Dalla dott.ssa Maria Stella Bosco
Provate a fare questo esperimento. Chiedete a qualcuno chi sono Zhou Shu e Chongbing Liu.
Nessuno lo sa. Eppure sono uno zio e un nipote, baristi a Milano, condannati lo scorso maggio a diciassette anni di reclusione dalla Corte d’Assise per aver ucciso con quarantaquattro colpi di forbice un uomo che aveva tentato di rubare dei gratta e vinci nel loro locale. I giudici hanno escluso l’aggravante della crudeltà e riconosciuto l’attenuante della provocazione. Diciassette anni. Nessuna raccolta di firme. Nessuna petizione. Nessun parlamentare che si sia sentito in dovere di intervenire.
Chiedete adesso chi è Mario Roggero. Lo sanno tutti.
Il gioielliere di Grinzane Cavour è entrato venerdì pomeriggio nel carcere di Bollate dopo che la Cassazione ha reso definitiva la condanna a quattordici anni e nove mesi. Fu condannato in primo grado a diciassette anni per duplice omicidio volontario e tentato omicidio; l’appello di Torino confermò la responsabilità e ridusse la pena. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, i rapinatori avevano già lasciato il negozio e stavano allontanandosi quando lui uscì armato e cominciò a sparare. Sua moglie ha depositato una domanda di grazia. Attorno a quella domanda si sono mosse una raccolta di firme fra i parlamentari di centrodestra e petizioni online che sfiorano le duecentomila adesioni.
Due esercenti. Due furti. Due reazioni che i giudici collocano oltre il confine della difesa. Un Paese che si accende per l’uno e non sa nemmeno il nome degli altri.
Non sto suggerendo che le due vicende siano giuridicamente sovrapponibili — non lo sono, perché la condanna dei baristi milanesi è di primo grado e la grazia presuppone una condanna definitiva. Sto dicendo qualcosa di più semplice e di più scomodo. Che l’indignazione non è una reazione automatica ai fatti. È una scelta. E qualcuno, ogni volta, la compie al posto nostro.
Ed è già successo. Otto mesi fa il Paese si divideva su un’altra vicenda, tre bambini allontanati dai genitori in un bosco di Palmoli, in Abruzzo. Talk show, appelli, schieramenti, una nazione intera trasformata in tribunale. Poi l’attenzione si è spostata altrove, come sempre. I bambini sono ancora in casa famiglia. La differenza è che allora lo sapevamo tutti, e oggi quasi nessuno se n’è accorto.
Il meccanismo, non il complotto
Non serve immaginare una regia. L’attenzione pubblica è una risorsa scarsa, e quando un caso capace di mobilitare l’emozione occupa il centro della scena tutto il resto scorre ai margini, non perché venga nascosto, ma perché non c’è più spazio.
Nelle stesse ore in cui l’Italia discuteva di legittima difesa, il prezzo del gasolio ha superato i due euro al litro anche sulla rete stradale ordinaria. Il 3 luglio il governo ha deciso di non prorogare il taglio delle accise; da allora, un pieno da cinquanta litri di gasolio costa dieci euro e trentacinque centesimi in più. Ogni volta. Per chiunque abbia un’auto e un lavoro da raggiungere.
Il 14 luglio, alla Camera, la maggioranza è andata sotto sull’emendamento alla legge elettorale, 188 contrari contro 187 favorevoli, a scrutinio segreto. Le stime sui franchi tiratori oscillano tra trentuno e trentasei. Decine di parlamentari che, al riparo dell’anonimato, hanno contraddetto il proprio schieramento su come verranno scelti i nostri rappresentanti.
Dieci euro in più a ogni pieno. Trentasei voti che nessuno rivendica. Zero petizioni.
Palmoli ieri, Grinzane Cavour oggi. Cambia il volto sulla copertina, non la funzione che svolge.
I due paradossi
C’è poi un dettaglio che meriterebbe da solo un dibattito, e che invece è passato quasi sotto silenzio.
Roggero è stato giudicato in base alla legge 36 del 2019, la riforma della legittima difesa voluta dalla Lega quando Matteo Salvini era ministro dell’Interno, presentata all’epoca come lo scudo definitivo per chi si difende in casa o nel proprio negozio. Quella riforma, come la precedente del 2006, ha lasciato intatto il requisito decisivo, ovvero che la difesa è legittima soltanto finché il pericolo è ancora in corso. Oggi lo stesso Salvini definisce la sentenza profondamente ingiusta e annuncia una nuova riforma per allargare ancora il perimetro. Protesta, tecnicamente, contro l’insufficienza di una norma che aveva scritto lui.
E c’è il caso di Palmoli. La famiglia nel bosco è stata separata nel novembre 2025, e nelle motivazioni del decreto i giudici contestavano, fra l’altro, la mancata frequenza scolastica e l’assenza di autorizzazione all’istruzione parentale. Ma il reato di inosservanza dell’obbligo di istruzione, l’articolo 570-ter del codice penale, che prevede fino a due anni di reclusione dove prima c’era un’ammenda di trenta euro, è stato introdotto dal decreto Caivano del 2023. Un decreto di questo governo, presentato in conferenza stampa con la promessa che chi non manda i figli a scuola rischia il carcere e la potestà genitoriale. Quando la norma ha trovato la sua applicazione più visibile, gli stessi che l’avevano voluta si sono schierati con i genitori.
Questo è il punto, e non riguarda un partito. Sono leggi nate sull’onda emotiva di un fatto di cronaca. E le leggi scritte sull’emozione colpiscono bersagli che l’emozione non aveva previsto, o mancano quelli che aveva promesso.
Cosa resta dopo
Le due storie finiranno allo stesso modo, perché è così che finiscono sempre.
I bambini di Palmoli sono in casa famiglia da otto mesi. Il tribunale per i minorenni dell’Aquila deciderà in questi giorni sul ricongiungimento, e la decisione, quando arriverà, occuperà molto meno spazio di quanto ne occupò l’allontanamento.
Andrà così anche per il gioielliere di Grinzane Cavour. Per qualche settimana sarà il simbolo di qualcosa. Poi arriverà un altro caso, un’altra piazza, un altro hashtag. E lui resterà a Bollate, dentro un procedimento che va avanti al ritmo delle carte e non a quello dei talk show, con una domanda di grazia su cui, come ha ricordato il presidente delle Camere Penali, non si può pretendere di correggere politicamente una decisione definitiva, perché la grazia non è un ulteriore grado di giudizio.
Chi ha issato la bandiera non sarà più lì quando verrà ammainata.
Il caso non crea nulla. Amplifica ciò che c’era già, la nostra disponibilità a commuoverci per chi ci somiglia e a non vedere chi non ci somiglia. È uno specchio. E come tutti gli specchi, non ha colpe. Ha solo il difetto di mostrarci esattamente come siamo.