Da Antonio Cortese (docente – giornalista)
Colmando immediatamente il gap argomentativo post referendario, ricordo e butto già due righe grazie a qualche amico incontrato per caso a Corso Vittorio Emanuele.
Da quanto tempo, e come va…. e come stai? Sorrisi nostalgici di qualche bisboccia di gioventù e si parla delle solite angherie infra-professionali, tra avvocati e commercialisti, imprenditori e produttori, vecchi e nuovi clienti, vecchie e nuove aziende.
Ognuno a ricorrere i propri guai col cameriere che rincorre chi poi deve pagare il caffè distrattamente e torno a casa con la vecchia constatazione sulla cattiva abitudine italiana di lasciare le cose a metà se non perennemente incompiute.
Ad esempio molte strutture edili, se non la grande maggioranza vivono dopo l’exploit o la relativa inaugurazione in un limbo laccato poiché a guardare o ad interessarsi dei progetti iniziali su “carta e catasto” l’Italia è disseminata di lavori ed opere difficilmente giunte a traguardo programmato.
Quindi invece di pensare a conflitti lontani mille miglia o alle belligeranze altrui, come ho accennato in precedenti contesti argomentativi, rilanciare le preoccupazioni sul da farsi senza rimuginare un altro mese ancora sui tribunali di sale e le tribune digitali, interessarsi al settore edilizio anche marginalmente, superficialmente o semplicemente per affacciare una scienza sul cortile a mio avviso potrebbe distogliere dalla ridondanza della routine quotidiana.
Il primo governo Conte si é speso molto per tale materia forse meno impellente dell’oggi stesso allora, ma ciò non voglia dire che i franchi tiratori una volta sbarazzatisi della controparte politica non riprendano responsabilmente il “telecomando della situazione”.
Ovvero se le polemiche sui superbonus e gli incentivi alla categoria si siano archiviate in qualche scaffale o qualche rullo editoriale già datato, riproporre l’esigenza anche morale del fare le cose per bene non mi sembrerebbe sprone anormale.
Da qualche viaggio all’estero compiuto in passato ho tratto la constatazione che solamente in Italia specie nelle località turistiche molte strutture vivono di arrangiamenti e mantenimenti perché più di un imprenditore ha il vizio e l’abilità di vendere già “su carta” e una volta chiusa la maggioranza dei lotti il reale termine dei lavori secondo il progetto originale si va a far benedire.
Ma a parte il turismo, i centri urbani ed ancora in molte ricche periferie numerosi complessi edilizi appaiono, per quelli in salute, essere arrivati a novantanove ma solamente perché vivono sull’ombra della novità o del successo a discapito della concorrenza meno aggiornata. Il resto delle fisicità civiche é in situazioni di paralisi e a novantanove ci arriverà nei sogni stanchi di qualche richiedente incentivo.
Adesso a governo galleggiante o assediato da una opposizione appena rinvigorita, i lavori di manutenzione e completamento se non addirittura di ampliamento nei casi previsti e legittimi o almeno le rifiniture, chi le deve fare, i vassalli di Conte o la corte dei meloni già pronti per Pasqua nei mercati o sullo scaffale del supermercato?
Quelli del piddì e le altre sinistre hanno finito di festeggiare, si , o gli tocca organizzare altre cinque sei cenette ciao-ciao e pizze nei ristorantini radical chic?