Lo spopolamento delle zone interne richiede soluzioni immediate

Dal prof. Nicola Femminella

 

Di recente ho trascorso molte ore nella stazione di Salerno, in attesa di incontrare un amico con il quale avevo stabilito un appuntamento. Seduto su una panchina e sfogliando le pagine di un libro appena comprato, sono stato sorpreso da un vocio pervasivo diffuso tra i binari. Una fonesi che non lasciava decodificare le parole, come una sorta di colonna sonora che proveniva da un gran numero di persone, mai da me riscontrato, quando mi sono trovato nella stazione di Salerno. Soprattutto giovani che spingevano grosse valigie, pesanti a giudicare dalla gran fatica che essi affrontavano quando c’erano le scale da superare. Mi sono messo ad osservare più attentamente la gran calca, avendo il fenomeno destato la mia curiosità. Erano davvero moltissimi e il numero non tendeva a diminuire col passare delle ore. I treni arrivavano, sostavano per il tempo stabilito e ripartivano, riempiendo i vagoni di passeggeri. Anche essi numerosi e in preda ad un traffico incalzante. Il fenomeno mi ha indotto a raccogliere qualche informazione a riguardo. Con garbo ho provato a chiedere ad un giovane il motivo di quell’affollamento. Mi ha risposto che è sempre così nei fine settimana e in occasione dei ponti, anche se un po‘ minore rispetto a quello delle feste natalizie e pasquali. Il giovane ha aggiunto che la maggioranza dei suoi coetanei partiva per località sedi degli atenei frequentati, in prevalenza da Roma in su; una minoranza verso regioni del centro-nord e dell’Europa per motivi di lavoro.

Si sono subito visualizzati davanti ai miei occhi i borghi dell’intero Cilento da me visitati in molte occasioni. Quasi tutti nel Cilento, Vallo di Diano, Golfo di Policastro, Alburni sono minacciati dal fenomeno dello spopolamento delle aree. Centinaia di case chiuse, dove di sera le luci restano spente, con giovani lontani dagli affetti familiari a cercare una occupazione nel Nord Italia e all’estero. Una piaga diffusa si evidenzia sempre di più a scandire numeri di una emergenza inarrestabile che morde le carni delle famiglie. Giovani che portano con sé copia del diploma o della laurea conseguiti da mostrare ai dispensatori di occupazione che mancano nei nostri paesi. Una emorragia silenziosa, ma inarrestabile che si riflette sul non sviluppo dei territori, perché a partire sono i giovani con competenze professionali fruibili che, utilizzate, potrebbero promuovere ricchezza, occupazione e realtà socio-economiche avanzate, al pari di quelle vigenti in regioni maggiormente sviluppate.

L’argomento incalza le autorità locali e spesso ho cercato le cause prime a motivo della questione che lancia proiezioni negli anni a venire sempre più rovinose. Ho provato a darmi delle risposte, che ormai incominciano a essere prevalenti tra coloro ai quali stanno a cuore le sorti dell’intero Cilento. Alcune sono ribadite in ogni occasione. La viabilità carente che favorisce l’isolamento delle zone interne e condiziona negativamente ogni forma di pendolarismo, a fronte della vastità del territorio nella parte a sud di Salerno (da circa trenta anni non si porta a compimento la strada del Fondovalle Calore); la mancanza di servizi, con chiusure delle scuole; presidi sanitari carenti e reparti degli ospedali che scompaiono; poli universitari lontani, sezioni dei tribunali e di altre istituzioni scomparse nel tempo, uffici postali e caserme sempre col pericolo della chiusura; il valore degli immobili in netta caduta. A tutto si uniscono lavori poco qualificati e spesso per nulla coerenti con i diplomi e le lauree conseguiti dai giovani. Sicché i borghi diventano dormitori per le persone anziane, dove anche i nuovi nati segnano linee rosse a causa della natività in evidente calo.

Le conseguenze sono angosciose. Si perdono gli antichi mestieri e con essi le tradizioni, i dialetti e anche la dieta mediterranea è distorta dall’apertura di dispensatori di cibi estranei alle nostre abitudini alimentari.

La manutenzione dei territori, i sentieri, i terrazzamenti poco curati favoriscono le frane e gli incendi procurano danni distruttivi sulle colline, dove la biodiversità ha creato secolari paradisi botanici di riconosciuta rilevanza.

Se ne deve parlare, ma il fare deve subentrare e sostituire le parole, dapprima nell’azione responsabile di politici e amministratori del bene comune. Dietro di loro tutte le altre istituzioni, le categorie e i settori costituiti, le associazioni; a seguire ogni singolo cittadino a fare la sua parte, seguendo quattro idee guida, a mio modesto parere.

1) Costruire reti e ponti tra i quattro comprensori in questa parte meridionale della Campania, perché si abbia una progettualità unica, di visione allargata, lottando contro le divisioni e i campanili che spesso hanno vanificato iniziative e intenti valevoli, dietro ad un localismo insensato e restio a fare sistema. Sono da costruire visioni e disegni complessivi, da perseguire con tenacia e passione, consapevoli che il tutto serve soprattutto ai giovani, perché diventino imprenditori di se stessi.

2)Approfondire le conoscenze che riguardano i borghi e in particolare le risorse che in essi costituiscono un patrimonio inestimabile di storia, arte, natura, tradizioni. Conoscendolo, ho detto talvolta, lo si ama e lo si valorizza.

3) Produrre una progettualità credibile, frutto di uno studio accurato, che contenga proposte di gran livello ed orizzonti estesi ma ravvicinati, costruite da esperti di settori produttivi, un’azione partecipata che renda gli attori protagonisti responsabili e attivi, eliminando ritardi e lungaggini operative paralizzanti, in grado di suggerire idee e indirizzi per gli investimenti dei privati coraggiosi e del denaro pubblico delle istituzioni. Il ponte a Caiazzano tra Padula e Sassano da solo è un trattato di inosservanza di ogni regola.

4) Occorrono strutture di sostegno per colloquiare nel modo giusto con gli istituti bancari e riportare sul tavolo degli investimenti mirati le ingenti somme depositate nelle stesse banche e uffici postali dalle nostre famiglie propense al risparmio.

Spesso gli enunciati appena riportati sono stati soverchiati dal suono degli egoismi nascosti che sulle coste e nelle zone collinari hanno scelto il bieco interesse localistico. È avvenuto di recente anche con la costituzione delle DMO (Organizzazioni per la Gestione delle Destinazioni Turistiche) della Regione Campania che qualche nube ha lasciato nelle scelte finali e nel rapporto tra i paesi che avrebbero dovuto formare accordi e intese seguendo solo le vocazioni dei territori.

Un modello di sviluppo da seguire è dato dal Vallo di Diano, dove da alcuni decenni si è sviluppato un ordito di piccole e medie imprese che danno opportunità concrete di lavoro ad alcune migliaia di persone. Tra Sala Consilina e Polla sono sorte realtà produttive che vedono durante il giorno negli opifici centinaia di addetti alle mansioni richieste dal proprio ruolo. Se, all’unisono, ci sarà una ripresa dell’agricoltura e della zootecnia, anni non lontani fiori all’occhiello delle comunità nella vallata, si potrà elevare una barriera stabile, avversa allo spopolamento che oggi permane e grava sui nostri borghi.

Un altro esempio, a parer mio, a cui guardare con interesse, è il “Progetto Archeologico Europeo”, la cui anima fondante si sta affermando ad opera di ben 45 Comuni dei 4 comprensori del Cilento, Vallo di Diano, Alburni, Golfo di Policastro. Da qualche anno i Sindaci coinvolti hanno deciso di darsi una unica cabina di regia, operativa ed efficiente, per utilizzare il vasto patrimonio archeologico rilevato nei loro territori, spesso non noto e poco divulgato a livello nazionale. L’intento è quello di utilizzarlo a pieno regime per dare al settore turistico una spinta trainante e di gran rilievo. All’interno del progetto guida, infatti, sono stati individuati una trentina di moduli e contenuti (progetti B), per definire una unica linea di progettualità collettiva, partecipata e volta a utilizzare tutte le risorse dei territori. Che sono di gran pregio e di sicuro fruibili. In questa area di studio dei patrimoni di arte, storia, natura, gastronomia spicca il capitolo denominato “La Rotta dei Focei”. Il progetto prevede una serie di iniziative comuni tra le municipalità di Ascea, di Foca in Turchia, Saronikos in Grecia, Aleria in Corsica, L’Escala in Spagna (si aggiungeranno Nizza e Marsiglia), città fondate dai Focei a partire dal VI secolo a.C. che il 6 maggio scorso a Napoli, nella sala della Loggia del Maschio Angioino,  hanno firmato lo Statuto dell’Associazione, ultimo atto dei numerosi adempimenti richiesti dal Consiglio d’Europa per conceder loro l’autorizzazione a inserire il percorso culturale, turistico e istituzionale tra quelli più conosciuti in Europa e, di sicuro nel futuro, fonte di inestimabili flussi turistici.

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