da Angelo Andriuolo
TEGGIANO – È una fredda e nebbiosa mattina d’inverno. Mi sono appena incamminato, quasi alla cieca, sul bordo di una cunetta nella brulla campagna di Teggiano, ed una sagoma scura si staglia: distinguo appena il cappello a larghe tese nel denso grigiore che lentamente degrada. Poi l’inconfondibile pizzetto oramai sale e pepe ed il sorriso ampio e sincero.
“Benvenuto, Angelo!” mi fa Cono Cimino stringendomi forte la mano. Ci avviamo verso casa sua, già ragionando, pur senza averlo concordato, della sua ultima fatica: il Calendario 2026 sottotitolato “Cundi, stornelli e versi in dialetto teggianesi per i 12 mesi dell’anno”. Il suo almanacco – mi spiega compassato – non poteva che essere scritto nella lingua degli avi; e non per mero esercizio di nostalgia, ma perché nessuna altra formula comunicativa “ … può rendere compiutamente l’essenza più intima della cultura contadina della nostra gente, la natura delle norme non scritte che regolavano le relazioni sociali, le arti ed i mestieri …”. È, a ben riflettere, l’evidenza che aveva portato Pier Paolo Pasolini a teorizzare la sostanziale intraducibilità dei dialetti.
E mentre lui continua a parlare sgranando, quasi in lucida trance, il rosario di quei soprannomi, che spesso avevo sentito descrivere da mio padre, una serie di istantanee scorre davanti ai miei occhi. Una teoria di personaggi si materializza: Viciènzu lu furgiàru, Filìci ri chjandamilùni, Màstu Fònzu lu sillàru, Bbiasìnu ri lu Bbrùttu, Ggimìnu ri Pignàta, Zi’ Pèppu ri Chjòrra. Quei soprannomi che la professoressa Carolina Stromboli – eminente dialettologa e linguista dell’ Ateneo Salernitano nonché componente dell’Organismo tecnico-scientifico di Mōre Dianense – ha definito parlanti, in un recente evento tenutosi proprio a Teggiano.
Scopro così la magia del vernacolare cùndu, che non è solo racconto fatto dal vate ai bambini, raccolti in religioso silenzio, nelle fredde serate di inverno al tepore del focolare; oppure in estate sull’uscio della casa od all’ombra di un olmo frondoso. È mezzo, primo e straordinariamente efficace – spiega il nostro –, di trasmissione del sapere antico, di ammaestramento e di crescita.
Continuerei ad ascoltarlo ancora per ore; ma è oramai tardi. “Come a te, a tutti auguro – conclude, mentre mi porge una copia del suo prezioso almanacco – almeno … na nzènga ri còsa”. E mentre ci salutiamo con un abbraccio schietto e sincero, capisco che in quella formula c’è l’invito non tanto ad “accontentarsi del poco” ma piuttosto alla assunzione della consapevolezza che solo la comunità si prende sempre cura di ciascuno.
Un ultimo cenno di saluto e mi avvio ad incontrare un altro splendido cantore del vernacolo dianese.