di Angelo Andriuolo
Qualche settimana fa, per puro caso, mi è capitato di vedere Accadde in aprile (titolo originale Sometimes in April), un film per la televisione del 2005 diretto da Raoul Peck ed incentrato sul genocidio del Ruanda; facendo zapping, mi sono soffermato sui suoi titoli di apertura e sono rimasto a guardarlo.
Il film è basato sul racconto di Augustin Muganza, ex ufficiale dell’esercito ruandese e poi insegnante, il quale nel 2004, a dieci anni di distanza dal genocidio, riceve una lettera dal fratello Honoré Butera, allora imputato nel processo contro gli autori del massacro ma all’epoca dei fatti speaker della Radio Télévision Libre des Mille Collines che incitava all’odio contro i tutsi. Nella lettera Honoré manifesta il desiderio di incontrare il fratello per spiegargli che fine hanno fatto sua moglie e i suoi figli. Augustin decide di incontrarlo e nel frattempo rievoca i fatti accaduti dieci anni prima. La narrazione parte proprio dal momento in cui lui, di etnia hutu, e la moglie, di etnia tutsi, in seguito all’acuirsi delle violenze contro l’ etnia di lei, cercano un modo per salvarsi insieme ai figli. Scoprirà che i figli sono sati uccisi quasi subito mentre la moglie, dopo essere stata vessata e aver subito violenze, si toglie la vita con una bomba a mano, uccidendo anche i suoi aguzzini.
I fatti, tra i più atroci di fine secondo millennio, si svolgono dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, periodo durante il quale vengono massacrate sistematicamente tra le ottocento e le novecento mila persone, per la gran parte di etnia Tutsi, complice la inadeguatezza della risposta internazionale. Il 18 dicembre 2008 il tribunale internazionale speciale appositamente istituito ad Arusha, in Tanzania, ha condannato all’ergastolo per genocidio dei Tutsi il colonnello Théoneste Bagosora, ritenuto l’ideatore del massacro, il maggiore Aloys Ntabakuze, il colonnello Anatole Nsengiyumva ed il sacerdote cattolico Athanase Seromba.
Mi sono ricordato del film oggi, inizi di aprile, e non per caso. Gli accadimenti quotidiani, il genocidio ancora in atto ma quasi dimenticato, la “leggerezza” che sfiora l’indifferenza, con la quale si raccontano la sofferenza e la morte, la “dittatura” della finanza, mi hanno portato a riflettere ancora sul quel particolare rapporto di interazione ed opposizione che l’individuo sviluppa nei confronti dei propri simili e che va sotto il nome di “identità”. Ma soprattutto sul fatto che nella sua definizione i termini impiegati non sono affatto neutri; e vanno quindi utilizzati con cognizione di causa.
Nella pellicola emerge piena ed evidente questa necessità. L’identità non può prescindere dall’alterità ed è perciò inevitabilmente oppositiva. Noi siamo tali perché diversi da loro: us and theme, scriveva il maestro Waters, come ho ricordavo in un articolo di qualche giorno fa. Un rapporto noi/loro così impostato ha come conseguenza inevitabile il fatto che quanto più ampia è la distanza avvertita, tanto più forte è la percezione della propria identità.
Su questo tema l’antropologia ha approfondito e dibattuto molto, specie nel secolo scorso. Ma nel momento in cui alle esigenze di tipo accademico subentrano quelle della politica che vanno a stressare il concetto di identità con approcci ideologici, che spesso sfociano nel mitico e nell’ escatologico, i risultati sono ancor più tragicamente “divisivi”. Il concetto di identità viene fatto rientrare in quello di etnia; altra realtà fittizia (poiché non esiste in natura) al pari dell’ alterità (l’idea dell’ altro come alieno), che arriva a rendere lo scontro inevitabile e “necessario”. Entrambe creano prima distanza, poi opposizione, infine odio. E Accadde in Aprile ne reca la prova tangibile.
Sia gli Hutu che i Tutsi erano figli dello stesso popolo, il loro fattore distintivo essendo costituito unicamente dalla discendenza familiare. La situazione cominciò a mutare con il consolidarsi del potere coloniale europeo: i tedeschi ed i belgi erano soliti avvalersi della collaborazione dei Tutsi, perché appartenenti in prevalenza alla nobiltà del Paese. La svolta radicale si ebbe negli anni Trenta, quando i belgi schedarono di fatto la popolazione imponendo carte di identità che attestavano un’appartenenza etnica stabilita dai colonizzatori. Ma la cosa, che potrebbe apparire addirittura ridicola se non avesse avuto conseguenza tragiche, fu il criterio scelto per la determinazione dell’ etnia di appartenenza: il numero dei bovini posseduti. Avevi più di dieci bovini? Eri un Tutsi. Ne avevi meno di dieci? Eri un Hutu. La condizione, così rilevata e certificata, venne stabilita una volta e per sempre.
Quella artificiosa distinzione restò impressa nella popolazione del Ruanda, anche dopo l’indipendenza ottenuta nel 1962: l’appartenenza etnica, sebbene stabilita dalla burocrazia belga, finì per essere percepita come connotato imprescindibile della identità personale e di gruppo. Il genocidio dei Tutsi del 1994 è stato, quindi, conseguenza tragica non del secolare tribalismo delle popolazioni africane ma solo ed esclusivamente della miope ed insensata pratica dei colonizzatori occidentali, che – come certifica la storia – del genocidio si lavarono poi le mani.
La verità è, come rileva acutamente l’antropologo Francesco Remotti (F. Remotti, Somiglianze. Una via per la convivenza, Laterza, Roma-Bari 2019, p. XXIII), che l’identità è una prerogativa degli dei non degli uomini, i quali sono costituiti da «… intrecci di somiglianze e differenze … che si compongono e si scompongono sia nel corpo che nell’anima».