Aldo Bianchini
SALERNO – Avendo molto tempo libero a disposizione in questo periodo di mia personale lunga convalescenza cerco di seguire al meglio delle mie possibilità tutti, o quasi, i grandi talk televisivi nazionali incentrati soprattutto sui vari colori della cronaca.
Mercoledì 4 febbraio scorso seguendo “Ore 14”, un programma di Rai/2 condotto ogni giorno dal lunedì al venerdì da Milo Infante e con puntata speciale la sera del giovedì “Ore 14 di sera”, mi ha colpito una frase pronunciata dalla giornalista Rita Cavallaro de Il Tempo: “Le scarcerazioni di Torino dopo i gravissimi fatti di sabato scorso non sono altro che la più plastica delle dimostrazioni di quanto ormai sia ampio il distacco tra la magistratura e l’opinione pubblica”.
Parole secche e semplici che sottoscrivo e faccio mie.
Se la giustizia, rifletto, è amministrata per conto del popolo e se tra la giustizia e il popolo (immaginario collettivo e/ opinione pubblica) la voragine si fa sempre più ampia e incolmabile vuol dire una sola cosa e cioè che la giustizia è amministrata malissimo dai giudici. E questo è un fatto gravissimo per la stabilità istituzionale dell’intero Paese.
La gip del Tribunale di Torino, Irene Giani, nelle sue tre ordinanze pur avendo riconosciuto: “”Una vera e propria guerriglia urbana innescata da un gruppo facinorosi travisati», circa 1500, preceduta da un’azione evidentemente preordinata e organizzata”” ha mandato a casa i tre arrestati; uno ai domiciliari e gli altri due a piede libero con obbligo di firma.
A ben leggere gli stralci dell’ordinanza pubblicati dai giornali, si ha la netta sensazione (almeno così io la recepisco) che la gip nella prima parte non potendo negare l’evidenza delle immagini e dei fatti descrive anche con minuziosità i fatti accaduti, ma nella seconda assume un atteggiamento con la pratica liberazione degli arrestati (e non mi si venga a dire e ripetere che i domiciliari sono come il carcere) quasi come una risposta piccata alla chiamata alle sue responsabilità da parte della Meloni nei confronti della magistratura invitata a dare il suo contributo: insomma quasi come dire tu fai la presidente del Consiglio ma qui comando io; peccato, non funziona così.
Ora si può filosofeggiare quanto si vuole sull’interpretazione della legge, e sicuramente la Giani lo ha fatto dall’alto della sua intoccabile indipendenza ed autonomia, che se letta peculiarmente ed in maniera assolutamente forzata porta a queste sue comandate conclusioni; rimane però esposto un quadro poco piacevole per l’osservatorio dell’immaginario collettivo (il popolo !!) che dopo quanto accaduto sui marciapiedi di Torino sicuramente si aspettava una conclusione ben diversa con il trattenimento dietro le sbarre dei tre delinquenti, non dico all’ergastolo ma almeno per un paio di mesi in modo da dare loro la possibilità di capire che non c’è impunibilità; sarebbe servito come deterrente per il futuro e come fiducia nei riguardi del popolo che, come detto, capisce sempre di più che la giustizia non è amministrata a suo nome; e si allontana inevitabilmente da questi schemi di visione molto personalistica e filosofica della stessa giustizia.
Capisco che viviamo in un Paese sommerso, ormai, da un groviglio di migliaia di leggi e da milioni di decreti applicativi; capisco anche che in questo Paese per colpa dell’ingorgo legislativo tutti hanno ragione; e ritengo che per uscirne sarebbe sufficiente da parte dei pubblici ministeri, dei giudici, degli avvocati difensori e dei politici un maggiore riferimento e rispetto della lucida e cruda realtà delle immagini per avviarci tutti finalmente verso una rinuncia della passione tutta italiana che vede la filosofia prevalere sempre e comunque sulla logica.
Anche perché siamo di fronte ad un problema molto grave che è rappresentato dalla guerriglia urbana che, non moltissimi anni fa, portò il Paese sull’orlo dell’abisso scansato miracolosamente grazie alle leggi speciali approvate da tutti (anche se poi alcune di esse sono rimaste inopinatamente in piedi).
Ora, però, lo spazio di azione è troppo stretto e chiunque decide qualcosa finisce, per gli altri, di sbagliare ed essere famelicamente attaccato perché la politica è fatta così. Le stesse ultime regole inserite nell’ennesimo decreto sicurezza faranno un buco nell’acqua se la filiera (politica – magistratura – avvocatura – opinione pubblica) si inceppa da qualche parte della corta catena.
Chiudo esprimendo tutta la mia delusione per quanto dichiarato, in quella trasmissione di Infante, dall’avv. Gian Ettore Gassani (salernitano doc) circa la giustezza della decisione della gip di Torino; purtroppo anche Gassani si è fatto coinvolgere e trascinare in quel gorgo informe di filosofeggiamento che è la causa primaria di tutte le brutture della giustizia di oggi; sono davvero lontanissimi i tempi delle sue prime performance televisive, fatte con me sulle frequenze di Quarta Rete, quando lanciava da Salerno la sua idea vincente in campo nazionale dell’associazione degli avvocati matrimonialisti che presiede con successo.