Live Aid: quando la musica provò a cambiare il mondo

 

 

Da Angelo Andriuolo

Ricorre oggi il 41° anniversario di uno degli eventi più iconici della storia del rock: il Live Aid, il primo vero momento musicale globale ed  una maratona senza precedenti.  Due concerti in contemporanea –  uno al Wembley Stadium di  Londra con 72.000 spettatori  ed uno al John Fitzgerald Kennedy Stadium di Filadelphia con oltre 90.000 – trasmessi in mondovisione, raggiungono oltre due miliardi di persone.

Era il 1985. Una carestia, tra le più gravi che la storia ricordi,  stava devastando da quasi due anni  l’ Etiopia.  Le immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo  erano strazianti: bambini scheletrici, madri disperate, ospedali senza medicine,  colpirono duramente la opinione pubblica. Ma soprattutto avrebbero cambiato per sempre la storia di Bob Geldof.

Il giovane artista  decise che doveva fare  qualcosa di concreto. Telefonò  a Midge Ure degli Ultravox e  insieme scrissero “Do They Know It s Christmas?“, un singolo natalizio interpretato dai migliori artisti britannici dell’epoca riuniti in un supergruppo ribattezzato Band Aid: la canzone raggiunse la vetta delle classifiche ed i proventi che ne derivarono andarono in aiuto delle popolazioni colpite dalla carestia.

Ma Geldof non si fermò lì. Aveva già in mente un evento globale in diretta televisiva che coinvolgesse tutti i grandi della musica internazionale. Cosi nacque Live Aid, che mise insieme 70 artisti, distribuiti tra Londra e Philadelphia, collegati da 16 satelliti per oltre 16 ore di musica.

Era il 13 luglio 1985. A Londra si esibivano  tra i tanti    Status Quo, Ultravox,     Spandau Ballet,

Sting,    Bryan Ferry con David Gilmour,  U2,  Dire Straits, Queen, David Bowie,  The Who,   Elton John,

Freddie Mercury e Brian May,     Paul McCartney; mentre a Filadelfia suonavano     Joan Baez, Black Sabbath, Crosby, Stills and Nash,  Judas Priest,  Bryan Adams, The Beach Boys,  George Thorogood and the Destroyers,  Bo Diddley,  Albert Collins,  Santana,    Pat Metheny, Madonna,    Tom Petty, Neil Young, Eric Clapton, Led Zeppelin, Crosby, Stills, Nash and Young,   Mick Jagger,  Tina Turner,    Bob Dylan e tanti altri. Addirittura,  Phil Collins, dopo essersi  esibito a Londra, volò con il Concorde fino a Philadelphia e sali anche lì sul palco: una doppia performance straordinaria in un solo giorno.

La performance  più famosa dell’evento è sicuramente stata quella dei Queen: un memorabile medley di circa 20 minuti che incantò il  Wembley Stadium. La loro esibizione – che si aprì con una versione più breve di Bohemian Rhapsody e si chiuse con We Are the Champions –  è unanimemente  considerata come  una delle più potenti della storia del rock.

Ovviamente non tutto filò liscio.  Ci furono intoppi,  stecche e momenti davvero surreali. Paul McCartney inizio Let It Be col microfono spento e Phil Collins prese parte ad una disastrosa reunion dei Led Zeppelin, tanto che Jimmy Page vietò la pubblicazione ufficiale dei video relativi. Per non parlare di Bob Dylan che,  un po’ alticcio,  suonò Blowin in the Wind con Ron Wood e Keith Richards in una maniera indecorosa tra chitarre scordate ed esecuzione altalenante.

Ma il momento che fece la storia fu quando Bob Geldof intervenne all’improvviso in  diretta tv.  Mentre il presentatore, David Hepworth,  stava leggendo con calma gli indirizzi postali a cui inviare i contributi, lo interruppe urlando: “Fuck the address, let s get the numbers!“. La frase, complice l’ accento irlandese di Geldof, fu interpretata da molti come “Give us your fucking money!“.  L’ effetto di quel “Dateci i vostri fottuti soldi” fu immediato ed efficacissimo: le linee telefoniche vennero prese d’assalto e le donazioni raggiunsero picchi di 300 sterline al secondo. Alla fine furono raccolti circa 150 milioni di dollari. Una cifra enorme sulla cui destinazione  più di un  dubbio  rimase: alcune ONG e inchieste giornalistiche indipendenti parlarono apertamente di presunti utilizzi impropri da parte del regime etiope.

In ogni caso Live Aid ha lasciato un segno indelebile in molti dei musicisti che vi parteciparono   e lo  stesso Geldof ha pagato il prezzo della sovraesposizione. Ma senza Live Aid, probabilmente, non ci sarebbero state le grandi mobilitazioni artistiche per cause umanitarie degli anni successivi.

E mai come ora ci sarebbe bisogno di un grande risveglio collettivo della musica.

 

 

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