QUANDO LA FORZA ATTACCA LA COSCIENZA

 

da avv. Guglielmo Scarlato

Ci sono parole che pesano. E poi ci sono parole che feriscono.

E quando a pronunciarle sono uomini di potere, il loro eco diventa ancora più inquietante.

 

Le recenti invettive di JD Vance e soprattutto di Donald Trump contro Papa Francesco non sono semplici critiche politiche: sono il segno di una visione del mondo che fatica a comprendere ciò che non può controllare.

 

Contestare al Santo Padre di parlare di pace, di fraternità, di umanità — quasi fosse una colpa, quasi fosse un limite — significa rovesciare il Vangelo. Significa smarrire il senso stesso di ciò che rappresenta.

 

Da una parte, la logica della forza: il linguaggio del potere, dei numeri, delle vittime usate come argomento, della leadership rivendicata come dominio.

Dall’altra, la logica del sacrificio: quella di chi è chiamato, ogni giorno, a farsi carico del dolore del mondo senza trasformarlo in arma.

 

Il Papa non è un capo politico. Non è un generale. Non è un leader eletto per imporre.

È il Vicario di Cristo: e la sua autorità nasce da una Croce, non da un consenso.

 

Accusarlo di mancanza di sensibilità, di debolezza o addirittura di inadeguatezza significa non comprendere — o non voler comprendere — che la sua missione è esattamente l’opposto della logica del potere.

 

Perché ci vuole più forza a invocare la pace che a evocare lo scontro.

Più coraggio a difendere ogni vita — tutte le vite, senza eccezioni — che a selezionare quali meritano indignazione.

 

“Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.”

Ma quando Cesare pretende di giudicare Dio, allora la storia ha già imboccato una strada pericolosa.

 

Il Papa resta lì: solo, spesso contestato, ma libero.

Libero di dire ciò che il mondo non vuole più ascoltare.

 

E proprio per questo, necessario.

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