Aldo Bianchini
SANTA MARINA (SA) – Nell’attesa della prossima udienza del processo che vede, nel Tribunale di Lagonegro, come imputato (insieme ad altri sei) il sindaco sospeso del Comune di Santa Marina, dr. Giovanni Fortunato, ritengo necessaria e giusta una riflessione in merito allo “stato di diritto” che deve garantire il riconoscimento dell’innocenza fino a sentenza passata in giudicata e, spesso, anche oltre.
La riflessione per quanto mi riguarda e per la mia consolidata dimostrazione della difesa ad oltranza dello stato di diritto di ognuno di noi, da destra a sinistra, in un mondo e, soprattutto, in una cronaca giudiziaria spietata e senza alcun rispetto verso chi, suo malgrado, sta vivendo un’esperienza devastante per se stesso e per tutta la sua famiglia come nel “caso Fortunato” la cui famiglia è precipitata nel vuoto assoluto e nell’incertezza della legge; una famiglia che ancora regge avendo ben presente l’innocenza del suo capostipite.
Ed è proprio da famiglia Fortunato, da quella famiglia che oggi soffre impotente che è giusto cominciare la riflessione di carattere generale che deve investire anche altri casi giudiziari; casi troppo spesso finiti nel nulla dopo aver distrutto le vite personali, familiari e politiche degli indagati.
La moglie di Giovanni Fortunato, dott.ssa Biagina Grippo, giornalista professionista e direttrice responsabile di “Trekking Tv”, ha finalmente gettato la maschera ed ha deciso di uscire allo scoperto, mettendoci la faccia nel vero senso della parola, per difendere il marito, i figli, la famiglia e se stessa. E dopo aver diffuso una lettera aperta. Questa volta lo ha fatto mettendosi davanti ad una telecamera per parlare con il cuore ai suoi tanti telespettatori (4107 Reel di Trekking Tv – https://www.facebook.com/share/v/1EnJuxLuQ5/) che da qualche tempo l’avevano persa nei meandri della comunicazione espansa e senza più regole a causa dell’immensa e incontrastabile valanga del web.
Un intervento video, commovente e coinvolgente, che ripropongo su questo giornale dopo averlo sbobinato per meglio far riflettere i lettori:
Buonasera a tutti. Dopo quasi tre anni, oggi riprende il mio editoriale come direttrice responsabile di TREKKING TV, realtà nata nel 2015. Sono la moglie di Giovanni Fortunato, sindaco sospeso del Comune di Santa Marina, da quasi un anno agli arresti domiciliari. Sono anche una professionista della salute mentale e conosco il peso che certe vicende possono avere sulle persone e sulle famiglie.
Per molto tempo ho scelto il silenzio. Ma il silenzio, spesso, lascia spazio a narrazioni unilaterali, a giudizi anticipati e a ricostruzioni non veritiere. Per questo oggi finisce il mio silenzio. Essere personalmente coinvolta in questa vicenda non annulla il mio diritto di espressione, né il mio ruolo professionale.
In uno Stato di diritto, ogni cittadino può manifestare il proprio pensiero nel rispetto della verità dei fatti e della dignità delle persone. Da quasi tre anni la nostra famiglia vive una prova molto difficile e profondamente dolorosa. Una prova fatta di attese interminabili, preoccupazioni quotidiane, esposizione pubblica, notti insonni, parole troppe volte trattenute e, soprattutto, figli da proteggere.
Chi non vive certe situazioni spesso non immagina quanto possano incidere nella vita reale.
Incidono sulla serenità della famiglia. Incidono sulla salute mentale e fisica. Incidono sul lavoro. Incidono sulla possibilità di guardare al futuro con fiducia.
Ci sono dolori che non fanno rumore. Eppure cambiano per sempre una famiglia. Nessun genitore dovrebbe vedere la sofferenza negli occhi dei propri figli. E nessun figlio dovrebbe crescere troppo presto sotto il peso della paura, dell’angoscia e dell’incertezza.
Da quasi un anno mio marito vive agli arresti domiciliari. Nel corso di questo periodo, il 30 ottobre 2025, ha affrontato un delicato e urgente intervento chirurgico all’aorta addominale. Anche questo ricorda quanto il tempo dei procedimenti e il peso delle misure possano incidere non solo sugli equilibri familiari, ma anche sulla salute delle persone.
Nel corso dell’ultima udienza si è parlato di privacy. Ed è giusto farlo. Perché la privacy è tutela. È dignità. È rispetto della persona. Ma proprio per questo dovrebbe valere per tutti. Anche per chi attraversa una vicenda giudiziaria. Anche per chi porta un nome conosciuto. Anche per chi, fino a sentenza definitiva, deve essere considerato innocente.
In questi giorni una notizia ha colpito molte coscienze: quella dell’onorevole Remo Sernagiotto, condannato in primo grado e assolto dopo dieci anni, ma non più in vita per vedere il proprio nome pienamente restituito alla verità. Alla sua famiglia va il mio pensiero.
E il mio pensiero va anche a tutte le persone e a tutte le famiglie che hanno conosciuto il peso di errori giudiziari o di attese troppo lunghe, come nel caso di Enzo Tortora, divenuto simbolo nazionale di una ferita che il tempo non cancella. Perché quando la giustizia arriva troppo tardi, nessuna sentenza può restituire davvero il tempo perduto, la serenità spezzata o la salute compromessa.
Lo Stato di diritto non si misura soltanto nella severità delle sue regole. Si misura anche nella capacità di proteggere tutti i cittadini quando sono più fragili e nel saper coniugare giustizia, equilibrio, proporzionalità e umanità.
Mio marito si è sempre dichiarato innocente ed estraneo ai fatti contestati e confida di poter dimostrare la verità nel processo. Anche noi, come famiglia, continuiamo a credere nelle istituzioni e nella giustizia, fiduciosi che la verità emerga.
Da oggi, quindi, si ricomincia. Ringrazio il pubblico che ci segue e chi mi ha spronata a ricominciare.
Ma i primi per cui sto parlando adesso, lo ammetto, sono i miei figli, perché continuino a credere nel coraggio, nella forza della verità, della giustizia e dell’amore.
Perché ogni storia merita una narrazione autentica. Ogni famiglia merita tutela. Ogni cittadino merita rispetto. Ogni persona merita dignità. Buona serata a tutti. E pace nei cuori di chi sta soffrendo.
Non conosco il fatto specifico e la sua genesi, però da esso si può prendere spunto per una riflessione astratta, generale.
Ci sono casi in cui la magistratura, per l’obbligatorietà dell’azione penale, si muove spinta dalla delazione, sfruttata anche come lotta politica.
Poi v’è un aspetto più tecnico: gli arresti preventivi, indeterminati. Una barbarie spesso ingiustificata, per pericoli ai quali si potrebbe ovviare con altri strumenti.
Al malcapitato non resta che arrendersi, darla vinta, o marcire, rinunciare alla sua libertà. Bene che andrebbe tutelato prima di ogni altra cosa.