Siamo tutti Mario Roggero? Le domande che gli slogan non fanno

di Maria Stella Bosco

 

Su un piatto il diritto a difendersi, sull’altro il limite che nessuno può oltrepassare: la bilancia non pesa soltanto i fatti, ma ciò che siamo disposti a diventare. (Immagine generata con l’intelligenza artificiale)

C’è una frase che in questi giorni rimbalza ovunque, gridata dai palchi e battuta sui social: “Siamo tutti Mario Roggero”. Fa presa perché tocca una paura vera, quella di chi apre ogni mattina una serranda e non sa chi entrerà. Ma una frase che entra così facilmente nella pancia merita, prima di essere ripetuta, di essere guardata in faccia.

I fatti, spogliati dalla retorica, sono scomodi. Il 28 aprile 2021 tre uomini entrano armati nella gioielleria di Grinzane Cavour, legano una figlia, terrorizzano una moglie. Fin qui c’è una sola vittima, e ha un nome: Roggero. Poi qualcosa si rompe. I rapinatori scappano, e lui li insegue e spara mentre corrono via. È in quella manciata di secondi tra il difendersi e l’inseguire che tre gradi di giudizio hanno visto non più una difesa, ma una resa dei conti. Da qui la condanna, oggi definitiva: quattordici anni e nove mesi.

Non ero in quel negozio, e non so cosa si prova quando l’adrenalina cancella la ragione. Ma proprio per questo credo che la storia vada attraversata con più domande e meno certezze.

La prima è civile. Alla pena si somma un risarcimento: una provvisionale di 780mila euro ai familiari degli uomini uccisi, con richieste fino a 3,3 milioni. È giusto che la famiglia di chi muore mentre rapina chieda denaro a chi la rapina la stava subendo? La legge ha una logica fredda: quel denaro non è dovuto per la rapina, ma per l’eccesso, per i colpi sparati quando i banditi già fuggivano. Il nuovo disegno di legge del governo prova a recidere quel legame. Ma la domanda resta: togliere ogni conseguenza a chi spara alle spalle rende il Paese più giusto, o solo più armato?

La seconda è penale, e più spiazzante. L’articolo 27 della Costituzione vuole che la pena tenda a rieducare. Ma Roggero ha settantadue anni, una vita di lavoro, nessun precedente. Rieducarlo a cosa? La verità è che qui la pena non serve a rifare un cittadino: serve a ribadire una regola per tutti noi, che nessuno può farsi giustizia da sé. Ed è qui che la domanda diventa vertiginosa: se quell’uomo non è pericoloso per nessuno, quei quindici anni affermano la regola, o rischiano di diventare a loro volta una vendetta, stavolta con la firma dello Stato?

Perché in questa storia c’è un terzo protagonista che non siede mai sul banco degli imputati: lo Stato. Dov’era, quando quella serranda si è alzata per l’ennesima volta senza protezione? La sicurezza non è la pistola nel cassetto per disperazione: è presidio, è la certezza che qualcuno arrivi prima, non solo dopo, a contare i morti. Un commerciante che si sente solo impara a difendersi da sé, e la giustizia privata diventa un destino annunciato. Ma l’assenza dello Stato ha un secondo volto: anche i due morti venivano da qualche parte. Nessuno nasce rapinatore. Dietro quasi ogni pistola c’è una periferia dimenticata, una scuola che ha mollato, un lavoro mai arrivato. Non è un’attenuante, è una diagnosi: chi presidia i quartieri difficili solo con le manette, e mai con la scuola e il lavoro, semina ciò che poi finge di raccogliere per caso.

E allora il punto è il metodo. Temi come questi — il confine della difesa, il senso della pena, il dovere dello Stato di esserci prima — si discutono in Parlamento, non a colpi di hashtag. Quando un dramma diventa bandiera, l’informazione si sporca: lo stesso caso viene raccontato all’opposto secondo la parte politica, e i dettagli scomodi spariscono — a partire dal fatto che la legge “salva Roggero” non salva affatto Roggero, perché non è retroattiva. È una tentazione trasversale. Ma una legge scritta sull’onda dell’emozione, con il nome di un uomo sopra e un occhio al voto, è quasi sempre una brutta legge.

Resta, sotto tutto, la parte che pesa di più: due uomini morti mentre scappavano, e per loro quasi nessuno che pianga. Erano delinquenti, è vero. Ma erano anche due vite, e una nazione che si commuove solo a metà è una nazione che crede solo nella propria.

Non so se avrei sparato. Nessuno lo sa finché non gli succede. Ma il giorno in cui premere il grilletto su chi fugge diventerà un gesto da eroe — e la legge un applauso da raccogliere — avremo perso qualcosa che nessun risarcimento, e nessun voto, potrà mai ripagarci.

Non siamo tutti Mario Roggero. E la domanda vera è se vogliamo davvero diventarlo.

Maria Stella Bosco

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