente di drammatica attualità: IL PROCESSO MEDIATICO!

Vorrei prendere le mosse su questo tema da un’osservazione tanto scontata quanto significativa: IN DEMOCRAZIA NON SI PUÒ PRESCINDERE NÉ DALLA GIUSTIZIA NÉ DALL’ INFORMAZIONE.

Una, la Giustizia, garantisce la riaffermazione del diritto tutte le volte che è stato violato e assicura il controllo di legalità che istituzionalmente è affidato alla magistratura; l’altra, l’informazione, la stampa scritta e televisiva, ne rappresenta la linfa vitale.

L’informazione è un fattore di crescita e di formazione della coscienza civile perché assicura la conoscenza e la diffusione di dati, notizie e fatti.

Garantisce trasparenza perché segnala eventuali inerzie della magistratura, impedisce insabbiamenti, insomma esercita quel controllo democratico sul potere giudiziario che, proprio all’ interno di uno stato di diritto, non può collocarsi al di fuori di un sistema di controlli interni ed esterni.

Del resto, su questo aspetto, proprio l’introduzione delle telecamere nelle aule giudiziarie è stato consentito perché ritenuto giustamente strumentale all’esercizio del diritto di cronaca.

Insomma la sentenza controlla la società e la società controlla la sentenza realizzando un sistema di verifiche.

Questo sistema però può deviare, e ciò avviene quasi sistematicamente quando i mass media, assecondano l’azione della magistratura nei processi contro l’affarismo politico creano attorno alla magistratura un consenso diffuso, che finisce poi per porsi come il fattore legittimante dell’operato dei giudici.

Ora a prescindere dal “processo Garlasco” a reti unificate, che rappresenta il punto estremo di questo fenomeno, i talk show con i plastici famosi di Bruno Vespa; i testimoni convocati e ascoltati nei salotti televisivi; l’ascolto di conversazioni intercettate; prospettano una ricostruzione del fatto diversa da quella del giudice, tante volte in contrasto anche con il giudicato.

Voglio citare su questo che vi sto dicendo, un’osservazione di UMBERTO ECO sulla Repubblica nel settembre del 96 quando scriveva: “quando si mette a parlare la stampa e la televisione; quando dei cosiddetti pentiti discutono gli intervistati; a poco a poco quelle cose sono già avverate, verificate, ovvero rese vere presso la collettività”.

E ancora il grande ANTOINE GARAPON, saggista e magistrato francese noto al grande pubblico per i suoi libri e le trasmissioni radiofoniche che si occupano di legge e giustizia: “questa pericolosa alchimia tra giustizia e media è una spia della disfunzione profonda della democrazia”.

Il libro di Aldo perciò arriva al momento giusto per fare riflettere su questo dilagante fenomeno.

Attualmente viviamo un periodo difficile complesso, opaco, in cui ci sono segnali di grande crisi delle democrazie moderne occidentali, a cominciare da quella americana che è il simbolo della democrazia per eccellenza (secondo molti, ma non sicuramente me).

Viviamo una fase in cui, secondo le parole di ANNA ADMSKA GALLANT che è un giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, “l’ascesa globale dei movimenti populisti ha sottoposto le istituzioni democratiche ad una tensione senza precedenti. l’indipendenza del potere giudiziario è minacciata ovunque nel mondo da Varsavia a Brasilia da Nuova Delhi a Washinton”.

E allora in questo clima, questo rapporto tra giustizia e informazione che da sempre è contorto, delicato, complesso, presenta una patologia peculiare: il livello della polemica si è progressivamente innalzato!

Il diritto di critica è spesso svuotato di contenuti e finisce per risolversi in intolleranza.

La delegittimazione dell’istituzione magistratura non del singolo magistrato è costante.

Aldo nel suo libro ha, con grande obiettività, individuato sia il Magistrato che ha commesso errori evidenti, sia il Magistrato che ha posto riparo a tali errori.

NON HA PRECOSTITUITO UN AVVERSARIO DA COMBATTERE E ATTACCARE!

Tornando al rito o processo mediatico, questo è diventato uno strumento formidabile di contaminazione delle prove.

Questo processo finto finisce per offrire materiale probatorio endoprocedimentale al processo.

Vi è il preoccupante il convincimento che lentamente si è formato e stratificato nella società che l’opinione pubblica sia il migliore giudice.

Questa difformità di giudizio che tutti ben conosciamo dilata a dismisura il gap tra la giurisdizione e il rito mediatico e la notizia non è neutra.

Nell’epoca del villaggio globale, dell’informazione capillarmente trasmessa, degli slogan,

e dell’immagine della semplificazione, della certezza immediata, non trova facile collocazione la cultura del dubbio ragionevole che è il principio di garanzia del giusto processo.

IL PROCESSO MEDIATICO È UN ATTENTATO AL GIUSTO PROCESSO!

Porta questo allo spettacolo, porta alla colpevolezza di chi viene colpito da questo processo mediatico.

Distrugge la reputazione di quella persona che, anche se ne esce pulita e viene assolta,

ci sarà soltanto un piccolo trafiletto su un giornale e nessuna delle varie trasmissioni televisive o giornali dedicherà un ampio argomento alla persona risultata innocente.

Io, che sono un addetto ai lavori, quando incappo per caso con il telecomando in queste trasmissioni con questi tuttologi che capiscono tutto, non sono magistrati, non sono avvocati, praticamente qualche criminologo così tirato fuori non so da dove; trasmissioni in cui vengono sguinzagliati dei ragazzi a intervistare le persone per strada

IO CAMBIO CANALE!

Oggi questo sistema crea un’altra verità che si viene ad affiancare alla verità storica, alla verità materiale, alla verità processuale, la verità mediatica!

Siamo arrivati alla socializzazione del processo, che associata al giustizialismo  rende ancora più irresistibile l’attrattiva di queste trasmissioni.

Il processo finto lo pseudo processo, come lo ha definito la Corte per i diritti dell’uomo fin dalla sentenza Abramovic contro Austria del 1997, offre materiale probatorio al processo vero nel senso che il processo giurisdizionale va ad ingurgitare brandelli mediatici nei processi di particolare risonanza.

Quello mediatico potremmo definirlo davvero un simulacro del processo giurisdizionale, un suo surrogato un processo sommario che ripudia i valori del giusto processo sconfina nel gossip; è un processo non regolato dalle norme del Codice di procedura penale ma delle regole tiranniche dell’audience e dello share.

Al di là degli intenti dichiarati, è un processo che non ha altra finalità se non quella di fare spettacolo.

È un processo le cui sorti dipendono da fattori del tutto diversi dalla consistenza delle prove a carico o a discarico.

I fattori di successo in questi processi sono la maggiore o minore telegenia dell’imputato, la sua capacità di suscitare simpatia, la compiacenza del conduttore televisivo.

Non vi è nulla di più comodo che assecondare il modo istintuale di ragionare della maggior parte degli ascoltatori perché questo incrementa ovviamente gli ascolti e la raccolta pubblicitaria.

Tutto questo è molto suggestivo ed è anche molto pericoloso soprattutto perché non sempre l’utente medio, privo degli strumenti tecnico giuridici propri degli esperti del diritto, riesce a cogliere con adeguato senso critico i diversi significati, le diverse garanzie, il diverso grado di affidabilità.

Quindi, come dicevo prima, due processi: quello mediatico o virtuale e quello giurisdizionale.

Questo può condurre anche ad un vero e proprio TRIBUNALE DELL’OPINIONE PUBBLICA il cui giudizio viene a sostituirsi a quello del giudice.

La spettacolarizzazione della realtà processuale può cioè portare alla formazione di un

convincimento collettivo talmente radicato che poi, se la sentenza emessa dal giudice all’ esito del processo non soddisfa le aspettative e di una risposta repressiva, si insinua il dubbio che l’imputato, lo sentiamo dire ogni giorno in tv, l’ha fatta franca a dispetto della sua palese colpevolezza.

Il dubbio che la pronuncia giurisdizionale è una pronuncia assolutamente ingiusta.

Insomma la verità mediatica costruita dei media finisce per sopravanzare la verità processuale, e questo ha effetti fortemente negativi rispetto proprio alla rappresentazione che la collettività ha dei fenomeni processuali andando a minare gravemente proprio la fiducia nel sistema giudiziario.

Queste SENTENZE PRONUNCIATE, verrebbe da dire, IN NOME DEL POPOLO TELEVISIVO sono fondate per lo più quindi su sensazioni, impressioni, intuizioni, congetture, illazioni; sono fondate su dati di solito assolutamente irrilevanti sul piano probatorio.

Potrei indicare un campionario che va dallo sguardo dell’indagato alla sua apparente freddezza, dalla sua voce all’ abbigliamento al trucco e via discorrendo.

Vi renderete conto tutti dell’attendibilità di simili parametri di giudizio che purtroppo, da consumatori siamo costretti a subire.

Concludo agganciandomi a una riflessione di Carlo Correra rilasciata nel corso della presentazione del libro di Aldo e che ho sentito sul canale You Tube di “officine Editoriali da Cleto” di Marco Marchese, editore del libro: Carlo Correra, acuto  giurista di spessore ha parlato di Sudditi e Cittadini a proposito della partecipazione al voto degli elettori, io aggiungo Consumatori che è la classe sociale dove sono arrivati i sudditi passando da cittadini.

Giovanni Falci

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *