da Angelo Andriuolo
TEGGIANO – La cerimonia di presentazione dell’ultimo lavoro di Paolo Manzione si è svolta, nel pomeriggio di venerdì 16 scorso a Teggiano nella splendida cornice del Complesso Monumentale della Santissima Pietà. Si respira ancora un’ aria antica e benefica in quella che era la chiesa prediletta dei Sanseverino, nobile famiglia di stirpe normanna che resse per lungo tempo la Signoria di Diano e il Principato di Salerno; come antico è il profumo della cultura che promana dalle pagine di questo splendido romanzo.
L’evento, organizzato da Mōre Dianense – Associazione per la studio e la promozione della lingua e della Cultura Locale – e dal Dipartimento di Studi Umanistici (DipSUm) di UniSa, con il Patrocinio del Comune di Teggiano, oltre che dell’ autore, ha visto la partecipazione del sindaco Michele Di Candia, della Prof. Carolina Stromboli, docente di Linguistica Italiana e di Dialettologia Italiana in UniSa, nonché del dr. Vincenzo Andriuolo e della prof. Concettina Di Mieri, rispettivamente Presidente e Segretario della Associazione.
Ad introdurre e coordinare i Lavori, Rocco Colombo, presidente dell’Associazione Giornalisti Vallo di Diano, il quale ha sottolineato i lusinghieri risultati prodotti dall’impegno che già da qualche anno Mōre Dianense profonde nello sviluppo culturale e nella promozione di lavori in lingua locale, la gran parte dei quali ha trovato posto nella omonima collana promossa dall’editore Giuseppe De Nicola ed ottenuto lusinghieri riconoscimenti anche a livello nazionale.
È stata poi la volta del Sindaco che ha sottolineato il ruolo di leva strategica che per la amministrazione comunale la cultura ha nella crescita e nello sviluppo del territorio: Teggiano ha una storia importante che va salvaguardata e il romanzo di Paolo è uno strumento prezioso, così come gli altri lavori sino ad ora prodotti sotto l’egida di More Dianensae.
Vincenzo Andriuolo, nel suo intervento, ha evidenziato il profondo legame che stringe il romanzo di Paolo Manzione con i lavori di poesia in vernacolo di Salvatore Gallo e di Enza Morena e con gli studi di socio linguistica sul dialetto di Teggiano del Prof. Giuseppe Mea. Ma ha anche stigmatizzato il ruolo che vi svolge il ricordo, “… il ricordo – ci rammenta Paolo con la sua narrazione … non è solo immagini, oggetti, voci. Ma anche recupero di forme e modalità di espressione della parlata vernacolare … una lingua che non è solo lessico, ma anche sintassi e morfologia: perché non di rado proprio in queste ultime è custodito il senso, il significato culturalmente rilevante …”.
La prof. Di Mieri, concentrando il suo intervento sulla struttura narrativa, ha evidenziato come il carattere realistico ed intimistico di questo romanzo faccia da straordinario e efficace sfondo alla descrizione di una serie di istituti della cultura contadina, tra i quali spicca quello del masciatàru “… l’ambasciatore fidato che doveva palesare alla famiglia della ragazze le intenzioni dell’aspirante fidanzato …“ in epoca in cui uno dei pochi luoghi di distrazione e socializzazione era costituito dalla candìna “… dove si poteva solo consumare del vino spesso annacquato dal cantiniere e giocare a carte …”.
La professoressa Stromboli, colpita dal “… piccolo mondo antico di cui Paolo Manzione ci fa rivivere le atmosfere e le sensazioni …”, ha soffermato la sua attenzione sulle parole del lessico quotidiano e sulle locuzioni vernacolari, che, seppur non molto numerose, danno sostanza al testo.
Si tratta – ha precisato – di tutto ciò che i linguisti racchiudono nel concetto di realia, ovvero termini che designano realtà strettamente legate al contesto locale e che non sempre hanno un corrispettivo in altre in altre lingue a partire dall’ italiano. E sono – continua la professoressa Stromboli – “ … soprannomi spesso parlanti come … bbacchetta o fuji-fuji …”, parole del lessico materiale quali “… mmòmmila per anfora panciuta per l’acqua … piattàru per espositore di piatti e pentole in rame … travvaccatùra per bestia da soma bardata …” ecc.. Tutti elementi, ha concluso la prof., che ci permettono di riflettere su usi, costumi, tradizioni “… che non ci sono più ma che grazie a questi racconti non saranno persi per sempre.”.
Ha chiuso, tra gli appalusi di un pubblico sempre attento e partecipe ad ogni passaggio, l’autore che, schietto quasi timoroso, ha assicurato di non aver “… inventato nulla … i protagonisti , i mestieri , i soprannomi erano lì, li ho conosciuti tutti … e spesso di notte mi tornano alla mente, rivivo le scene, risento le voci … e, spinto da un impeto irrefrenabile, apro il portatile e scrivo quel che vedo, sento e vivo …”.