La grazia a Roggero scuote le coscienze, ma la soluzione non è facile

 

da  dott.ssa Maria Stella Bosco

(formatrice nel campo delle tecnologie emergenti

e fondatrice dell’Accademia “IA Senza Paura”)

 

Per Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, si sono aperte le porte del carcere dopo la condanna per eccesso di legittima difesa. Un destino che, purtroppo, può capitare a chiunque di noi, in qualsiasi momento. Basta trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato perché una banale discussione possa buttare all’aria il futuro nostro e dei nostri cari.

La reazione di Roggero — dettata da un comprensibile senso di vendetta dopo essere stato abbandonato, esasperato e impaurito dalle ripetute aggressioni subite — lo ha portato alla peggiore delle conclusioni. Se è vero che ogni giorno dobbiamo armarci di buon senso e pazienza, è altrettanto vero che non possiamo accettare di subire angherie di ogni tipo. Altrimenti, l’abuso del più forte o del più prepotente dilagherà in modo incontrollabile.

D’altra parte, giustificare qualsiasi reazione porterebbe all’anarchia. È una questione di equilibrio, difficile da trovare. La premessa è che sono morte due persone e che, senza conoscere a fondo la questione e gli atti processuali, è difficile esprimere giudizi. I giudici avranno interpretato la reazione di Roggero come volontà di uccidere. Ma è giusto subire violenza gratuita, per sé e per i propri cari?

Per la legge, hanno sbagliato tutti. Ma se la grazia è stata concessa a Nicole Minetti per assistere il figlio, verrebbe da dire che allora vada data anche a Mario Roggero. Il reato è diverso, è vero, ma Roggero non era in sé quando ha reagito. Era un uomo terrorizzato e disperato, reduce da numerose rapine violente. I giudici hanno applicato la legge che punisce la reazione spropositata; resta però il dubbio, umanamente, che non volesse davvero uccidere.

La vera questione è un’altra. Quanto un uomo deve sopportare prima di poter reagire? Lo Stato non può pretendere dai cittadini, che dovrebbe proteggere, di subire sempre. Né può fornire come unica alternativa quella di chiudere e cambiare vita. Il Presidente della Repubblica deve comprendere che Roggero, in quel momento, aveva raggiunto un limite fisiologico e che, se è arrivato a quel punto, è perché lo Stato non ha fatto abbastanza.

Che senso ha mandare in carcere un uomo di settant’anni — una brava persona — che ha contribuito con il suo lavoro alla crescita della società? Che messaggio diamo alla moglie e alla figlia, quelle stesse persone che, con il suo gesto, voleva soltanto proteggere?

Esprimo tutta la mia vicinanza a chi, ogni giorno, subisce senza trovare aiuto per la propria serenità. Solo mettendosi nei panni di Mario Roggero, immaginando quei pochi ma lunghissimi minuti di violenza, si può capire quanto sia difficile giudicare. Fin qui ha parlato l’istinto. Il diritto, però, ci chiede di distinguere.

Perché, a mente fredda, una risposta netta non c’è. E le due anime del diritto, quella penale e quella civile, tirano in direzioni opposte.

Sul piano penale faccio fatica a sostenere la grazia. Non per accanimento verso Roggero, ma per un aspetto che quasi nessuno ha voluto considerare. Sparare mentre i rapinatori fuggivano, in strada, non mette in pericolo soltanto loro. Basta un passante, un vicino affacciato alla finestra, un’auto che sopraggiunge, e la vittima poteva chiamarsi con un altro nome. Il diritto penale non punisce la paura di Roggero — quella la comprendiamo tutti — ma il rischio che quel gesto ha scaricato su innocenti che con la rapina non c’entravano nulla. È una responsabilità che resta, anche quando il movente è sacrosanto.

Sul piano civile, al contrario, la mia coscienza si ribella all’idea che gli eredi di chi muore mentre sta delinquendo possano ottenere un risarcimento. Chi esce di casa armato per rapinare accetta un rischio, e non può poi pretendere che sia la comunità a coprirne le conseguenze. Vale qui un principio antico quanto il diritto stesso, per cui nessuno può trarre vantaggio dal proprio illecito. Riconoscere un indennizzo a chi è caduto delinquendo suonerebbe, al senso comune di giustizia, come un ribaltamento insopportabile delle parti.

Due piani, due risposte diverse. Ed è proprio in questa distanza che si misura quanto sia difficile pretendere dal diritto ciò che neppure la coscienza riesce a sciogliere.

La verità è che una risposta netta non esiste. Ed è forse questa la cosa più scomoda da accettare.

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