Aldo Bianchini
SALERNO – Prima di andare avanti completo il senso del titolo di questo articolo: “Non vorrei che il <caso Ranucci> finisse per essere simile a quello del sacerdote salernitano che agli inizi degli anni ’90 faceva mettere delle bombe nella scuola di Eboli in cui insegnava per ingigantire la sua esposizione pubblica fino ad autodefinirsi <il prete anticamorra> e godere di una scorta rinforzata con cui faceva il giro di tutte le emittenti televisive locali e regionali.
Il caso giudiziario di quel sacerdote fu affidato al pm Luigi D’Alessio (poi divenuto procuratore capo a Locri e noto per aver incriminato il sindaco di Riace Mimmo Lucano – ora eurodeputato-) che scoprì l’arcano imbroglio e riuscì anche a far condannare il colpevole sacerdote che dopo alcuni anni di oblio è ritornato in sella in una Chiesa (non quella che vorrei) che succube di alcune fisse, cioè quando stravede – vede o non vede e non sente, decide sempre in piena autonomia chi recuperare e chi affondare tra i tanti presbiteri che finiscono nelle maglie della giustizia.
Ho riportato alla mente questo episodio giudiziario, ormai dimenticato anche da chi dovrebbe ricordarlo benissimo, per dire che “il caso giudiziario Ranucci” è uno di quei casi che lasciano davvero l’amaro in bocca e si prestano alle più svariate interpretazioni; esattamente come stiamo assistendo in questi giorni dove ognuno dice la sua, anche la più fantasiosa, nell’attesa delle determinazioni finali del PM che appaiono, allo stato, molto distanti dalla conclusione che potrebbe riservare notevoli sorprese fino al punto, come si sussurra negli ambienti bene informati e come velatamente si scrive sui giornali, di scoprire che, forse, l’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 sia stato organizzato proprio dallo stesso Ranucci con la forte complicità di Valter Lavitola (molto noto da decenni per le sue manovre politiche-economico-sociali, che travolsero anche Silvio Berlusconi) per promuovere un rafforzamento dell’immagine del giornalista ed anche una sua discesa in campo politico alla testa di un movimento nuovo.
Il giornalista Paolo Mieli, storico riconosciuto, nel corso della trasmissione “In Onda” su La/7 racconta di “”… aver cenato con entrambi dopo l’attentato del 16.10.25 e di aver visto con i propri occhi quanto i due fossero amici … Rivedendoli successivamente ho maturato la convinzione che Lavitola si fosse messo in testa di fondare un partito politico con Ranucci come leader. Ovvero un attentato d’amore per far crescere la fama del giornalista …””.
Il caso Ranucci rimane, comunque, tra quelli più emblematici della storia politico-giornalistico-giudiziaria di questo Paese; sinceramente non vorrei che finisse come quella del sacerdote di Salerno che insegnava a Eboli.
Se dovessi esprimere una mia personalissima impressione non posso non dire a me stesso che nel corso di questi ultimi ottant’anni non mi sono mai ciecamente fidato di tutti coloro che a spada tratta, e con i paraocchi delle ideologie, finiscono per diventare i paladini della legalità e i garanti del popolo che ripetutamente si innamorano di loro anche se poi devono prendere atto del contrario, soprattutto quando nei loro giri gravitano molti, ma molti, soldi. Il caso di Mario Adinolfi, ancora tutto da dimostrare, è la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Sicuramente, e ben al di là delle precise responsabilità, non posso offrire il minimo credito a chi frequenta assiduamente un “personaggio come Lavitola” anche per il semplice scopo di avere notizie da propalare sempre in maniera unidirezionale.