Aldo Bianchini
SALERNO – Esiste un avverbio di affermazione “NI” che per la sua stessa genesi non sarà mai incluso in nessun vocabolario; anche perché sta nel bel mezzo tra il NO e il SI (con accento grave che nei computer non è previsto); quando questi due avverbi vengono posti come quesiti referendari l’ombra del NI è ancora più pesante e incalzante.
Tra i politici nazionali, a due settimane dal voto, si fa strada, quindi, l’incubo del NI in quanto entrambi gli schieramenti non sono più certi della vittoria e/o temono una sconfitta.
Da tempo la premier Giorgia Meloni cerca di spiegare in tutte le lingue che il referendum non deve essere politicizzato e che, di conseguenza, non avrà alcuna conseguenza (scusate il bisticcio di parole) sulla sopravvivenza del suo governo in carica, ormai, dal 22 ottobre del 2022.
Un appello che, fino a pochi giorni fa, era rimasto inascoltato dalle opposizioni con in testa la Schlein che dava pesantemente addosso alla premier con l’intento, non detto, di farle fare la fine di Matteo Renzi che si incartò sull’esito del referendum che causò le sue dimissioni. Parlo, ovviamente, del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 (Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlame.ntari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione). Il “No” vinse nettamente con il 59,1% dei voti contro il 40,9% del “Sì”, portando alla bocciatura della riforma costituzionale Renzi-Boschi. A seguito della sconfitta, Renzi annunciò le dimissioni da Presidente del Consiglio dei Ministri.
Il “referendum costituzionale confermativo” che si terra il 22 e 23 marzo 26 (come per quello di Renzi) non avrà bisogno del quorum (50% + uno degli elettori aventi diritto) e, quindi, comunque si concluderà o con il SI o con il NO.
La differenza sostanziale è nel fatto che Renzi sfidò politicamente tutti annunciando a chiare lettere che se avesse vinto il NO si sarebbe dimesso, la premier Meloni invece non ha mai sfidato nessuno ed ha sempre cercato di far passare il messaggio secondo cui la legittime e necessaria consultazione del popolo per un singolo argomento non può in alcun modo incidere sulle sorti di un governo. Si vedrà !!
Intanto la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, negli ultimi giorni ha cambiato decisamente registro sulle conseguenze del referendum ed ha precisato che sicuramente non avrà conseguenze politiche sul governo, esattamente come non le avrà sulla sorte della sua segreteria nazionale di un partito che, agli occhi di tutti, appare diviso.
Perché questo improvviso cambio di rotta della Schlein ? Probabilmente perché ha annusato odore di bruciato e, con la sua dichiarazione, intende ripararsi dalla fronda interna del suo partito che potrebbe cogliere l’occasione per rimuoverla dall’incarico che, diciamolo con chiarezza, non lòe è stato affidato dalla maggioranza del partito ma dal sortilegio di un’incauta operazione di “primarie aperte” anche ai non iscritti al partito democratico.
Per sapere come andrà a finire per le due “donne al potere” bisognerà forzatamente aspettare l’esito referendario.