Aldo Bianchini
SALERNO – E’ finita, la vita del dott. Ing. Salvatore Torsiello è finita sabato 11 luglio 2026; è andato via all’età di 76 anni. Una vita vissuta dall’inizio alla fine con quell’assoluta determinazione che lo ha portato, anche nei momenti più bui, a resistere oltre ogni ragionevole scoramento che prende qualsiasi essere umano di fronte a 110 processi (circa) incardinati dalla Procura di Salerno su narrazioni assolutamente farlocche. L’assoluzione con formula piena in ognuno dei predetti processi ne è la più plastica delle dimostrazioni.
La sua è stata sicuramente una lunga storia umana, personale e pubblica per via della sua passione per la politica. Una passione pagata brutalmente per colpa di “un traffico di influenze” che oggi si addebita soltanto ai personaggi politici e che a mio libero convincimento in quel periodo aveva pervaso e travolto anche le Procure della Repubblica di questo Paese. Era sufficiente un esposto, anche anonimo, per far scattare blitz, perquisizioni, arresti per una giustizia prevenuta e fatta soltanto con il tintinnio delle manette.
A Salerno la tangentopoli partì sulla base di un esposto firmato da un avvocato per la Fondovalle Calore, a Laviano fu sufficiente un esposto firmato da tre cittadini per scatenare l’inferno proprio nel paese che era stato più colpito anche come vittime (più di trecento morti e mille feriti) e dove i due giovani fratelli Salvatore (ingegnere) e Giuseppe (medico condotto) avevano profuso il loro massimo impegno personale, umano e professionale nei momenti drammatici del dopo terremoto.
E da giovane e intelligente ingegnere Salvatore capì subito che quello era il momento giusto per rilanciare in chiave moderna (dopo che i soccorritori, per ragioni di aiuto, avevano addirittura violato anche i talami nuziali e, quindi, ogni riservatezza) il paese e la comunità che lui tantissimo amava. La sua inventiva progettuale lo proiettò, verosimilmente, al centro delle invidie e dei rancori di qualche compaesano e fatalmente al centro dell’attenzione della Procura.
Prima parlavo di “traffico di influenze” e l’ho fatto a giusta ragione perché anche nel dopo terremoto la lotta politica tra il PCI contro la DC e il PSI fu feroce e devastante con la complicità, forse involontaria, della magistratura; ed a Laviano pagò Torsiello (DC) così come a Salerno pagò Giordano (PSI) e non solo.
La cartina di tornasole, cioè la controprova del mio ragionamento, fu costituita da quanto accadde, invece, a VALVA (paese nelle mani del PCI e delle Coop. Rosse) dove incredibilmente fu dato al fuoco l’intero ufficio tecnico comunale (senza particolari reazioni della Procura) per far scomparire tutto e dove la stessa PM Anita Mele non riuscì a trovare nessuna prova nascosta e fu costretta a rinviare a processo ben 32 indagati (ivi compreso il sindaco Giuseppe Figliulo, esponente nazionale del PCI) ma senza che nessuno di questi venisse clamorosamente arrestato. E non essere arrestati significava, all’epoca, essere automaticamente esclusi dal tritacarne mediatico. Eppure a Valva l’aveva fatta da padrone il cosiddetto ras delle Coop Rosse, il famoso gamba di legno Giovanni Donigaglia che era stato scacciato a Laviano da Torsiello e che a Salerno aveva distribuito massicce prebende proprio agli esponenti del Partito Comunista.
E in questa enorme battaglia politico-giudiziaria che, per certi versi, coinvolse anche il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro <<che era stato presidente della famosa Commissione Parlamentare Scalfaro sul terremoto>> per la vicenda legata ai fondi post-terremoto maldestramente concessi in favore della Castelruggiano spa (azienda per la produzione di vini e spumanti) mai entrata in funzione; una vicenda giudiziaria trascinatasi per anni dinanzi al Tribunale di Salerno che, nonostante le insistenti richieste del giovane avvocato Marco Martini, non volle mai convocare come teste il Presidente della Repubblica; fu fatalmente e facilmente stritolato il giovane ingegnere salernitano che nonostante tutto ha conservato intatto, fino all’ultimo minuto della sua vita, il suo amore verso il paese dove era nato, che aveva amministrato e dal quale era stato tradito.
LA STORIA, VENTI ANNI DOPO
Circa venti anni dopo i fatti ebbi modo, in una brulla mattinata del febbraio 2012 di incontrare l’amico dott. Ing. Salvatore Torsiello, ci ritrovammo seduti all’interno del Bar Canasta per un incontro voluto, credo, da entrambi anche perché dovevo consegnargli (come feci) il libro che avevo scritto qualche anno prima sulla tangentopoli di Salerno. Anzi gliene diedi due come da suo desiderio, e poi ci lasciammo andare alla rievocazione dei momenti salienti delle sue disavventure giudiziarie e nel corso dell’accurata e interessante narrazione non mancò di ringraziare affettuosamente il suo unico avvocato difensore Marcello Giani che lo aveva assistito e lo stava assistendo con professionalità e determinazione. Dal lungo colloquio ho ricostruito, in sintesi, il percorso di quella tragedia giudiziaria e di quel tritacarne mediatico che avrebbe disintegrato chiunque, tranne Lui l’ing. Torsiello, forte e capace di una resistenza oltre ogni limite umano.
La mattina del 19 luglio 1993, lunedì, la tangentopoli salernitana tocca probabilmente il suo apice con un’azione giudiziaria senza precedenti. Manette per uno degli “apostoli” di Ciriaco De Mita, si tratta dell’ingegnere Salvatore Torsiello, sindaco in carica di Laviano, il paese effettivamente e totalmente raso al suolo dal terremoto del 23 novembre 1980. Gli oltre trecento morti e i circa mille feriti avevano proiettato subito la comunità lavianese nel centro dell’attenzione mediatica e giudiziaria dell’intero Paese. Da tempo si parla, difatti, del “sindaco pistolero” per via di un reportage pubblicato dal settimanale L’Europeo in cui si racconta di un consiglio comunale durante il quale il sindaco Torsiello aveva sfoderato addirittura la pistola dalla fondina per imporre la sua legge. Ovviamente si tratta soltanto di racconti fasulli ed inventati dalla fantasia popolare a causa dei contrasti in seno alla giunta ed al consiglio comunale per le opere pubbliche inserite nella pianificazione della ricostruzione. Negli ultimi anni ’80 addirittura un intero e lungo capitolo (circa cento pagine) della relazione prodotta dalla “Commissione parlamentare d’inchiesta sul terremoto” (firmata da Scalfaro) sui ritardi della ricostruzione parlavano soltanto di Laviano definendolo il “paese simbolo della cattiva ricostruzione e del malaffare”. Tanto che la Procura della Repubblica di Salerno, per opera di Ermanno Addesso (allora capo della Procura salernitana) costituì un’apposita task-force per studiare le oltre duemila pagine che la Commissione Scalfaro aveva dedicato alla provincia di Salerno e procedere ai successivi accertamenti. Sembrava che tutto il malaffare prodotto dalla ricostruzione girasse soltanto intorno a Laviano dove l’allora giovane pm Anita Mele si buttò con tutte le sue energie. Lo spazio vitale intorno al giovane sindaco Torsiello si faceva sempre più stretto, anche il clima ambientale a Laviano andava giorno dopo giorno deteriorandosi.
“Nel 1980 divenni sindaco di Laviano con un suffragio plebiscitario pochi mesi prima del terremoto. Io giovane ingegnere mi dedicai con tutto me stesso alla ricostruzione sulla scia di tutta l’azione umanitaria che insieme a mio fratello Giuseppe (medico condotto) avevamo espresso al momento della tragedia e nei mesi successivi dell’emergenza. Addirittura il capo dello stato, Sandro Pertini, sceso a Laviano in elicottero si congratulò con noi due. Poi tutto incominciò a girare nel verso contrario, la spinta la diede una sparuta opposizione interna guidata da Michele Falivena di Rifondazione Comunista. Il resto lo fece la magistratura. Non ero io l’obiettivo ma l’on. Ciriaco De Mita, già segretario nazionale della DC e già presidente del Consiglio dei Ministri; il clima divenne irrespirabile soprattutto dopo l’arresto del fratello di Ciriaco ad opera del PM napoletano Arcibaldo Miller”.
Sono queste le prime parole che Salvatore Torsiello pronunciò, a distanza di venti anni da quei drammatici fatti, nel corso di quell’incontro.
Si arrivò così alla mattina del 19 luglio 1993 quando, su richiesta della pm Anita Mele, viene arrestato Salvatore Torsiello nella sua abitazione salernitana di Parco Arbostella, con lui vennero tradotti in carcere anche i consiglieri comunali Antonio Dente e Archimede Caruso, i segretari comunali Nicola Parisi e Maria Rosaria Cusatti e gli ingegneri Antonio Di Vito di Salerno e Vittorio Cammarano di Ceraso. L’accusa era durissima: associazione a delinquere, turbativa d’asta aggravata, falso materiale ed ideologico. Braccato da anni, inseguito da centinaia di avvisi di garanzia, Torsiello cadde sulla classica buccia di banana: una denuncia scritta e depositata in Procura da parte di tre cittadini che chiedevano spiegazioni sugli appariscenti rigonfiamenti dei costi di una decina di opere pubbliche, tra le quali una sontuosa Chiesa Madre ed il faraonico Municipio, per non parlare di una mini superstrada che finiva la sua corsa in un campo di patate.
La vicenda era veramente assurda per come, all’epoca, si sviluppò. In effetti Torsiello ed i suoi presunti complici vennero prima arrestati e poi venne trovata (secondo gli inquirenti) la famosa pistola fumante, cioè la prova inoppugnabile.
La mattina del 23 luglio 1993 (ero personalmente presente nel Comune di Laviano) mentre a Milano si suicidava Raul Gardini e vennero arrestati Carlo Sama e Sergio Cusani (scandalo Enimont), a Laviano la pm Anita Mele irruppe a sorpresa presso gli uffici comunali e molto stranamente in un cassetto di una scrivania girata contro un muro in modo da nascondere i cassetti ritrovò una busta di gara visibilmente truccata. La busta era depositata sul fondo del cassetto sotto diversi fascicoli poco importanti. Troppo semplice il ritrovamento che spaccò in due l’opinione pubblica: la busta era stata dimenticata, era stata nascosta o era stata sapientemente preparata e lasciata lì dove la pm l’avrebbe ritrovata ?. L’unica certezza di quel momento fu che la PM una volta entrata nel Comune andò spedita verso quella scrivania per aprire quel cassetto.
Una pistola fumante che la paziente professionalità dell’avv. Marcello Giani riuscì a demolire e ridicolizzare in sede processuale così come demolì e ridicolizzò il racconto dell’imprenditore Alberto Schiavo per la mazzetta da 50milioni di lire elargita a Torsiello davanti al Bar Canasta, proprio davanti a quel bar in cui dove venti anni dopo Salvatore mi raccontò le sue peripezie giudiziarie.
Ma Salvatore Torsiello non si scompose né in quei momenti e né mai; nonostante la furiosa campagna stampa aggressiva e falsificante: “Durante l’ora d’aria andavo nel cortile del carcere ed in costume mi distendevo per terra per prendere il sole su un asciugamano, mentre gli agenti di guardia spiavano tutte le mie mosse per riferire a chi di dovere. Mi fu chiesto di spiegare a chi corrispondevano le iniziali C.DM. (Ciriaco De Mita) che avevano ritrovato in alcuni miei appunti all’interno di un’agenda, se avessi detto il nome che volevano sicuramente il sole sarei andato a prenderlo comodamente in spiaggia. Non avevo nulla da svelare e non rivelai nulla. Rimasi in carcere dal 19 luglio 1993 fino al 20 gennaio 1994 per ben 152 giorni. Sono stato vittima della carcerazione preventiva più lunga di tutta la tangentopoli nazionale, ho superato di pochi giorni anche quella di Sergio Cusani. Ho ricevuto circa mille avvisi di garanzia e sono stato processato 110 volte, sono stato sempre assolto”.
Dopo vent’anni Salvatore Torsiello raccontava queste cose con la massima seraficità, quasi come quando disteso nel cortile del carcere di Fuorni a prendere il sole aspettava gli interrogatori e la liberazione. Racconta l’ultima chicca della sua vicenda quasi ridendo: “Mi contestarono di aver ricevuto una mazzetta da 50 milioni di lire dall’imprenditore Alberto Schiavo con uno stratagemma particolare. Io alla guida della mia autovettura e lui della sua ci eravamo incrociati davanti al Bar Canasta di Piazza della Concordia. Avevo ricevuto la mazzetta attraverso i finestrini. Qualcuno aveva dimenticato che in quel tratto c’era e c’è il senso unico di marcia”.
Gli strinsi la mano, la breve chiacchierata era finita. Lo vidi allontanarsi ciondolante, si era appesantito rispetto a vent’anni prima, colpa forse anche del peso della massacrante azione giudiziaria. Ora finalmente aveva la mente sgombra da qualsiasi pensiero.
IL SALUTO DI TORRIONE e LA REAZIONE DI LAVIANO
Commovente, molto coinvolgente l’estremo saluto che gli amici di Torrione, davanti alla Chiesa di Santa Croce, hanno voluto tributare al feretro del compianto ingegnere la mattina di lunedì 13 luglio 26 esposto sul sagrato della chiesa. I soliti nomi, i suoi grandi amici oltre a parenti e conoscenti: Lucio Apostolico, Ferdinando Amendola ed altri; mancava mio fratello Enzo deceduto qualche anno fa e, soprattutto, il mitico don Giovanni Masullo sotto la cui ombra protettiva sono nate e cresciute intere generazioni di validissimi professionisti e amministratori della Città. La Chiesa di Santa Croce mitico luogo di aggregazione, dove tantissimi giovani trovavano (e trovano) salutari momenti di discussione e di crescita. Senza quel luogo, solo per portare un esempio pratico, io personalmente non avrei potuto vedere i Giochi Olimpici di Roma ’60 perché, almeno io, non avevamo la tv in casa; e ci entusiasmammo alle imprese di Livio Berruti sui 200 metri piani e di Pyotr Bolotnikov sui 5000 e 10000 metri piani.
Parimenti commovente ed altrettanto coinvolgente il saluto finale che la popolazione lavianese ha inteso porgere ad uno dei suoi figli più illustri nella tarda mattinata dello stesso lunedì 13 luglio scorso. La sua bara è entrata nella Chiesa Madre di Laviano tra tantissimi applausi, è entrata proprio in quella chiesa che era stata all’epoca definita “sontuosa e sprecata” per un piccolo paese di montagna e che gli aveva procurato mille e mille difficoltà. E quella chiesa ha accolto il suo feretro con le braccia aperte, anzi spalancate nel segno di una definitiva remissione di tutti i peccati (casuali, indotti e/o voluti) commessi a carico di quell’uomo che con la sua azione aveva voluto soltanto portare la sua comunità ai livelli più alti nella considerazione nazionale ed internazionale. Mi sono piaciuti moltissimo i manifesti funebri esposti pubblicamente in omaggio dell’ex sindaco; manifesti che fanno riflettere ed anche molto sui presupposti di quella vile aggressione mediatico-giudiziaria del 1993. Mi pare quasi di vederlo, disteso nel suo sarcofago, con il sorriso sotto i baffetti (che all’epoca facevano tendenza !!) e finalmente soddisfatto per l’enorme riconoscenza pubblica ricevuta tra Salerno e Laviano dove ora riposa per sempre. “Laviano non dimentica” … finalmente il tanto atteso riconoscimento !!
Le figlie ANNA e FRANCESCA, i nipoti FRANCESCO e SALVATORE –
Mi ha commosso la lettera pubblicata su FB dalla figlia primogenita ANNA, anche in nome e per conto dei suoi due figli (Francesco e Salvatore) e di sua sorella minore (Francesca). Una lettera d’addio verso un padre vittima innocente di una vita travagliata, verso un padre e un nonno che figlie e nipoti hanno amato dal più profondo del loro cuore, verso un padre che ha dato tutto se stesso per le figlie e per i nipoti:
Caro papà, penso che nessuno mi abbia mai viziata più di te anzi, ne sono sicura: credo proprio che tu non mi abbia mai detto di no. In qualsiasi modo ti sia stato possibile accudirmi, viziarmi, coccolarmi, difendermi tu l’hai fatto: dai corridoi di casa ricoperti di cioccolatini per la befana, a quando fiero dicevi “se non le taglio io la frutta non la mangia”. La cosa più bella di tutte però era sentirti dire con orgoglio ed affetto “queste due mi fanno fesso, soprattutto la seconda”: come se non ci fosse nulla al mondo più importante di noi due, e non c’era effettivamente. Non si è mai pronti ad una cosa del genere ma san Matteo, nel vangelo, ci dice che la morte è come un ladro e non sai mai quando viene a trovarti. Mi piace pensare che sia un modo per invitarci non a stare in guardia dal pericolo o dalla paura della morte, ma a vivere pienamente la vita, come tu hai sempre dimostrato da uomo dotato di intelligenza sopraffina, per accogliere la morte, senza timori, al momento opportuno. Non è facile, non lo è per niente, parliamoci chiaro. Orgogliosa, fiera, onorata di essere tua figlia, la figlia dell’ing. Torsiello, dello sceriffo, del sindaco pistolero. Spero tu possa continuare ad essere orgoglioso di noi due. Tua, per sempre, Checca. Anna Torsiello
