NOTA della redazione: Arriva puntuale quella che appare come una risposta dell’avv. Cecchino Cacciatore (sostenitore del SI) all’avv. Guglielmo Scarlato (sostenitore del NO).
Avv. Cecchino Cacciatore (avvocato) — Legge elettorale e separazione delle carriere sono riforme diverse. E nessuna maggioranza parlamentare potrà controllare la magistratura.
Si sostiene che non saremmo davanti a una riforma, ma a uno spostamento di potere. Si afferma che la nuova legge elettorale, insieme al referendum sulla giustizia, produrrebbe una concentrazione dell’autorità nelle mani dell’esecutivo, fino a mettere sotto controllo Parlamento, organi di garanzia e magistratura.
È una costruzione suggestiva, ma fondata su un equivoco di fondo: la confusione tra due piani completamente diversi.
La nuova legge elettorale e la riforma della separazione delle carriere non sono parti di un unico disegno di concentrazione del potere.
Sono riforme autonome, che rispondono a problemi diversi.
Confonderle significa sommare artificiosamente effetti che nella realtà non si sommano.
È come mettere insieme pere e mele e sostenere che formino un unico frutto.
La legge elettorale riguarda il modo in cui si elegge il Parlamento.
La separazione delle carriere riguarda l’organizzazione della magistratura.
Non esiste alcun legame tecnico necessario tra le due riforme.
La prima incide sul rapporto tra elettori e rappresentanti.
La seconda incide sul funzionamento dell’ordine giudiziario.
Sovrapporle serve solo a costruire uno scenario di allarme che non trova riscontro nella struttura concreta delle riforme.
LA LEGGE ELETTORALE NON CREA UN POTERE ASSOLUTO
Si sostiene ancora che, il nuovo sistema elettorale produrrebbe una “maggioranza artificiale” capace di dominare gli organi costituzionali.
Ma basta guardare con precisione alla riforma per capire che questa tesi è forzata.
Il sistema in discussione è un proporzionale con premio di maggioranza, assegnato alla lista o coalizione che superi il 40% dei voti, con una soglia di sbarramento al 3%.
Se nessuno raggiunge il 40%, è previsto un ballottaggio tra le prime due forze, purché entrambe superino il 35%; in caso contrario il sistema torna proporzionale.
Il premio di maggioranza viene attribuito tramite listini aggiuntivi, per un totale di circa il 57% dei seggi.
Questo sistema non garantisce affatto il controllo assoluto delle istituzioni.
Al contrario:
- il premio scatta solo oltre il 40%;
- se nessuno raggiunge la soglia, si va al ballottaggio;
- se le condizioni non si verificano, torna il proporzionale.
Non si tratta di una macchina per produrre maggioranze precostituite.
Si tratta di uno strumento per evitare l’ingovernabilità.
Nemmeno la critica secondo cui il premio consentirebbe di eleggere da soli il Presidente della Repubblica è fondata in termini assoluti.
L’elezione del Capo dello Stato richiede comunque:
- maggioranze qualificate nei primi scrutini,
- voto segreto,
- partecipazione dei delegati regionali.
La storia repubblicana dimostra che queste variabili rendono impossibile un controllo automatico dell’elezione.
Il premio di maggioranza serve a governare, non a controllare gli organi di garanzia.
LE LISTE BLOCCATE NON CONSEGNANO IL PARLAMENTO AL GOVERNO
Si sostiene che le liste bloccate consentirebbero all’esecutivo di scegliere i parlamentari “uno per uno”.
Ma questa è una rappresentazione politica, non una descrizione giuridica.
La selezione dei candidati è sempre stata una funzione dei partiti.
E resterà tale indipendentemente dal sistema elettorale.
Il Parlamento non diventa proprietà del Governo perché i candidati sono scelti dai partiti.
Il Governo dipende comunque dalla fiducia parlamentare.
Il rapporto costituzionale resta invariato.
LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE NON METTE LA MAGISTRATURA SOTTO CONTROLLO
Si afferma inoltre che attraverso il referendum sulla giustizia la politica potrebbe dominare l’autogoverno della magistratura.
Ma qui il confronto con i dati reali è decisivo.
Secondo la riforma della separazione delle carriere:
CSM dei Pubblici Ministeri
- 10 magistrati eletti o sorteggiati
- Primo Presidente e Procuratore Generale della Cassazione membri di diritto
- 5 membri laici
Risultato: 12 togati contro 5 laici
CSM dei Giudici
- stessa proporzione:
12 togati contro 5 laici
Alta Corte disciplinare
- 9 magistrati di Cassazione
- 3 membri nominati dal Presidente della Repubblica
- 3 membri eletti dal Parlamento
Risultato: 12 componenti non politici contro 3 politici
Questi numeri sono decisivi.
Non esiste alcuna possibilità materiale, tecnica o operativa che la politica possa controllare l’autogoverno della magistratura.
Nemmeno ipoteticamente.
In tutti gli organi la maggioranza resta nettamente togata.
Non solo:
- i magistrati togati sono la maggioranza qualificata
- i membri di Cassazione hanno altissima esperienza
- il Presidente della Repubblica resta garante dell’equilibrio
- le decisioni restano collegiali
Non c’è alcuna subordinazione.
Non c’è alcuna presa di controllo.
C’è soltanto una presenza laica prevista dalla Costituzione.
IL SORTEGGIO NON CREA MONADI DEBOLI
Si sostiene che i magistrati sorteggiati sarebbero isolati e vulnerabili.
Ma questa è una lettura rovesciata.
Il sorteggio serve proprio a ridurre la forza delle correnti organizzate.
Riduce la formazione di blocchi stabili.
Rende più difficile ogni forma di controllo.
Il magistrato sorteggiato non è più debole.
È più indipendente.
NON MI PIACE QUESTA LEGGE ELETTORALE. E PROPRIO PER QUESTO VOTO SÌ AL REFERENDUM
C’è però un punto che voglio affermare con assoluta chiarezza.
Questa ipotesi di riforma elettorale non piace nemmeno a me.
Non condivido le liste bloccate.
Non condivido l’idea di ridurre ulteriormente il voto diretto.
Non condivido l’impostazione complessiva del sistema.
Se si voterà sulla legge elettorale, io voterò contro.
Lo dico senza ambiguità.
Ma proprio per questo motivo rifiuto radicalmente il ragionamento che pretende di collegare la legge elettorale al referendum sulla separazione delle carriere.
Perché sono due cose diverse.
Completamente diverse.
Non si può votare su una riforma della magistratura per reagire a una riforma elettorale.
Non si può respingere una riforma perché non piace un’altra riforma.
Non si può trasformare un referendum sulla giustizia in un referendum sulla politica.
Io posso contemporaneamente:
- votare SÌ alla separazione delle carriere
- votare NO alla riforma elettorale
Senza contraddizione.
Anzi, proprio perché distinguo le due cose.
Chi le confonde non difende la Costituzione.
Semplicemente mescola problemi diversi.
Non dimentico di essere figlio della ragione dell’ Illuminismo e abdicare al raziocinio.
SI PUÒ VOTARE SÌ SENZA CONFONDERE LE RIFORME
Molti elettori esitano perché vedono nelle riforme un unico progetto politico.
Ma questa identificazione è sbagliata.
Si può essere favorevoli alla separazione delle carriere anche avendo dubbi sulla legge elettorale.
Si può sostenere il referendum senza sostenere il governo.
Si può votare Sì per convinzione giuridica e garantista.
Come ha scritto un autorevole penalista:
“Non voterò contro innanzitutto perché, da penalista di vocazione garantista, mi viene difficile oppormi a una prospettiva di rilancio del garantismo…
ritengo che la riforma Nordio, pur con i suoi aspetti discutibili, serva appunto a smuovere le acque… a promuovere cambiamenti seppure non esenti da qualche rischio.”
È una posizione limpida.
Non ideologica.
E soprattutto consapevole che il cambiamento non coincide con la concentrazione del potere.
PROPOSTE E PROPONENTI
Molti elettori sono indecisi non per il merito della riforma, ma per diffidenza verso chi la propone. Non discutono tanto la separazione delle carriere in sé, quanto l’affidabilità politica di chi oggi la sostiene. È un dubbio legittimo, perché nelle democrazie mature la fiducia nelle istituzioni e nei governi non è mai cieca. Tuttavia è un dubbio che non può diventare criterio esclusivo di giudizio, perché un referendum non è un voto di fiducia a un governo, ma un giudizio su una norma.
Il referendum non chiede se si approva una maggioranza politica, ma se si ritiene giusta o sbagliata una determinata riforma. Trasformare un referendum in un plebiscito pro o contro il governo significa snaturarne la funzione costituzionale.
Già nell’antichità si poneva lo stesso problema.
Eschine ricordava ai giudici ateniesi un episodio spartano: un uomo dalla reputazione discussa aveva presentato una proposta ritenuta valida, e l’assemblea era pronta ad approvarla. A quel punto un anziano invitò un cittadino di costumi irreprensibili, ma privo di eloquenza, a ripetere la stessa proposta. L’assemblea finì per approvarla senza esitazione.
La morale era semplice e profondissima:
si possono respingere gli uomini senza respingere le idee.
Il punto non era salvare l’oratore, ma salvare la proposta.
Questo insegnamento conserva ancora oggi un valore attuale.
Una proposta non diventa sbagliata solo perché sostenuta da qualcuno che non convince. Se così fosse, nessuna riforma sarebbe mai possibile, perché ogni riforma nasce inevitabilmente dentro uno scontro politico.
In realtà la separazione delle carriere non è una proposta di parte, né nasce oggi. È un tema discusso da decenni, sostenuto nel tempo da giuristi, magistrati, avvocati e studiosi di orientamenti molto diversi. Non appartiene a un governo né a una stagione politica: appartiene a un dibattito lungo e complesso sulla struttura del processo penale.
Per questo motivo chi è indeciso non dovrebbe chiedersi chi propone la riforma, ma se la riforma sia giusta o sbagliata nel suo contenuto.
Si può essere critici verso il governo e favorevoli alla separazione delle carriere.
Si può diffidare della maggioranza politica e tuttavia riconoscere che una riforma sia utile.
Si può votare Sì senza aderire a nessuna bandiera.
Anzi, in un certo senso è proprio questo il significato più autentico del referendum: la libertà di giudicare una proposta indipendentemente da chi la sostiene.
Chi è convinto del No voterà No.
Ma chi è indeciso solo per diffidenza verso i proponenti ha una ragione seria per votare Sì.
Perché una proposta non diventa sbagliata solo per il fatto che qualcuno non piace.
E soprattutto perché non si può rinunciare a valutare una riforma nel merito per timore di scenari immaginati o per sfiducia preventiva verso chi l’ha promossa.
Altrimenti il referendum smette di essere uno strumento di decisione razionale e diventa soltanto un voto emotivo.
E allora davvero si rischia di restare bloccati ancora una volta — non per ragioni giuridiche o costituzionali — ma per fedeltà a un pregiudizio. O a scenari da veggenti.