La redazione
(riceviamo e volentieri pubblichiamo)
MURO LUCANO (PZ) – Sabato 6 giugno, nel “Salone delle Feste” del Palazzo della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Muro Lucano (Pz), finemente affrescato in stile Liberty, si è svolta la premiazione della XVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e Narrativa “San Gerardo Maiella”.
Un’edizione storica, quella di quest’anno, che coincide con l’Anno Gerardino, istituito per la ricorrenza dei trecento anni dalla nascita a Muro Lucano del Santo Patrono della cittadina e della Basilicata, e protettore delle mamme e dei bambini.
Il Premio, promosso dalla Unitre di Muro, col patrocinio del Comune, della Società Operaia, e del Garante Regionale per l’infanzia e l’adolescenza della Basilicata, ha visto la numerosa presenza di poeti e scrittori giunti da molte regioni italiane, premiati nelle varie sezioni.
Si riporta qui di seguito il racconto La casa delle ciaule di Maria Carmela Mugnano, 2.° classificato nella narrativa.
“La casa delle ciaule”
di Maria Carmela Mugnano
(racconto ispirato dall’omonimo quadro di Alberto Crapanzano)
Il tempo passò su quella che Nuccio Vitale aveva, tanti anni prima, pomposamente battezzato Villa Rosalia, pensando a sua moglie che amava come fosse il primo giorno, ma quella grande casa colonica, a più piani e con qualche ettaro di ulivi e alberi da frutta intorno, su una collina che alle spalle guardava la costa lambita da un vasto orizzonte marino, era destinata a riempirsi ancora d’amuri…
Angela, la figlia più piccola di Nuccio, ricevette la casa dalla spartizione delle proprietà che fece il padre fra tutti i suoi figli. Lui era ormai anziano e, a malincuore, prese una decisione: che senso aveva far aspettare la sua morte per suddividere il patrimonio famigliare di case e terre che già ora avevano bisogno di braccia e menti giovani? E fu Angela che, sapendo che si doveva andare dal notaio, chiese al padre Villa Rosalia ben sapendo che i suoi fratelli ne sarebbero stati felici, ritenendola una proprietà con cchiù pinzeri ca prufitti, e considerando il fatto che ‘a picciridda non chiedeva altro. E se Angeluzza voleva solo quella casa, si sarebbero liberate per loro altre proprietà più proficue, forse destinate a lei che era l’unica femmina, la prediletta da Nuccio, che vedeva nel volto della figlia gli stessi occhi di Rosalia.
Ma Angela, si sa, e lo sapevano tutti, mancava totalmente di praticità, essendo immersa in un mondo idilliaco fatto di sogni, letteratura, e poesie che essa stessa scriveva, e che aveva rinunciato da un pezzo a leggere ai fratelli…
Forse nessuno si ricordava più di quando a Villa Rosalia ci si recava la domenica nella bella stagione, che da loro durava parecchi mesi, ed era ancora viva sua madre che amava tanto quella casa e avrebbe voluto viverci, se non fosse stato che era isolata in mezzo alla campagna. Dopo la morte dell’adorata moglie suo padre raramente ci rimetteva piede: troppi ricordi, e quei profumi di pasta al forno e di sarde a beccafico che Rosalia preparava di buon ora il giorno di festa per tutta la famiglia, non si spandevano più tra gli ulivi, dove veniva allestita la lunga tavolata che spesso ospitava anche amici. E per la terra e le piante Nuccio aveva incaricato un contadino che pagava con una parte del raccolto, e che faceva quel che poteva.
I fratelli della ragazza, tolto il dolore per la madre, erano contenti di non dover sacrificare più la domenica su quella collina isolata in vista della costa, e a nessuno di loro aveva mai interessato lo sguardo del mare che entrava in casa dalla mansarda, come invece lo amavano due bambini, Angela e Tore, che finito di mangiare, andavano apposta lì ad attingere a quella visione marina per immergersi in storie fantasiose in cui interpretare i ruoli più avvincenti, come quello del capitano della nave e della principessa che veniva salvata dai pirati.
Salvatore, detto Tore, era il figlio più piccolo di Antonio Catenaro, ‘n affittuariu di Nuccio, così serio e competente che spesso il padre di Angela lo invitava lì la domenica insieme alla famiglia, per ricevere consigli sulle piante.
E così la casa, dopo tanto abbandono, era diventata il fantasma di una passata felicità, e anche il suo nome cambiò. I paesani che si trovavano a passare da quelle parti l’avevano ribattezzata “La casa delle ciaule” perchè vi vedevano volteggiare intorno cornacchie gracchianti, ciaule, che davano uno spettacolo assai triste del decadimento in cui versava. La ragazza, scegliendola, ancora una volta si era fatta guidare dai sogni e dai ricordi … ma lei sapeva quel che faceva.
Il tempo passò da quegli anni, e Angela e Tore avevano dato un nome a quel sentimento che li univa fin da bambini: amuri. E, all’insaputa delle famiglie, ogni tanto andavano a Villa Rosalia, si sedevano sulla terra arsa dal lato del mare e fantasticavano di una vita futura. Tore, un giorno, aveva preso degli steli di piante spontanee e, girandoli varie volte, ne aveva fatto due anelli che si erano scambiati con grande allegria. Poi, improvvisamente, era sparito e lei lo aveva ritrovato tra le piante a scacciare le ciaule e a controllare che il contadino avesse potato gli ulivi.
Tore era cresciuto come uno spirito della terra, con essa impastato e legato da una saggezza rara in un giovane della sua età. Angela, invece, era uno spirito sognatore d’aria, e quel luogo per loro rappresentava l’orizzonte, in cui cielo e terra si uniscono… e questo i fratelli della ragazza non potevano neanche immaginarlo nei loro pensieri pieni di proprietà da far fruttare.
Angela Vitale e Salvatore Catenaro si sposarono senza pompa magna in un giorno di aprile. Nuccio era commosso e triste per la picciridda che andava via, ma contento di quel ragazzo lavoratore e di poche parole che la figlia sposava. Gli altri figli dovettero mandar giù che le buone braccia di Salvatore, ora che lui diventava loro cognato, il giovane mai avrebbe accettato di metterle a loro disposizione. E va bene, se ne andasse con Ageluzza a coltivare quei quattro alberi… e a scrivere poesie! E, senza volerlo, avevano segnato il destino degli sposi, non pensando però che, quella che per loro era una disgrazia, per la giovane coppia era un sogno di vita.
Su Villa Rosalia passò il tempo a testimoniare la serena felicità di Angela e Tore, se non fosse stato per la mancanza di un figlio, che non arrivò… Se ne fecero una ragione e riversarono tutto l’amore di cui erano capaci sull’altro e sulle loro passioni. Tore, che, oltre a coltivare il loro terreno, era chiamato anche a lavorare da altri proprietari della zona, rendeva fertile tutta la terra che toccava e, anche dalle zolle più aride, riusciva a far spuntare nuove piante, quasi che la natura lo volesse compensare della mancata paternità…
Angela lo aiutava spesso, ma avendo anche parecchio tempo libero, si poteva dedicare alla sua vera passione, la scrittura. Si era allestita uno studiolo proprio nella mansarda dove, da bambini, lei e Tore giocavano, non solo per la luce che ne riceveva e per la vista del mare in cui si perdeva, ma soprattutto perchè da lassù poteva scorgere il marito mentre si dava da fare attorno alle piante e nell’orto. E sembrava quasi un segno convenuto quando, ogni tanto, lui puntava uno sguardo pieno d’amore sulla mansarda e sulla figura della moglie assorta alla scrivania dietro la finestra, e, nello stesso momento Angela, sembrando avvertire quel richiamo nell’aria, alzava lo sguardo incrociando quello di lui. In quel momento si abbracciavano le lore essenze, così diverse e così in sintonia, a formare un’unica melodiosa armonia. Era questa la vera ispirazione del lavoro di Tore e della scrittura di Angela, che la sera dopo mangiato, attorno al fuoco del camino o nel fresco dell’aia, si raccontavano la loro giornata, e lei poteva leggere al marito, che ascoltava incantato, quello che aveva scritto dalla mattina, ricevendo il suo caldo abbraccio.
Passò altro tempo e i due non erano più soli a Villa Rosalia: Francesco, detto Ciccio, l’unico figlio maschio del fratello maggiore di Angela, che, fin da piccolo, aveva mostrato interesse per la campagna, era diventato ormai grande e cominciò ad andarli a trovare, prima sporadicamente, poi quasi tutti i giorni, per dare una mano allo zio e apprendere da lui i ritmi segreti della terra. Il padre di Ciccio, che lo aveva destinato a succedergli nella sua ditta di costruzioni, non approvava assolutamente questa scelta del figlio e provò a opporsi con tutte le sue forze, ma fu inutile… e alla fine lo ripudiò, consumando, di conseguenza, anche la rottura con sua sorella.
Ciccio trovò, così, un lavoro in paese e, aiutato dagli zii, prese un prestito e comprò il terreno accanto a quello loro, iniziando a darsi molto da fare per sistemarlo e cominciare a costruirvi una casa dove avrebbe portato la sua fidanzata, una volta che si fossero sposati. Ormai Tore passava molto tempo nella proprietà del nipote e Angela trascorreva quasi interamente le sue giornate a scrivere: con grande gioia, sua e del marito, un romanzo, che aveva appena pubblicato, stava riscuotendo un certo successo.
E fu proprio una mattina, mentre Tore e Ciccio discutevano nell’aia sulla possibilità di impiantare delle viti, che Angela arrivò emozionata per dare loro una notizia importante: il suo romanzo aveva vinto un premio letterario importante in una città del nord! E mentre Ciccio si complimentava con la zia, Tore, più emozionato della moglie, le diceva che doveva assolutamente andare alla premiazione per ricevere questo onore che aveva tanto meritato. Angela si rabbuiò al pensiero di dover partire per un viaggio così lungo e rispose al marito che mai avrebbe lasciato lui e la sua casa. Tore replicò che, in parte, il premio era anche suo, visto che lei glielo aveva dedicato questo romanzo!
Anche Ciccio era d’accordo e, messa alle strette, Angela cedette a malincuore e partì… E fu davvero una grande soddisfazione per lei, che venne applaudita da un pubblico competente di letterati che si complimentavano per la la sua scrittura così fresca e poetica, e, nello stesso tempo, densa di profondi significati. Angela provò a contattare Tore e Ciccio per comunicare loro la gioia di quell’esperienza, ma non ci riuscì, e questo le mise uno strano presentimento in cuore. Ripartì subito per quel lungo viaggio di ritorno, ma, quando arrivò a Villa Rosalia, un nuovo e terribile presentimento lo ebbe alzando gli occhi… e vedendo alcune ciaule che volteggiavano sugli ulivi. Quegli uccelli non si erano più visti da quando lei e suo marito erano andati ad abitare lì!
In casa trovò Ciccio con gli occhi rossi dal pianto, che, a fatica, raccontò che due giorni prima, tornando dal suo lavoro in paese, aveva trovato zio Tore riverso per terra vicino alla casa in costruzione nel suo terreno e lo aveva portato di corsa in ospedale. Lì aveva scoperto che l’uomo stava male negli ultimi tempi e che cercava di nascondere il suo stato alla moglie trascorrendo nel terreno del giovane gran parte della giornata per via del lavoro da fare. Anche Ciccio, che era assente durante il giorno, non si era accorto di niente… ma i medici, purtroppo, avevano dato poco tempo di vita allo zio.
Angela era diventata una statua di sale, aveva visto da qualche tempo Tore affaticato quando rientrava la sera, e gli aveva più volte detto di non stancarsi così tanto e di cercare un aiuto per la terra di Ciccio. Lui le rispondeva che era stanco, ma felice di aiutare il nipote in cui rivedeva se stesso da giovane.
Corsero in ospedale, dove Angela rimase vari giorni al capezzale del marito, che nei rari momenti di lucidità, cercava il suo sguardo e la sua mano. Tore morì con la mano della moglie che gli stringeva la sua per non lasciarlo andare. Lei, ridotta a un’ombra, si struggeva e non si perdonava di non aver capito le sue condizioni e di averlo abbandonato proprio quando lui aveva più bisogno della sua presenza.
Ciccio, una volta tornati a casa, cercò di placare il suo dolore dicendole che, per un gesto d’amore, zio Tore l’aveva voluta tenere all’oscuro del suo malessere nel momento in cui lei stava raccogliendo i frutti di una vita di passione per la scrittura, un momento che doveva essere goduto da Angela, e che portava gioia anche a lui in quella sofferenza. Poi tirò fuori dalla tasca una busta che l’uomo, in un momento di lucidità nelle prime ore in ospedale, gli aveva detto di cercare tra le sue cose e di consegnare alla moglie quando lui non ci fosse più stato.
Con le mani tremanti Angela aprì la busta e con somma meraviglia, dentro, in una custodia trasparente, Tore aveva inserito il suo “anello”, quello stelo ormai rinsecchito, con cui tanti anni prima l’aveva “sposata” in un pomeriggio di allegria. Era il suo messaggio alla moglie di continuare come se lui ci fosse, assumendo su di sé anche lo spirito della terra che gli apparteneva e che quell’anello stava a testimoniare.
E così, come quella pagina di vita di Villa Rosalia era iniziata da un notaio, Angela comprese che, dovendo voltare pagina, era giunto il momento di tornare da un notaio. La sua proprietà doveva passare nelle mani più adatte che tanto avevano appreso da suo marito, quelle di Ciccio. Le due terre confinavano e si potevano unire, e lei avrebbe visto bambini scorazzare di qua e di là con le loro grida chiassose che avrebbero tenuto lontane le ciaule… Ciccio e la fidanzata si potevano sposare anche subito, senza attendere che la loro nuova casa fosse pronta: Villa Rosalia era grande, e a lei, che si avviava alla vecchiaia, bastava la parte più in alto, la mansarda, per continuare a scrivere più vicina al cielo… più vicina a Tore.
Una bella storia. Nel ricordo di San Gerardo Maiella, bisogna però anche essergli devoto offrendogli una visita (religiosa) alla Basilica ove riposa a Materdomini.