da dr.ssa Maria Stella Bosco (°)
La prima parola che Abderrahim Fakir pronuncia in questa storia non la sentiamo. Ce la riferisce qualcun altro.
Alle 11 e 59 minuti e 26 secondi di domenica 19 luglio un passante chiama il 113 e segnala un uomo arrivato di corsa dietro le autorimesse di via Italo Svevo, al Pilastro: urla, prende a calci i basculanti, grida aiuto dicendo che lo vogliono uccidere. Un residente lo confermerà ai cronisti: non aveva fatto niente, era agitato, ripeteva «aiuto».
L’ultima parola, invece, la sentiamo tutti. È nel video che in tre giorni ha fatto il giro d’Italia, ed è la stessa: «Aiuto, basta».
Tra le due c’è meno di un’ora. In mezzo, un intervento delle forze dell’ordine e la morte di un uomo di quarantadue anni. Era nato in Marocco nel 1983, cresciuto in Italia da quando ne aveva sette, viveva a Borgonuovo di Sasso Marconi e lavorava nel facchinaggio. Quella mattina era andato al Pilastro per incontrare dei parenti.
Cinquantaquattro minuti
Arriva una volante. I due agenti hanno ventitré e ventotto anni. Secondo la ricostruzione della polizia, Fakir avrebbe colpito un’auto; gli agenti, alla presenza dei sanitari, gli hanno spruzzato contro spray urticante e lo hanno bloccato a terra con le fascette ai polsi. Come ammette la stessa questura, sono stati aiutati anche da semplici cittadini. L’ambulanza viene inviata alle 12.17, il decesso è constatato alle 12.53. Dalla chiamata alla morte trascorrono circa cinquantaquattro minuti.
Va detto subito, perché rischia di andare perduto sotto tutto il resto: nella segnalazione originaria Fakir non è un aggressore. Secondo alcune ricostruzioni si trattava di una richiesta al 118 per un uomo in crisi psichiatrica. È una persona che sta male e chiede soccorso. Il passaggio da «uomo che chiede aiuto» a «problema di ordine pubblico» è avvenuto da qualche parte, in quei cinquantaquattro minuti. Capire dove — e se fosse già inscritto nel fatto che a rispondere sia stata una volante e non un’ambulanza — è il vero oggetto dell’inchiesta.
Chi risponde, quando la crisi è psichica
Perché questa è la domanda che l’Italia continua a non farsi.
Quando in un condominio qualcuno urla e dice che lo vogliono uccidere, si chiama il 113. Il primo mezzo che arriva è quasi sempre una volante. Significa chiedere a un ventitreenne di compiere, in tempo reale e sotto stress, una diagnosi differenziale tra un aggressore, un uomo alterato da sostanze e una persona in scompenso psichico acuto. Non è un compito che si possa assolvere: non con quella formazione, non con quegli strumenti, non in quei tempi.
I centri di salute mentale sono cronicamente sottodimensionati. Gli interventi domiciliari in urgenza sono rari. Le unità di crisi mobili — équipe in cui un sanitario arriva insieme, non dopo — esistono in forma sperimentale e a macchia di leopardo. Il risultato è che continuiamo a mandare persone armate a gestire scompensi clinici, e a processarle poi per averlo fatto male. È una crudeltà doppia: verso chi sta male e verso chi viene mandato.
Dagli accertamenti sarebbe emerso che Fakir aveva avuto in passato un contatto con un centro di salute mentale. Nulla indica che gli agenti potessero saperlo. È esattamente il punto.
La posizione
Il nodo tecnico ha un nome che la medicina legale conosce da decenni: asfissia posizionale. Il torace compresso contro una superficie rigida e le braccia bloccate dietro il dorso riducono l’escursione del diaframma; se il soggetto è in agitazione estrema, e dunque con un fabbisogno di ossigeno moltiplicato, la combinazione può diventare letale in pochi minuti. Non serve violenza intenzionale: servono tempo, peso e immobilità.
Federico Aldrovandi morì per «asfissia da posizione» il 25 settembre 2005, immobilizzato con il torace sull’asfalto. Igor Squeo fu tenuto in posizione prona a Milano nel giugno 2022, con almeno quattro agenti sopra la schiena. In mezzo, Riccardo Magherini a Firenze. Non è casuale che l’avvocato della famiglia Fakir, Fabio Anselmo, sia già stato legale nei casi Aldrovandi e Cucchi.
Con una differenza, però, rispetto ai precedenti: stavolta le regole c’erano, ed erano recentissime. L’11 maggio la polizia ha diffuso un protocollo per la gestione delle persone non collaborative e, secondo le prime analisi, gli agenti che hanno fermato Fakir non avrebbero rispettato quelle indicazioni. La Procura acquisirà le linee guida del Viminale sulle tecniche di contenimento.
Due mesi e otto giorni tra la circolare e il corpo di via Svevo. Se lo scostamento sarà confermato, la questione non sarà solo la condotta di due agenti giovanissimi, ma la distanza tra ciò che un’amministrazione scrive e ciò che accade in strada. Una circolare, del resto, non è un addestramento: diventa comportamento solo attraverso ore di esercitazione e verifica.
La Procura ha iscritto sei persone nel registro modello 45-bis — i due poliziotti e quattro sanitari — con ipotesi di omicidio colposo. È il registro delle annotazioni preliminari, che può rinviare fino a centoventi giorni l’iscrizione formale tra gli indagati: una delle prime applicazioni in Italia. Le piazze lo hanno chiamato «scudo penale»; il ministro Nordio ha replicato che l’espressione lascia intendere un’immunità che non c’è. Tecnicamente è così. Resta che sull’autopsia la difesa della parte lesa ha lamentato di non aver ricevuto alcun avviso, imputandolo alla farraginosità del nuovo sistema. L’esame è affidato a un collegio con medico legale, specialista di medicina d’urgenza, tossicologo e cardiologo.
La piazza, e il silenzio della famiglia
Lunedì sera Bologna si è ritrovata in piazza su appello del sindaco. La sorella di Fakir è svenuta prima di prendere la parola. Poi un corteo verso la Prefettura, le bombe carta, le cariche: sessantaquattro agenti feriti secondo il bilancio della Questura. Un gruppo di circa duecento persone ha aizzato una piazza di migliaia. La famiglia si è dissociata dalle violenze.
Le persone che avrebbero avuto più titolo di chiunque alla rabbia hanno chiesto compostezza. Chi ha bruciato le auto, in larghissima parte, non le conosceva.
Le domande
Quanto è durata l’immobilizzazione a terra? Perché l’ambulanza è partita diciotto minuti dopo la chiamata? Che effetto ha avuto lo spray su un uomo già in iperventilazione e in posizione prona? Il protocollo di maggio era stato insegnato, o soltanto scritto? E quante persone, in Italia, muoiono ogni anno durante un contenimento: esiste un dato pubblico, e se non esiste, perché?
Una sola cosa, per ora, è fuori discussione. Mentre Abderrahim Fakir moriva, attorno a lui c’erano almeno sette persone: due agenti, quattro soccorritori, un vicino di casa. Lui ha continuato a dire la stessa parola che diceva un’ora prima, quando ancora non era arrivato nessuno.
Nessuno l’ha sentita in tempo.
- (giornalista – formatrice nel campo delle tecnologie emergenti e fondatrice dell’Accademia “IA Senza Paura”)

Scritto in maniera chiara