Aldo Bianchini
SALERNO – Semmai ce ne fosse stato ancora bisogno è arrivata anche la più classica delle ciliegione sulla torta per incoronare finalmente il grande giornalista – storico – scrittore – editorialista del Corriere della Sera dr. Aldo Cazzullo come “the voice of Italy”; altro che Frank Sinatra e/o Enrico Caruso.
Questi ultimi due grandi artisti – cantanti sono stati, in tutto il mondo, per decenni rispettivamente “le voci” della canzone di musica leggera e delle grandi interpretazioni canore delle opere liriche.
Entrambi sono stati toccati nella loro vita terrena dai denigratori più ottusi e indicati, spesso, come due artisti in combutta (più o meno diretta !!) con la mafia-mano nera statunitense; ma la storia, quella che Cazzullo dovrebbe scrivere, invece di denigrare, per tramandare la verità che è ben diversa.
Ho seguito sempre con grande interesse, personale e professionale, le mitiche rappresentazioni della storia remota – passata e recente rappresentata per gli italiani da Cazzullo attraverso le sue “Giornate particolari” sulle frequenze di La/7 da Cesare a Mussolini, ma in tutta sincerità dopo aver letto, sul Corsera, il suo commento denigratorio nei confronti prima della canzone “Per sempre si” che ha vinto l’edizione 2026 del Festival di Sanremo e poi del magistrale interprete il cantante neomelodico Sal Da Vinci (napoletano verace, pur se nato a New York), l’ammirazione per i racconti televisivi di Cazzullo è scesa sotto i tacchi, almeno per me.
Nel contesto del suo farneticante articolo Cazzullo (nato ad Alba, la città del tartufo bianco) supera se stesso e va ben oltre una normale cazzata che pure può accadere nella vita professionale di un giornalista-scrittore; Cazzullo demolisce fin dalle sue fondamenta il vero astro nascente della canzone napoletana in Italia e nel mondo, arrivando ad accusarlo di avere, o almeno di avere avuto in passato, contatti con il mondo della camorra; e lo fa, Cazzullo, con l’arroganza tipica di chi pensa di essere il miglior giornalista-scrittore esistente sulla faccia della terra.
Accusa Sal Da Vinci di aver cantato, almeno una volta, per un matrimonio tra camorristi e descrive il cantante neomelodico quasi come un affiliato alla camorra napoletana che gli riempirebbe le tasche di denaro sporco; insomma Cazzullo crede di potersi sostituire allo scrittore napoletano Roberto Saviano che con le sue elucubrazioni ha seminato odio e denigrazione per raccogliere, comunque, soldi e premi prestigiosi.
Lui, sceso dalla provincia di Cuneo, si lascia andare a considerazioni di carattere generale ed anche particolare pensando di poter assurgere, dopo i vari speciali televisivi, al ruolo di “the voice of Italy”, la voce italiana di tutti i tempi.
Troppo poco, caro Cazzulo, perché prima di Te ci sono state davvero le grandi voci mondiali come quelle di Frank Sinatra e Enrico Caruso (il primo per musica leggera, il secondo per la musica classica) che vivevano entrambi a New York (dove è nato Da Vinci) e dove entrambi furono accusati senza prove di avere rapporti con la mafia e la mano nera americana.
E di prove a sostegno della sua accusa contro Sal Da Vinci il bravo Cazzullo non ne produce nemmeno una, ma lui ritiene di essere la voce italiana nel mondo e che, quindi, può permettersi questo ed altro; anche peggio di Roberto Saviano.
Gli ha risposto bene, senza rispondergli direttamente e volgarmente come avrebbe potuto, e con grande classe il bravissimo Sal Da Vinci ha chiuso la polemica parlando di amore e di pace dalla Chiaia di Mergellina, uno dei luoghi più mozzafiato del mondo, in cui si sono mossi ed hanno cantato tutti i grandi interpreti della canzone napoletana (da Renato Carosone a Massimo Ranieri, ecc. ecc.) e della grande sceneggiata con a capo Mario Merola
Aldo Cazzullo, da convinto divulgatore della Resistenza compiuta dai Partigiani, comunque veritiera e degna di essere letta e riconosciuta, non perde tuttavia occasione per dimostrare la “sua” ossessiva “partigianeria” nei confronti del Sud. Non perde occasione quando, nel commentare le vicende che portarono all’Unità d’Italia, insiste nel presentare il Regno borbonico di Napoli come un covo di briganti. Ora se la prende anche con una canzone vincitrice a Sanremo, che, a suo dire, sarebbe espressione della camorra.
Andrebbe steso un manto di silenzio su quelle sue ingiuste esternazioni e comunque l’alone che circonda le sue “Giornate particolari” ne esce sicuramente ridimensionato.