Da dr. Vincenzo Mele (giornalista)
Uno dei miti agitati più spesso dai nazionalisti italiani e più in generale dai rosiconi dello stivale è quello che vorrebbe gli inglesi come un’entità monolitica razzista, chiusa e xenofoba, contrapposta ad una mediterraneità slavata e mai esistita fatta di convivenza civile e multiculturalismo. Basterebbe aprire un libro di storia, magari non quello di una scuola italiana, uno serio, per scoprire che si tratta di una montatura in stile ventennio, ma due recenti eventi musicali ci danno l’ennesima dimostrazione di come stanno davvero le cose.
Nei giorni scorsi, Manchester ha ospitato i Brit Awards, l’equivalente britannico del Festival di Sanremo, ma, quest’anno come non mai, il contrasto tra le culture dei due paesi è apparso abissale. Se nel presunto e presuntuoso bel paese si celebrava il solito carosello condito da tamarraggine e abilismo, i Brit Awards hanno incoronato diversità, buon gusto musicale e inclusione. Al di là dello spettacolare omaggio a Ozzy Osbourne con Robbie Williams e altri mostri sacri internazionali, della classe senza tempo di Sam Fender e di altri interpreti più o meno noti, e tuttavia sempre di alto livello nei rispettivi generi, la scena è stata tutta per la trionfatrice Olivia Dean, una giovane cantante capace di miscelare pop, soft rock e London soul. Nata a Walthamstow, sobborgo di Londra, da padre inglese e mamma proveniente dalla Guyana, i suoi ricci afro e la sua pelle ambrata potrebbero essere additati quali fattori di non britannicità; invece, ma guarda un po’ che sorpresa, sotto gli articoli e i post social sui suoi successi non c’è un singolo commento discriminatorio, razzista o complottista, non uno che sia uno.
Tutto ciò riporta alla mente il trattamento del tutto simile riservato dagli accoglienti mediterranei italici a Mahmood quando vinse Sanremo con “Soldi”, una festa di… ah no, non andò proprio così. Ma cosa ci si può aspettare da un paese in cui una ministra, dottoressa e poliglotta, fu definita “orango” da un altro politico solo per una diversa tonalità della pelle? Si, lo so, ci si può aspettare che si continui a definire i britannici quali colonialisti, non i britannici di trecento anni fa, il che avrebbe anche un vago senso, ma quelli di oggi, per metà discendenti di immigrati perfettamente integrati da generazioni. Come si può ancora mungere la mucca scheletrica dell’anticolonialismo per attaccare un paese dove esistono ben sette musei che raccontano le atrocità dello schiavismo e gli orrori dell’imperialismo passato, lo stesso paese che ha eletto e scelto primi ministri, giudici, prefetti, sindaci, questori, rettori e arcivescovi, di ogni possibile spettro politico o ideologico, di origine africana, asiatica o caraibica, senza sentirsi un tantino ridicoli? Dove sono musei del genere in Italia? Quanti sindaci non bianchi hanno avuto Roma, Napoli, Milano o Torino? E riusciamo ad immaginare cosa accadrebbe se domani, per qualche miracolosa circostanza, fosse scelto un ministro nero o un questore con gli occhi a mandorla?
Non è solo una questione di cultura in fondo, si tratta di una questione di civiltà e di gusto. Provate ad ascoltare “Talk to me” di Olivia Dean, a sentirla parlare in un’intervista: troverete lo spaccato del paese più anticolonialista del mondo, l’unico capace di fare i conti con il proprio passato e di farlo forse anche fin troppo. Troverete una voragine più ampia della Manica, più profonda dei faraglioni della Cornovaglia, spalancato tra chi guarda al futuro e chi vive di canzonette, tra chi include e chi esclude, tra un paese europeo ed uno ridotto ormai ad una colonia putiniana, tra la civiltà e la barbarie.