“Che parlare il dialetto non è maleducazione…..ma arte”

 

Da prof. Rocco Cimino di Teggiano

Che parlare il dialetto non è maleducazione…ma arte, che esso fa parte della nostra cultura e va salvaguardato ed è amore per le nostre origini l’ho sempre saputo proprio per questo motivo l’ho sempre parlato, perché esso fa parte del nostro bagaglio culturale ed è l’inevitabile segno che ci identifica e ci colloca nel posto preciso della nostra storia personale. Infatti se mi trovassi a Parigi, a Mosca, a Berlino, a Milano, a New York, a Roma o in qualsiasi parte del mondo e sentissi parole come tarra, Cunù, puarta, glimbonu,uè Paschià,ndramesa, ciutazza, ndommitu…capirei senza ombra di dubbio che è sicuramente un mio paesano. È assodato anche che il dialetto ha una forza espressiva e descrittiva che scaturisce dal suo verismo, lo strumento che meglio descrive sentimenti, valori, culture, speranze con cui ripercorrere i sentieri della memoria. Il dialetto fa parte della mia storia, la prima lingua che ho appreso ed ecco spiegato il motivo perché lo amo ed ugualmente amo il mio paese. Cesare Pavese, infatti, nel suo romanzo La luna e i falò diceva. “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che, anche quando non ci sei resta ad aspettarti. In questo romanzo, come in altri libri, esprime tutto il suo amore per la campagna, per la natura, per i suoni, i colori, i sapori, i profumi, i silenzi, per la gente semplice, laboriosa, vera, leale. I piccoli paesi costituiscono, non so fino a quando, la parte più bella dell’Italia, quella delle tradizioni secolari, delle bellezze naturali, dei luoghi incontaminati. L’Italia della vita lenta, lontana dai grandi centri pieni di luce e di gente che ti passa accanto indifferente, di traffico e di stress, di velocità, povera di valori e di sentimenti. Un paese lo senti tuo, fa parte di te, ti appartiene e lo ami e col tempo ti affezioni ad ogni pietra che lo compone. Il paese è anche il suo dialetto che non è semplicemente un sistema di comunicazione ma è molto di più. La lingua dialettale per me significa lealtà, fedeltà alla parola data famiglia, tradizioni, falò accesi accompagnati da canti, suoni e balli, vicinato solidale, lealtà, sostegno reciproco nei lavori dei campi. Inoltre di sapori genuini, di partite di pallone nelle strade polverose fino a tardi, di racconti di vita vissuta davanti al camino acceso durante i rigidi freddi invernali che sono stati una stupenda lezione di vita, di sguardi di uomini dagli occhi puliti, di visi segnati dal duro lavoro ma da cui proveniva una nobiltà d’animo che apparteneva a pochi. Valori, insomma, che dovrebbero essere il fondamento di una società sana e che, oggi, purtroppo sono stati sostituiti dall’effimero, dal successo, dal denaro, dall’immagine, dal corpo statuario, dal lusso, dalla macchina potente, dal divertimento…Il dialetto rappresenta la gente della mia infanzia, della mia giovinezza, della mia vita ed ecco spiegato il motivo del mio amore e del mio impegno nel trasmetterlo alle nuove generazioni senza avere la presunzione di essere un glottologo o un dialettologo in quanto il mio dialetto è quello della mia gente che mi ha insegnato ad essere leale, orgoglioso delle mie origini, onesto ed attaccato alle mie radici di cui vado fiero. E mi appartengono non solo la lingua dialettale ma anche le filastrocche, i proverbi, i canti e i soprannomi. I proverbi scaturiti dal comportamento dell’uomo, dagli episodi di vita vissuta, dalla situazione economica e così via. Il proverbio: Ppi manganza ri uommini fecini a tata sinnicu”, ha origine molto lontana. Infatti, anticamen, la funzione di primo cittadino veniva assegnata, alla persona istruita capace di operare scelte sagge e di difendere e far progredire la propria comunità. Qualche volta, capitava che non ci fossero cittadini con queste qualità e allora si era costretti a scegliere uomini che non erano in grado di amministrare la cosa pubblica per il bene del paese ed ecco spiegato il significato del proverbio. N’addora e nu feti richiama alla mente il canto III dell’Inferno di Dante “ Non ragioniam di loro ma guarda e passa “ così dice Virgilio nel parlare degli ignavi considerati esseri spregevoli, per cui invita il Sommo poeta a guardarli senza soffermarsi, a non degnarli di interesse e di compassione come meriterebbero anche le persone ignave del nostro tempo. E che cosa ci vogliono insegnare i proverbi Jà sulu nu cavaddu r’apparata, La suparbia partihu a cavaddu e turnau a l’apperu, chi si vanda sulu sulu nu vali mangu nu fasulu ci parlano del pericolo della presunzione e ci invitano ad essere umili. Questi proverbi ci insegnano una cosa molto semplice che chi ha la presunzione di sapere, di giudicare l’altro o di essere il depositario di tutto lo scibile umano è un povero illuso. E richiamano alla mente anche la massima di Socrate: So di non sapere, il quale poneva domande, parlava con i giovani, con i nobili ma proprio le sue domande per la loro semplicità, per la loro schiettezza demolivano le certezze dei suoi interlocutori, li costringevano a confrontarsi, a dubitare, a riflettere.  Aveva smascherato i politici corrotti e i cattivi maestri che dispensavano false verità e falsa conoscenza, perciò fu condannato a morte. L’intelligenza è scomoda come il pensiero libero, per cui gli uomini liberi sono messi alla gogna, disprezzati, emarginati come avviene anche oggi perchè turbano il sonno delle masse, mettono in dubbio l’autorità e svelano i loro inganni, perciò, cari giovani studiate, se volete essere cittadini liberi e non servi. E di essere pensanti ne abbiamo proprio bisogno altrimenti la nostra amata e cara Italia sarà destinata a un inevitabile declino economico, culturale e sociale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *