Aldo Bianchini
SALERNO – Facciamo subito chiarezza: New York, intesa come megalopoli a se stante, non è la plastica rappresentazione dell’America (Stati Uniti d’America) nella sua complessa globalità; New York è soltanto una delle tantissime facce degli USA e sicuramente non è la cosiddetta “pancia dell’America”.
Ma New York è altrettanto sicuramente l’immagine della modernità lanciata verso il futuro, una immagine che fino a qualche decennio fa non aveva nessun competitor e che oggi, invece, deve lottare aspramente con le grandi megalopoli emergenti del Medio Oriente o dell’estremo Oriente, anche per quanto attiene la semplice altezza dei suoi grattacieli che fino a poco tempo fa dettavano legge su tutto il pianeta Terra.
Ma New York è detentrice, comunque, di un fascino molto particolare e molto diverso dalle tante altre megalopoli mondiali; New York ha qualcosa in più rispetto a tutte le altre; difatti non a caso e non per caso da tempo immemore viene definita come la “BIG APPLE” (Grande Mela), quasi come una sorta di commemorazione delle grandi corse di cavalli (ai quali veniva dato in premio una mela) dei primi anni ’20 dello scorso secolo, corse magistralmente descritte in ogni loro aspetto dal grande giornalista John J. Fitz Gerald; narrazioni, anche poetiche, che hanno lasciato un profondo segno nell’immaginario collettivo newyorckese e di buona parte della popolazione mondiale.
Nella narrazione contemporanea dobbiamo, per onestà intellettuale, anche dire che la città di New York, rispetto al passato, è notevolmente dimagrita in quanto a popolazione residente; si è attualmente attestata su poco più di 8milioni di persone rispetto ai circa 13milioni degli anni ’50 e ’60. Molti hanno preferito la vita più tranquilla e rilassante dei suoi vicini e lontano sobborghi dove ognuno ha la sua “single home” (la casa singola) con tanto di giardino e piscina riservata.
Io ho visto per la prima volta New York nel 1985, ci sono ritornato diverse altre volte tra il 2009 e il 2015, ed ho potuto toccare con mano tutti questi passaggi epocali, tipici della grande mela.
Ma New York, come dicevo prima, possiede un fascino particolare e palpitante che non è facile descrive; secondo me ci è riuscita a meraviglia la nota giornalista salernitana Piera Carlomagno che in questi giorni, con il marito Massimiliano Amato (altro notissimo giornalista-opinionista) si trova in vacanza tra le meraviglie di quella immensa città; ho letto su FB un suo post in cui spiega con precisione assoluta cos’è il fascino newyorkese:
- New York è una città a cui il tempo non sta dietro e scopri che questo non ti sorprende, basta un film, un romanzo, una serie di immagini perché la suggestione si attivi. Quando esci dall’hotel ancora confuso dal viaggio (esci subito, pure se è notte), ti senti sul set o su un palco, insomma entri in scena da dietro una quinta e pensi che finalmente ci sei, dentro quel cavolo di spettacolo, tra il rumore assordante e il fumo che si alza dai tombini (ma era vera questa cosa?) e tutto quel giallo dei taxi e l’odore degli hot dog; i sensi si attivano e il pensiero vacilla, mentre tu avanzi tra tabelloni elettronici giganti, facce fuori misura, e i grattacieli – dio i grattacieli, tutto il primo giorno lo passi a guardare in alto – e il mistero dei distretti, il gioco facile delle Avenue e delle street di Manhattan – open 24 ore su 24 – la trasversalità colorata di Broadway, la follia di Times Square. Tutto ti si svela soprattutto perché l’idea di New York ti mette alla prova. La grande mela è veramente tale, è il premio più ambito, ma esiste solo perché tu ci entri in contatto e stabilisci il tuo personalissimo rapporto con lei. Una città alla portata di tutti non è, in nessun senso; New York la devi volere fortemente, anche se non è una, ma sono mille (le luci di) New York.
Appena gli ingranaggi del cervello ricominciano a funzionare, ti accorgi della grande città che c’è fuori dalla giostra turistica. Tutto sta a non rimanere intrappolato lì dentro. Racconterei, una volta recuperata la capacità critica messa a dura prova dalle dimensioni di tutto (si collegano tra loro tante cose a New York, anche quelle di casa tua) la marginalità riconoscente e dolente di Harlem, l’esclusività tranquilla di Tribeca e – perché no? – l’altezzosità di Park Avenue, il fuoco delle cucine dell’inferno della Nona Av, la bellezza dei locali della 46esima, e il groppo alla gola che ti prende raggiungendo la Statua della Libertà via mare, il pensiero della speranza e del sacrificio degli emigranti, anche se in famiglia non ne hai. E’ sotto la statua, alla ricerca di quei documenti, di quelle foto, delle voci e dei filmati che scendi un attimo dal palco ed esci per un momento dalla scena, riacchiappi il tempo, ti rimetti in riga in una distanza silenziosa, in una logica più o meno riconoscibile. Quando la lasci, New York ti chiede di più perché sa di averti sedotto, e le dici di sì, subito. Sì, vorresti tornare. Non hai ancora visto niente. E nemmeno capito.
Sottoscrivo parola per parola il pensiero personale di Piera che, da ottima giornalista e scrittrice, è riuscita a capire, interpretare, trascrivere e rendere fruibile a tutti ciò che Lei ha visto e vissuto nella New York sfolgorante dei nostri tempi.
Complimenti vivissimi alla giornalista-scrittrice ed all’ottima corrispondente de Il Mattino; anche FaceBook, a volte, fa splendidi regali.
Buone vacanze a Lei e Massimiliano.