Aldo Bianchini
SALERNO – Nel difficile racconto della cronaca giudiziaria, credetemi, cerco sempre di non contraddirmi, soprattutto quando trancio dei giudizi che sanno di pregiudizio nei confronti degli inquirenti (magistrati e investigatori) che partono in quarta e poi, inevitabilmente, sbattono contro la dura realtà dei processi e dei collegi giudicanti.
E detti inquirenti vanno comunque e sempre avanti, a testa bassa ed a muso duro nonostante le pesanti frustate che puntualmente ricevono dai collegi sereni e molto più capaci dei singoli pubblici ministeri e dei diversi e variegati investigatori con il vizietto di redigere i rapporti pensando di scrivere le sentenze.
Lo dico con sincerità che avevo sperato molto nell’azione decisa, precisa, professionale e puntuale dell’ex capo della Procura Giuseppe Borrelli (a Salerno dal 2020 al 2025) che aveva prima creato un ampio pool di sostituti per seguire simultaneamente diverse inchieste giudiziarie di prima importanza ed aveva fatto nascere, poi, casi come: Super Job Search – Poker – Criniera – Ghost Roads – Perseo – Sarastra – Linea d’ombra – Cava Connection – Alemanno/Citarella – Farmacie intercomunali – Sistema Salerno (Coop e varie) – Sistema Cilento (il caso Franco Alfieri) – Pagani oggi – Caso Valva e Omicidio Vassallo; fino a mettere in piedi nel dicembre del 2021 l’impianto accusatorio complesso che io definii subito “L’Albero di Natale” come contraltare all’albero che proprio quel giorno di dicembre Vincenzo De Luca aveva acceso in Piazza Portanova.
Un albero virtuale nella stanza del capo con tante palline sui rami e con un puntale alla sommità che, probabilmente, rappresentava la figura del kaimano De Luca che da oltre trent’anni comanda Salerno.
Sembrava un albero possente, inattaccabile e molto penetrante, tanto da far pensare a tutti in quel dicembre 2021 che l’intera amministrazione comunale (e con essa tante altre realtà) potesse essere ridotta al tappeto e letteralmente smantellata; l’albero è però presto diventato uno “spelacchio” (come l’albero di Natale di Roma di qualche anno fa) e la Procura new age ha ripetuto gli errori di sempre.
E Borrelli ci ha lasciato, in eredità, la stessa identica Salerno dei primi anni ’90, come quella descritta dall’allora gip Mariano De Luca nella famosissima ordinanza del 21 settembre 1992.
La recente conclusione in primo grado del processo al Sistema Salerno (quello delle Cooperative Sociali con gli arresti clamorosi dell’11 ottobre 2021 (tra gli altri Vittorio Zoccola e Nino Savastano) mi da la possibilità di approfondire alcuni elementi del processo che ha registrato l’assoluzione con formula piena del consigliere regionale Nino Savastano e della ridicola condanna a due anni (per una molto presunta turbativa di gara) di Vittorio Zoccola.
Processo Savastano – Zoccola:
Lunedi 26/01/26 è stato assolto dal Tribunale di Salerno, Giovanni Savastano, per fatti risalenti alla sua carica di assessore alle Politiche Sociali presso il Comune di Salerno. L’accusa era quella di essersi fatto corrompere da un imprenditore e di aver “caldeggiato” due delibere Comunali relative alle proroghe di servizi pubblici. Dopo pochi giorni dall’arresto di Savastano emergeva in modo chiaro la insussistenza del quadro indiziario, in quanto non era indicata la condotta con la quale l’allora assessore avrebbe favorito chicchessia. Inoltre le delibere oggetto di contestazione erano state proposte dal Sindaco, passate al vaglio del segretario generale e sottoscritte da tutta la Giunta. In più Savastano non era neanche l’assessore di riferimento.
Il pensiero dell’avv. Giovanni Annunziata (pool difensivo di Savastano): È bene ribadire che la misura cautelare degli arresti domiciliari applicata a Giovanni Savastano ha avuto una vita decisamente lunga e, sebbene la difesa, avesse impugnato sistematicamente la misura, questa è stata confermata sia dal Gip che dal Tribunale del Riesame. La riflessione che pone questa vicenda attiene totale mancanza di coordinamento, nel nostro sistema processuale, tra la misura cautelare – durante la fase delle indagini – e la valutazione nel merito delle prove. Il quadro indiziario posto a base della misura cautelare si è rivelato, in fase dibattimentale, del tutto inconsistente. Non è concepibile, se non in una logica di un’estrema eccezionalità e straordinarietà, che un cittadino, ancorchè personaggio politico, possa vedere sottratta la propria libertà personale per ben 9 mesi, e vedere, quindi distrutta la propria carriera politica, da una fase cautelare che dovrebbe, invece, avere vita sussidiaria rispetto a un processo che – tuttavia – riconosce l’assoluta estraneità dell’imputato ai fatti a lui contestati. E allora ci si chiede se il potere discrezionale sulla base del quale viene emessa una misura cautelare debba essere oggetto di un intervento da parte del Legislatore per evitare situazioni come queste, alle quali, purtroppo, siamo abituati. Ricordiamo che la misura cautelare dovrebbe rappresentare sempre l’estrema soluzione a tutela di esigenze che, spesso, finiscono per rispondere più ad un asettico richiamo formale, che ad una concreta valutazione operata dal magistrato, rispetto ad esigenze che non potrebbero essere tutelate diversamente se non con l’estremo sacrificio della privazione della libertà personale. Tutto ciò diventa opinabile allorquando tale estremo sacrificio viene utilizzato a presidio di una prognosi di responsabilità che viene, poi demolita, a dibattimento. In uno Stato di diritto questi segnali sono da analizzare in quanto, se è pur vero che il potere discrezionale del Magistrato è, e rimane, un presidio di legalità e di corretta applicazione del diritto, tuttavia, qualche intervento sulla necessità di rendere oggettivamente più concreta la valutazione sulle singole esigenze cautelari e più stringente il richiamo ad una motivazione adeguata rispetto all’esistenza di queste ultime, diventa fortemente auspicabile, in quanto la misura cautelare, che ci piaccia o no, finisce per essere un’anticipazione di pena e, di fatto, è accaduto che Giovanni Savastano ha patito una pena per un reato che non ha mai commesso. Al di là della polemica attuale sulla riforma del ruolo del PM ritengo che sia fondamentale da parte del Legislatore offrire maggiori elementi tecnici per consentire agli operatoti un adeguamento concreto della disciplina delle misure cautelari nel nostro ordinamento, che dia priorità all’accertamento dei fatti e tenga maggiormente conto della drammaticità degli effetti di una misura cautelare e, quindi, della privazione della libertà personale ad un soggetto che, dopo anni di processo, viene assolto da tutte le contestazioni.
Nella prossima puntata cercherò di analizzare la condanna che, nell’ambito dello stesso processo, ha inflitto a Vittorio Zoccola due anni di reclusione per turbativa di gara.