Caso MORO”: il pensiero di Guglielmo Scarlato

Aldo Bianchini

SALERNO – Non c’è stato, almeno nella storia repubblicana di questo Paese evento più drammatico di quello che è passato alla storia del rapimento e l’uccisione prima dei cinque uomini di scorta e poi del presidente della Democrazia Cristiana on. prof. Aldo Moro.

            Correva l’anno 1978 e l’attività nefasta delle Brigate Rosse (BR) era giunta forse al culmine della sua potenzialità oggettiva sia sul piano organizzativo che su quello militare; intorno alle nove di quella mattina del 16 marzo 1978 l’azione delle BR fu così rapida ed organizzata nei minimi dettagli, tanto da far rimanere attoniti non solo tutti gli italiani ma anche buona parte degli abitanti del pianeta Terra. Sul marciapiedi di Via Fani rimasero i corpi dei cinque uomini della scorta mentre Moro fu prelevato, con le sue borse piene di carte, e fatto scomparire nel nulla in pochi secondi.

            Dopo pochi minuti il giovane PM di turno presso la Procura di Roma, Luciano Infelisi (che ritornerà sulla grande scena pubblica per il “Caso Sigonella” con il tentativo di bloccare sulle piste di Fiumicino e Ciampino l’aereo con a bordo Abul Abbas responsabile del dirottamento della nave da crociera Achille Lauro) bloccò tutte le strade di accesso e di uscita da Roma e dispose blocchi stradali praticamente in tutta Italia.

            Il mio ricordo diretto di quella mattinata consiste nel fatto che mi trovavo nel Tribunale di Vallo della Lucania per motivi di lavoro da svolgere con l’allora Pretore dr. Alfredo Greco (poi PM e aggiunto a Salerno e successivamente capo della Procura vallese); ricordo bene che mi disse “Da questo momento l’Italia è cambiata” e mai parole furono più sagge.

            Oggi questo giornale esprime la più viva soddisfazione con doverosi ringraziamenti all’on. avv. Guglielmo Scarlato per avere scelto questa testata giornalistica al fine di poter scrivere il suo pensiero su quel drammatico evento del 16 marzo 1978; doveroso precisare che Scarlato è uno dei massimi conoscitori del “caso Moro” in sede nazionale:

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ll sacrificio di Moro e la fragile coscienza costituzionale dell’Italia

di Guglielmo Scarlato

Il 16 marzo 1978 segna una delle date più drammatiche della storia repubblicana. In via Fani il commando delle Brigate Rosse sequestrò Aldo Moro e uccise i cinque uomini della sua scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino e Giulio Rivera. Non fu soltanto un attacco terroristico. Fu un colpo diretto al cuore dello Stato democratico.

Quella mattina non venne colpito soltanto un leader politico. Venne colpito un progetto.

Per comprendere davvero il significato di quel progetto bisogna sottrarlo alle semplificazioni che lo hanno spesso accompagnato nel dibattito pubblico. La politica di Aldo Moro non mirava a un’improbabile coalizione  tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. Moro non immaginava la fine dell’alternativa tra le grandi culture politiche del Paese. Al contrario, ne riconosceva pienamente l’esistenza.

La sua intuizione era più profonda e più realistica.

In una fase segnata da una violenta offensiva terroristica e da fortissime tensioni sociali, egli riteneva necessario consolidare prima di tutto l’impianto democratico della Repubblica. Rafforzare la stabilità delle istituzioni, rendere più solido il patto costituzionale, evitare che le divisioni politiche potessero diventare un fattore di fragilità per lo Stato.

La stagione della cosiddetta solidarietà nazionale rispondeva a questa logica: una convergenza temporanea tra le principali forze popolari del Paese per difendere e stabilizzare la democrazia.

Solo dopo, nella visione di Moro, sarebbe stato possibile approdare a una fisiologica democrazia dell’alternanza.

Egli sapeva bene che tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista esisteva una distanza politica e culturale destinata a tradursi, prima o poi, in una competizione di governo. Ma riteneva che quella competizione dovesse svilupparsi su un terreno istituzionale ormai consolidato e non dentro una Repubblica esposta alla pressione della violenza e della destabilizzazione.

In altre parole: prima mettere in sicurezza la casa comune della democrazia, poi aprire la stagione dell’alternanza.

Il terrorismo comprese con lucidità la portata di questo progetto. Colpendo Aldo Moro, le Brigate Rosse tentarono di impedire proprio quel processo di consolidamento democratico. L’obiettivo era spingere il sistema politico verso la rottura, alimentare la sfiducia nelle istituzioni e radicalizzare il conflitto.

A quasi mezzo secolo di distanza, la domanda che quella stagione ci consegna è inevitabile: che cosa resta oggi di quella lezione?

L’Italia appare attraversata da un conflitto politico sempre più aspro, nel quale il rispetto del patto costituzionale tende talvolta a essere subordinato alla logica della maggioranza del momento. La Costituzione della Repubblica Italiana, che per decenni è stata percepita come il terreno comune sul quale si confrontavano forze politiche anche profondamente diverse, rischia di essere progressivamente ridotta a oggetto di competizione politica.

Riforme istituzionali di grande portata vengono proposte o sostenute con un approccio prevalentemente maggioritario, come se la Carta fondamentale fosse una legge ordinaria modificabile secondo l’aritmetica parlamentare del momento.

Persino strumenti di garanzia come il referendum confermativo rischiano di essere utilizzati in modo politicamente e moralmente improprio quando vengono inseriti in un contesto storico caratterizzato da una crescente disaffezione civica e da livelli sempre più bassi di partecipazione elettorale.

La democrazia costituzionale, tuttavia, non vive soltanto della regola della maggioranza. Vive soprattutto del riconoscimento di limiti condivisi.

È proprio questo il punto che la memoria del 16 marzo dovrebbe continuare a ricordarci.

Gli uomini della scorta caduti in via Fani non morirono per una parte politica. Morirono per lo Stato. Morirono per un’idea di Repubblica nella quale la Costituzione rappresenta un vincolo comune, una frontiera che nessuna maggioranza dovrebbe considerare disponibile.

Il rischio del nostro tempo non è quello della violenza terroristica che insanguinò gli anni Settanta. Il rischio è più sottile e forse più insidioso: la progressiva erosione della cultura costituzionale, la trasformazione della politica in pura competizione di potere, l’indebolimento del senso delle istituzioni.

Quando accade questo, la memoria smette di essere una responsabilità civile e diventa soltanto una rituale commemorazione.

A quasi cinquant’anni dal sequestro di Aldo Moro, la domanda rimane aperta e riguarda il presente più che il passato: se la politica non è più capace di riconoscere limiti condivisi e se la Costituzione non è più percepita come il fondamento comune della convivenza democratica, allora il sacrificio di via Fani rischia di perdere il suo significato più profondo.

La Repubblica non è un’eredità immutabile. È una costruzione fragile che vive nella coscienza civile di chi la governa e di chi la abita.

Ed è proprio questa coscienza che oggi appare, forse, il bene più fragile della nostra democrazia.

 

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