Aldo Bianchini
SALERNO / LAVIANO – La tristissima, se non proprio drammatica, vicenda legata alla morte dell’intera famiglia CUOMO (l’architetto Enzo 63 anni il capofamiglia, Trini Adrian 52 anni la moglie) e Isabella 22 anni la figlia) sotto le macerie del terremoto verificatosi all’alba di giovedì 25 giugno 2026, ci riporta di ben 46 anni addietro nella serata di domenica 23 novembre 1980 quando un tremendo terremoto devastò l’Irpinia e vaste zone del salernitano con migliaia di morti.
Prima di continuare in questo racconto è giusto dare la primogenitura della grave notizia alla nota giornalista dott.ssa Margherita SIANI, de Il Mattino di Napoli, che con grande abilità è riuscita a scavare nei ricordi di Laviano (SA), dove il terremoto dell’80 fu particolarmente devastante, il file rouge che lega drammaticamente la morte della famiglia Cuomo a Caracas con quella dei nonni materni di Enzo (Filomena Piserchia e Gerardo Nicola Cicoria) vittime di quella serata indimenticabile dell’80 che sconvolse la vita di intere generazioni.
Poi la notizia così succosa è subito rimbalzata in sede nazionale ed internazionale ed è stata fatta propria dai grandi net-work, ma la stessa rimane saldamente ancorata alla sagacia investigativa della giornalista Siani che sul caso ha lavorato, e sta lavorando, con grande abilità e sensibilità.
Fatta questa doverosa precisazione passo subito all’immagine che ha riportato alla mia mente la narrazione della Siani: siamo, a mio avviso, ad una di quelle scene apocalittiche di “Final Destination” (un film del 2000, diretto da James Wong; primo film del franchise di “Final Destination” prodotto dalla New Line Cinema dedicato alla morte) che dal 2000 continuò per cinque puntate negli anni successivi e che catechizzò decine di milioni di spettatori in tutto il mondo.
Una maledizione quella dei Cuomo (si erano allontanati da Laviano in cerca di migliore vita per trovare invece la morte allo stesso modo dei nonni Filomena e Nicola in quella tragica serata di 46 anni fa a Laviano dove gli stessi erano rientrati dopo una lunga permanenza a Caracas) che richiama tantissimo le tragiche fatalità poste alla base di quella inquietante narrazione cinematografica.
Sembrerebbe appunto un film se non fosse una realtà che ha superato anche la fantasia più sfrenata.
All’epoca io ho lavorato diversi mesi in quelle zone disastrate del terremoto per la raccolta dei dati anagrafici relativi ai morti, ai feriti ed a tutti pensionati in quanto la Legge Zamberletti aveva riconosciuto a tutte le vittime (morti e feriti) la qualità di “infortunati sul lavoro” ed io, da giovane ispettore di vigilanza, avevo avuto in assegnazione proprio l’intera zona dell’Alto Sele a partire da Oliveto Citra e Colliano per finire a Santomenna, Laviano e Castelnuovo di Conza ai confini dell’avellinese. Le pensioni, gli indennizzi per i morti e feriti, i contributi per suppellettili e tv a colori, venivano pagati a cielo aperto o, nel migliore dei casi, in qualche roulotte. Ho vissuto direttamente centinaia e centinaia di casi dove la tragedia era stampata sul viso di tutti.
E molto probabilmente, anzi sicuramente, avrò anche collazionato le pratiche burocratiche di Filomena e Nicola per il riconoscimento dell’indennizzo di 10milioni di lire cadauno per la famiglia delle due vittime: indennizzo previsto sempre dalla Legge Zamberletti e pagato, ricordo, con moneta contante.
Il ricordo di quei giorni è rimasto indelebile nella mia mente e tanti, tantissimi, sarebbero gli episodi strani venuti alla luce in quel dramma che sradicò antiche tradizioni fin dentro i talami nuziali della gente perché i soccorritori non badarono alla privacy ed alla sensibilità personale; un’azione massiccia e penetrante che comunque consentì un grande balzo in avanti di civiltà per tutte quelle popolazioni.