L’espressione della voce. Il mio omaggio a Demetrio Stratos

Da Angelo Andriuolo

Il tredici giugno di quarantasette anni, a soli trentaquattro anni, si spegneva  Demetrio Stratos al secolo Efastràtios Dimitrìu, stroncato da collasso cardiocircolatorio conseguenza della gravissima forma anemia aplastica che lo aveva colpito pochi mesi prima. Ben quattordici anni prima che io nascessi. Ho infatti ascoltato Stratos solo pochissimi anni orsono.

La mia cultura musicale – che, a dire il vero, sta tutta in una tazzina da caffè – si è formata  ascoltando in macchina le interminabili compilation autoprodotte di mio padre. Le icone del blues tutte da Robert Johnson a John Lee Hooker, a John Mayall, a Doors e  Canned Heat, a Jimi Hendeix e Janis Joplin; e quelle del Rock e del Rock-blues: Cream, Blind Faith, Allman Brothers Band, Deep Purple, Led Zeppelin, Rolling Stones, Pink Floyd Fleetwood Mac (ma solo  fin al forzato abbandono di Peter Green), Pink Floyd, Lynyrd  Skynyrd, Nitty Gritty Dirt Band. Insomma non oltre i mitici anni settanta, con qualche rarissima eccezione.

E proprio ragionando delle produzioni dei primi anni del ventunesimo secolo – eravamo intorno al 2016/17 –  mentre io annotavo la impossibilità per le nuove leve di raggiungere le performance di gente come Robert Plant, Steve Winwood, Peter Gabriel, Ian Gillan  o Janis Joplin, mio padre mi interrompe dicendo “Forse perché non hai mai ascoltato la voce!”; e,  alzatosi, tira fuori dal mobiletto dello stereo SanSui inizi anni ottanta due cd, uno  leggermente impolverato.

Nel primo, la classica compilation auto prodotta,  c’erano brani de I Ribelli (il primo gruppo, di chiara matrice pop,  fondato da Demetrio) tra cui la notissima Pugni Chiusi e degli Area di matrice chiaramente prog; di questi suscita il mio interesse, anche per la tematica,   soprattutto  L’abbattimento dello Zeppelin.  Ma ciò che colpisce davvero è la voce: ha qualcosa di indefinibile, spesso si ha la sensazione che sia prodotta da uno strumento. Sono incuriosito ma anche convinto di essere condizionato dalla affermazione apodittica di mio padre.

Ma è il Cd impolverato che cattura la attenzione sin dalla copertina: il volto di Demetrio tratteggiato a matita, gli occhi al cielo, la bocca chiusa, ma un’altra bocca spalancata a livello delle cord vocali. È un disco per sola voce, nessuno strumento la accompagna  in quello che sembra un vagare senza sosta e senza apparenti regole in  uno sterminato spazio sonoro. Non ho capito cosa fosse davvero ma, stranamente, ho continuato ad ascoltare fino alla fine e non mi sono stancato.

È stato naturale cercare di capirne un po’ di più. Cantante, polistrumentista e musicologo,  Demetrio è stato ben  evidentemente affascinato dalla voce, forse perché era dotato di una straordinaria.

Tra il ’76 e il ’78, in collaborazione con il CNR di Padova, l’artista  svolse ricerche di estensione vocale ed etnomusicologia, studiando le forme canore delle popolazioni asiatiche. Il professor Franco Ferrero, che a lungo collaborò con lui,  analizzò le esecuzioni del cantante, riscontrando la produzione di due o anche tre suoni simultanei (diplofonie e trifonie).  Afferma infatti lo scienziato cche “…Stando a quanto ho riscontrato durante l’emissione, le corde vocali non vibravano. La frequenza era molto elevata (le corde vocali non riescono a superare la frequenza di 1000-1200 Hz). Nonostante ciò Demetrio otteneva non uno, ma due fischi disarmonici, uno che da 6000 Hz scendeva di frequenza, e l’altro che da 3000 Hz saliva. Non si poteva supporre, quindi, che un fischio fosse l’armonico superiore dell’altro. Constatai anche l’emissione di tre fischi simultanei” (Demetrio Stratos, Roberto Tagliaferri, La Voce Nomade, a cura di Scipione Castello 56, Ludovico Calchi Novati, Milano, Edizioni D’ARS, dicembre 2000).

Al di là dei tecnicismi, consiglio l’ascolto dei dischi di Demetrio, anche di quelli leggeri del periodo pop. Si scopre di un grande scomparso molto, troppo presto.

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