ELEZIONI SALERNO: coloriamo la città … di Serena Sammarco e Giovanni Falci

 

 

Aldo Bianchini

 

SALERNO – Dopo vent’anni dal progetto lanciato pubblicamente  dall’avvocato – penalista – cassazionista e architetto Giovanni Falci con il supporto tecnico di numerose fotografie scattate dall’indimenticabile Serena Sammarco (fotografa di livello nazionale, prematuramente deceduta a soli 41 anni) ecco che l’onnipotente kaimano Vincenzo De Luca riscopre all’improvviso quel progetto, lo fa suo e lo sbandiera in lungo e in largo da qualche giorno nella sua apodittica campagna elettorale.

Venti anni fa, cioè nel 2006 poco prima di quell’altra infuocata campagna elettorale (che portò allo scontro fratricida tra lo stesso De Luca e Alfonso Andria) Falci e Sammarco ebbero la felice idea (Falci come architetto e Sammarco come ottima fotografa) di “colorare la città” a cominciare proprio dai quei mostruosi pilastri del Viadotto Gatto, orrenda visione per i tantissimi turisti che arrivano dal mare. Ed è giusto precisare, a correzione dell’idea di De Luca che vorrebbe coprire i pilastri non delle ceramiche e non soltanto colorarli; chi lo ha consigliato non ha tenuto presente (come suggerisce l’avv. Falci) che le vibrazioni della struttura cementizia e i raggi del sole farebbero staccare l’una dopo l’altra, e in breve tempo, tutte le piastrelle.

Laefoto dei pilastri furono un capolavoro della compianta Sammarco che riuscì a fotomontarle per rendere virtualmente reale una visione diversa da quella grigia e cementizia.

 

Ecco l’articolo scritto da Giovanni Falci veti anni fa:

 

SALERNO – Insieme alla mia amica fotografa Serena Sammarco ho potuto rendere visibile una idea che nutro da molti anni: riempire di colore tutte le superfici grigie di Salerno.
Nelle nostre città infatti ci sono grandi spazi occupati da strutture in cemento armato “a vista” che sono l’eredità pervenutaci da quegli anni ’50 e ’60 in cui il cemento era considerato un valore.

Nell’epoca della ricostruzione infatti vi fu una corsa a realizzare quanto più possibile senza curarsi dell’aspetto paesaggistico.

Fu l’epoca dell’homo faber come direbbe il maestro Paolo Soleri che prese il posto dell’homo sapiens.

Il cemento era visto a quell’epoca come segno di progresso, emancipazione; oggi invece, nella mutata cultura ambientalista la vista del cemento si associa subito a degrado ed inquinamento.
Purtroppo però dobbiamo pur convivere con tali strutture ed allora abbiamo pensato di colorare queste superfici con tinte forti onde allontanare da noi il disagio di tali visioni.
Noi a Salerno abbiamo la luce giusta per vedere i colori, siamo sul Mediterraneo. È qui che la luce arriva a 45 gradi ed illumina meglio gli oggetti. A Nord la luce è scarsa, più a Sud è eccessivamente zenitale.

I Greci non a caso non chiudevano i loro templi per poter vedere lo spettacolo di colori in cui essi erano realizzati; il verde dei prati e dei cespugli, il giallo della ginestra, l’azzurro del cielo, il blu del mare e il bianco delle nuvole; nel Nord Europa invece fiorì, forse per la stessa ragione, il gotico, tutto chiuso in cui il colore proveniva in modo artificiale dalle vetrate colorate.

Il colore è vita, quando muore la persona perde l’abituale colorito ed anche di qualcuno che sbianca si dice che sembra morto.

Ed allora ridiamo la vita a Salerno e togliamo quel grigio che contamina i contorni e non fa vedere cosa c’è dietro o a fianco di questo cemento.

I piloni di via Gatto ad esempio inquadrano una macchia mediterranea che oggi non si vede ma che con i colori forti sui piloni stessi verrebbe addirittura esaltata; i piloni di via Cavaliero inquadrano un cielo azzurro che oggi sembra non esserci e che invece sarebbe eccezionale tra strutture colorate; il muro di contenimento di v.le delle ginestre oggi è un triste muro del pianto che abbrutisce addirittura la vegetazione spontanea che ci si arrampica, giallo, rosso, arancio invece sarebbe un piacevole spettacolo che accompagna lungo la strada.

E così via anche per via Calenda incrocio con via Manganarlo ed in altri 100 e più posti.
Dobbiamo necessariamente colorare queste superfici anche per conferire al paesaggio in cui esse sono una grande qualità: l’antichità.

Qui da noi, sul mediterraneo, le pietre delle nostre regioni meridionali con le quali si sono fatte le architetture storiche, hanno sfumature di colori che non hanno niente in comune con la freddezza del cemento; colorando la città quindi faremo anche un’azione storica di riconquista di un genius loci per decenni abbandonato.

Sono certo che ci sentiremo più a nostro agio e non fuori luogo.

F.to: Giovanni Falci e Serena Sammarco, Aprile 2006

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *