Aldo Bianchini
SALERNO – A poche ore dalle imbecillità terrestri di quei pochi scalmanati (con striscioni, trombette e tamburi) – che pensano di poter ritornare al passato (tra essi ci sono anche validi professionisti di oggi !!) – con l’intento di contrastare la presentazione del libro (dedicato al giovane di destra ucciso il 7 luglio del 1972) nel Salone dei Marmi del Comune si è riunito in seduta plenaria il cosiddetto “tavolo del paradiso” (disegnato architettonicamente dal compianto futurista Ugo Marano) presieduto da CARLO FALVELLA, la vittima sacrificale di quel periodo torbido di contrapposizione poco ideologica ma prevalentemente fisica che insanguinò non soltanto Salerno ma anche tante altre piazze d’Italia.
IL LIBRO – «E me ne vanto». La storia di Carlo Falvella di Tony Fabrizio (Autore), Valentina Carnielli (Dopo), Alita B. (Prefazione). Un libro che ancor prima di essere presentato ha evidenziato il rigurgito di antiche violenze fine a se stesse con i due soliti schieramenti in campo; da una parte tuti quelli che accusano Carlo Falvella di essere stato un fascista, e dall’altra coloro che di Falvella ne fanno un eroe. Molto verosimilmente il libro è alquanto tendenzioso ed anche pericolosamnte ideologico, ma il giovane Carlo Falvella non è stato né un fascista estremista e neppure, purtroppo per lui, un eroe. Ha molto più semplicemente rappresentato l’apice incontrollato e incontrollabile di una idiozia pura elevata ai massimi livelli che caratterizzava la “meglio gioventù” dell’epoca con qualche infiltrazione sociale meno abbiente; una idiozia che emerge ancora oggi, e non soltanto a Salerno e/o solo per colpa dell’ormai vecchia ed antistorica ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) che a Sala Consilina qualche mese fa ha impedito che un libro su Mussolini (scritto dal nipote) venisse presentato nell’aula magna di un istituto scolastico; come se quella storia, brutta – bella o maledetta che sia, non debba trovare posto nella storia da passare alle nuove generazioni a distanza di più di ottant’anni. Nelle Università americane da decenni si studiano i due personaggi del nazi-fascismo, Hitler e Mussolini, senza che nessuno si scandalizzi. Ma qui siamo in Italia; un Paese in cui prosperano le associazioni di tutti i tipi, anche quelle create da chi si sveglia per prima al mattino.
IL TAVOLO – Su questo coacervo di fatti e misfatti e su quanto accaduto il 7 luglio 26 a Salerno è stato convocato in seduta plenaria, come dicevo, il tavolo del paradiso così composto: Carlo Falvella, presidente; Pippo Falvella (segretario-notaio); Ugo Marano (futurista, ideatore del tavolo); Enzo Fasano (già senatore, delegato alle trattative pacificatrici con l’ANPI); Angelo Vassallo (già sindaco di Acciaroli, senza diritto di parola); Giovanni Marini (assassino di Carlo, ancora senza diritto di parola), Francesco Mastrogiovanni (il maestro filosofo, senza diritto di parola, anche lui aggressore di Carlo), Guido Rossa (operaio sindacalista genovese ucciso dalle Brigate Rosse il 24.01.1979); Vittorio Bachelet (già vice presidente del CSM, ucciso dalle BR il 12.02.1980); Nino Colucci (già deputato MSI di Salerno); Tommaso Biamonte (già deputato PCI di Salerno); Annalaura Braghetti, Bruno Seghetti e Natalia Ligas (tre brigatisti rossi, con Natalia denominata “Angela” e coautrice a Salerno dell’attacco-strage contro le forze dell’ordine e dell’esercito del 26.08.1982 sotto l’egida della colonna Fabrizio Pelli).
LA DISCUSSIONE – Il segretario-notaio avv. Pippo Falvella apre la seduta plenaria raccomandando ai presenti di riflettere prima di parlare e di auto censurarsi prima di giudicare gli altri. Del resto, dice Pippo, al tavolo sono seduti personaggi storici ed artistici appartenenti ad entrambe le fazioni in campo per ristabilire il giusto equilibrio voluto dalla storia e per cancellare le storture e le forzature ideologiche di un passato abbastanza lontano.. Poi cede subito la parola al presidente Carlo Falvella (suo fratello).
“Sono sinceramente addolorato per quanto accaduto fino a poche ore fa sulla nostra amata terra di Salerno; veramente non ho parole per stigmatizzare la pericolosità sociale di tali atteggiamenti che non hanno niente di storico e di verità dei fatti e, soprattutto, niente di insegnamento ma soltanto odiose ed esacerbate punte velenose che ancora non riescono a cedere per sempre il passo alla conciliazione” <così attacca Carlo il suo discorso> “Ero convinto che il tentativo pacificatore messo in atto dall’ottimo giornalista di sinistra Eduardo Scotti nel corso della rievocazione del 7 luglio 2022 avesse avuto gli effetti positivi per una definitiva riconciliazione dopo ben 54 anni da quel maledetto 7 luglio 1972. E sfido chiunque a dire che Scotti non sia di sinistra”. I presenti seguono in religioso silenzio.
E continua: “Con Eduardo mi incontrai, al mare, la mattina del 7 luglio 72; poche ore dopo io purtroppo arrivai qui, sui prati celesti. Per quanto mi riguarda, Eduardo era l’unica persona (avendo avuto il padre di sinistra e lo zio di destra -fucilato dai partigiani-) in grado di garantire, come ha fatto, il perfetto equilibrio tra due mondi e due modi diversi di pensare e di fare politica”.
E chiude dicendo con fermezza e autorevolezza: “La vostra presenza intorno a questo tavolo celeste è la più plastica dimostrazione del lavoro fatto a destra e a sinistra per ricomporre e storicizzare quel maledetto evento delittuoso. Io fui ucciso. Punto. Voi siete stati attentamente selezionati nel corso degli anni ed ho ammesso al tavolo anche i miei assassini che, vi annuncio, dall’anno prossimo avranno facoltà di parola. Ringrazio di cuore tutti quelli che hanno inteso ricordarmi al di là delle contestazioni squallide e sopra le righe, così come ha fatto mio fratello Marco. Chi di voi vuole intervenire lo faccia subito”.
LA MOZIONE D’ORDINE – In Paradiso, ovviamente, non è d’uso l’applauso; normale è il silenzio. Ed alle parole di Carlo segue qualche minuto di silenzio. Poi insieme si alzano Enzo Fasano, Tommaso Biamonte e Nino Colucci e tutti e tre consegnano una mozione d’ordine nelle mani del segretario-notaio Pippo Falvella che legge: “Abbiamo attentamente soppesato tutte le dichiarazioni, contrarie e favorevoli alla presentazioni del libro su Carlo; alcune ci sono apparse alquanto pedestri, alludiamo alla presa di posizione dei quattro consiglieri comunali La Nocita – Avella – Russolillo e Amendola; altre le abbiamo lette come un timido tentativo di conciliazione, soprattutto quella del prof. Pino Acocella; assurda quella di Casa Pond, indecorose le sfilate, il resto solo immondizia. Abbiamo scelto di mettere a verbale della seduta una sola dichiarazione, quella della giovane donna Licia Claps (avvocato, socialista) che con il suo intervento, pubblicato da “leCronache.it” il 6.7.26, ha dato a molti una lezione di democrazia e di civiltà. Ecco il testo:
LICIA CLAPS – “Non ho nulla contro il caro e stimato Giso Amendola. Era però prevedibile che il suo passato politico sarebbe tornato al centro del dibattito. Parlo per me: non sono mai stata di destra. Né da adolescente, né per caso. E chi mi conosce davvero sa che è così. Può accadere, tuttavia, che persone capaci di discernere con intelligenza e autonomia scelgano un credo politico diverso dal nostro. È proprio l’antitesi del “credo” a spaventarmi: quando si smette di ragionare e ci si lascia guidare soltanto dall’appartenenza. Da donna libera, prima ancora che da iscritta al PSI, ritengo legittima la protesta dell’opposizione sulla presentazione del libro dedicato a Carlo Falvella. È legittima perché siamo in democrazia e perché il dissenso fa parte del confronto democratico. Legittima, sì. Ma non la condivido. Parlo da semplice cittadina, una persona che, al di là di ogni appartenenza politica, cerca di non mettere mai da parte né la mente né il cuore. L’assassinio di un giovane resta tale. Non ha e non deve avere colori, bandiere o appartenenze. La morte di un ragazzo merita di essere ricordata, affinché serva da monito e non si ripetano mai più tragedie simili. Andiamo oltre gli steccati ideologici. Pensiamo al dolore di una madre, di un padre, di un figlio, di un nipote. Molti di noi sono genitori o nonni. Davanti alla perdita di una giovane vita non dovrebbe esistere una destra o una sinistra che abbiano più ragione dell’altra. Servono lucidità, umanità e tanto buon cuore. Quanto alla possibilità di presentare un libro dedicato a Carlo Falvella, ricordo innanzitutto a me stessa e a tutti che la Casa Comunale è la casa di tutti. Di tutti, nessuno escluso. Il modo migliore per affrontare un’iniziativa che può suscitare opinioni diverse non è impedirla, ma partecipare, ascoltare e confrontarsi. Chi nega o ostacola il confronto difficilmente rende un buon servizio alla democrazia e al pluralismo. Proviamo a trasformare il dialogo con chi la pensa diversamente da noi in un’occasione di crescita reciproca. Solo così il confronto può diventare davvero costruttivo”.
Al netto della storiella inventata, rifugio di un partigianesimo mafioso e pericoloso (quelli sì, non i libri, pure se di CasaPound, si scrive così!) assurdo e indecoroso è questo modo di ricordare Carlo che, ricordo, è morto per salvare la vita a un camerata e ucciso perché “sono fascisti quelli”.
Alla storiella di chi non riesce a prendere sonno o non ha miglior modo di annoiarsi sul divano il giorno dopo, contrapponiamo le martellate del giorno prima. Le denunce e le inchieste giudiziarie degli anni prima. Le assenza di quando il cippo si fa semplicemente a pulire.
E diciamo solo che se non ci fosse questa gente che prende posizione, terza – ci siamo abituati: la mollezza non ci appartiene – che si appunta al petto come medaglie le sentenze morali che abbondano e che ci vedono “assurde” e “indecorose”, già l’anno prossimo il ricordo di Carlo Falvella non ci sarebbe stato. D’altronde, professioni, professionisti e tuttologi erano già arrivati a dimenticarsi di Carlo che si ricorda proprio da quando esiste CadaPound. E questa non è la storiella che si scrive in un avvinazzato pomeriggio assoluto, ma la realtà. La vostra.