Di Davide Migliore
L’alba del 2026 segna uno dei momenti più critici della storia diplomatica contemporanea. Con un’operazione militare fulminea che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, Donald Trump ha rotto ogni indugio, scavalcando i canali multilaterali e innescando una crisi globale dalle proporzioni imprevedibili. Per molti analisti, l’attacco alla sovranità venezuelana non è un episodio isolato, ma la brutale evoluzione di una dottrina politica basata sulla forza unilaterale e sul totale disprezzo per il protocollo diplomatico.
La violazione dei diritti internazionali
L’intervento in Venezuela solleva questioni giuridiche pesantissime. Esperti di diritto internazionale e le stesse Nazioni Unite sottolineano come l’azione guidata dalla Casa Bianca configuri una violazione palese della Carta dell’ONU, che proibisce l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato.
La cattura di un capo di Stato in carica, pur se contestato, rappresenta un precedente pericoloso:
- Violazione della sovranità:L’azione ignora il principio di non ingerenza negli affari interni di una nazione sovrana.
- Aggressione illegale:In assenza di un mandato del Consiglio di Sicurezza o di un’evidente legittima difesa, l’operazione viene definita da molti giuristi come un atto di aggressione.
- Danni collaterali:Le vittime civili e il caos istituzionale generato sono stati già denunciati dalle principali organizzazioni per i diritti umani come crimini che minano le fondamenta stesse della convivenza globale.
Il tramonto dei blocchi: il caso BRICS
L’attacco statunitense ha agito anche come reagente chimico, svelando la fragilità delle alleanze alternative. Il blocco dei BRICS, che per anni ha cercato di proporsi come contrappeso all’egemonia occidentale, appare oggi politicamente estinto o quanto meno paralizzato.
Mentre Mosca e Pechino hanno condannato l’attacco come “un atto di pirateria moderna”, altri membri del gruppo hanno mantenuto un silenzio assordante o hanno assunto posizioni ambigue, dettate da interessi economici divergenti e dalla dipendenza dai mercati americani. La mancanza di una risposta coesa e la frammentazione delle posizioni interne dimostrano che il fronte della “multipolarità” è incapace di trasformarsi in un attore geopolitico solido di fronte alle crisi di sistema.
Un’eredità di tensione
Il mondo non ha dimenticato i precedenti: l’attacco mirato all’aeroporto di Baghdad e le ombre dell’assalto al Campidoglio nel 2021 restano ferite aperte che testimoniano una strategia della tensione volta a scardinare gli equilibri democratici e internazionali. Oggi, come allora, la prepotenza bellica sembra voler sostituire il dialogo, portando il caos direttamente nei palazzi del potere, da Washington a Caracas.
Il 2026 si apre dunque sotto il segno dell’incertezza. Sebbene tra le macerie della diplomazia divampi la disperazione, resta l’auspicio che la comunità internazionale riesca a imporre una de-escalation, riaffermando che il diritto e il buon senso devono prevalere sulla logica della forza pura.