Pinźànni pinźànni … Le armonie di Enza Morena tra Dialetto teggianese e Italiano

 

 

da Angelo Andriuolo

 

È  trascorso un po’ di tempo da quando ho assistito, nel complesso monumentale della SS Pietà in Teggiano, alla presentazione della prima fatica letteraria di Enza Morena, una delle più belle voci della poesia vernacolare locale. La sua “Pinźànni pinźànni: l’anima antica ed altri pensieri”  è una silloge di poesie accolta nella collana “Mōre Dianense” che l’editore napoletano Giuseppe De Nicola ha dedicato alla omonima associazione culturale teggianese, della quale la nostra è co-fondatrice.

Le ho preannunciato la mia visita per telefono.  Arrivo mentre una pioggerella fine cade incessante e porta uggia;  il freddo è pungente, eppure la trovo ad attendermi sull’uscio della sua casa immersa nella campagna ai piedi del colle di Teggiano, ove tra i prevalenti toni grigi e marroni il verde timoroso già si affaccia.

Mi accoglie con un sorriso genuino; con gesto della mano fermo e cortese mi invita ad entrare. Subito mi avvolge il tepore della fiamma del camino che riscalda ed illumina l’ampio soggiorno; e, mentre ci sediamo, “È lui la mia musa ispiratrice” mi dice la mia ospite con gli occhi che le brillano. Ma il mio sguardo è già preso dal movimento della fiamma  che promana dal ceppo, lu strippònu in dialetto teggianese, come la nostra  precisa subito.  È ipnotica quella delicata lingua di fuoco, pare muoversi sempre più lenta; ondeggia al ritmo del crepitio creando così una melodia che è visiva e sonora al tempo  stesso:  “Perché è il camino che mi  riconnette – continua Enza, quasi interpretando i miei pensieri – ai ritmi più lenti ed originari dei miei avi distaccandomi da quello frenetico di oggi, che sento estraneo”.

Mi recita, con istintivo trasporto quasi a dar conto di questa intima connessione, i primi versi di Quànnu nònna facìa lu ppànu. E, mentre l’ascolto,  il mio pensiero va immediatamente al proemio – in cui espone la  genesi ed il  senso della sua poetica –  e ad alcuni degli affascinanti componimenti di questa opera prima: Finistèu,  Sagliènni ppì lu chjàju a mòndu, Sòpa lu pòndu ri lu Jùmu, Li zìti,  Ngèrca ri furtùna  per finire alla splendida A mio padre.  In essi si ritrova la traccia di un’ anima contadina, ancestrale e folclorica, assolutamente separata dai segni del presente, della modernità. E non solo quando vengono riproposti i riti ed i miti del passato, ma anche quando affiorano temi della attualità.  Mai il componimento perde di musicalità o di efficacia evocativa neanche quando  il registro linguistico passa dal vernacolo dianese all’italiano; né quando, come nella particolarissima  Lu puòrcu… chi lu cànda e cchi lu cònda, la nostra fonde, con sapiente maestria, prosa e poesia.

Forse è quest’anima che ha mosso la giuria del Premio Letterario Nazionale “Salva la tua lingua locale” –  organizzato da UNPLI, ALI e Centro Internazionale Eugenio Montale – ad annoverare il suo lavoro tra i primi dieci della XIII edizione. E lei mi mostra, senza artefatta ritrosia ma con pudore dal sapore antico,  la targa consegnatale per la occasione il 5 dicembre scorso a Roma nella Sala della Protomoteca in Campidoglio.

Ad Enza Morena mi unisce  un legame di sangue: la sua nonna materna e la mia bisnonna paterna erano sorelle. Una sola generazione ci separa; eppure il suo spirito mi appare legato ad un passato da me lontanissimo, ma che lei ha già consegnato integro ai posteri.

Ci lasciamo con un abbraccio, nell’ attesa di altri splendidi versi

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