di Maria Stella Bosco
Il governo ha accelerato sull’uso dell’intelligenza artificiale e del riconoscimento facciale da parte delle forze di polizia. Le opposizioni hanno protestato, parlando di forzatura. Da lì in poi, come spesso accade, la discussione è diventata una questione di schieramenti.
Peccato, perché sotto la polemica c’è una domanda che merita più di uno slogan. E riguarda tutti.
Cosa si sta decidendo
Il provvedimento adegua l’Italia al regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, l’AI Act, e stabilisce in quali casi le forze di polizia possano usare sistemi automatici applicati alla videosorveglianza.
Conviene chiarire subito una confusione ricorrente. Non si sta parlando di installare nuove telecamere: quelle ci sono da anni, nelle stazioni, nelle piazze, agli ingressi degli stadi. Si sta parlando di cosa una macchina può fare con le immagini che quelle telecamere già registrano.
È una differenza che sembra tecnica e invece è tutta la questione. Finché una registrazione era un nastro da riguardare a mano, «conservare» significava una cosa. Oggi significa poter chiedere a un sistema, in pochi secondi, quello che un tempo avrebbe richiesto mesi di lavoro e decine di persone.
La domanda vera
Eccola, senza giri: davanti a comportamenti violenti collettivi è legittimo usare il riconoscimento facciale per dare un nome ai responsabili?
Chi risponde di sì parte da un dato di realtà. Identificare qualcuno guardando ore di filmati è un lavoro lento, costoso e spesso inconcludente. Il risultato è che molti restano impuniti, e che a pagare sono le persone e i luoghi colpiti. Se lo strumento esiste, dicono, non usarlo è una scelta che ha anch’essa un prezzo.
Chi risponde di no parte da un altro dato, altrettanto reale. Per individuare qualche centinaio di violenti bisogna riprendere e analizzare migliaia di persone che stanno solo camminando. E una volta che quei dati esistono, il confine tra «cercare un colpevole» e «sapere chi c’era» diventa una questione di regole, non di tecnologia.
Nessuna delle due posizioni è irragionevole. È questo che rende la faccenda difficile — non la malafede di qualcuno.
Il malinteso sull’Europa
Si sente ripetere che dobbiamo adeguarci alle regole europee. È vero solo a metà, e vale la pena spiegare perché.
L’AI Act, come regola generale, vieta l’identificazione biometrica in tempo reale negli spazi accessibili al pubblico per finalità di contrasto alla criminalità. Non la impone: la proibisce. Prevede però eccezioni tassative — la ricerca di persone scomparse o vittime di tratta, la minaccia concreta e imminente per la vita, alcuni reati gravi — e lascia ai singoli Stati la facoltà di riaprire quello spazio con una legge nazionale, entro paletti stretti e con l’autorizzazione di un’autorità indipendente.
Tradotto: l’Europa non ci chiede di adottare il riconoscimento facciale. Ce lo vieta, e ci consente delle eccezioni. Quello che stiamo decidendo è quanto larghe farle. Che è una scelta legittima, ma è una scelta — non un obbligo.
Vale anche il contrario, per onestà: uno Stato può scrivere regole più restrittive di quelle europee, e senza una legge nazionale conforme quegli strumenti non si possono usare affatto. Ecco perché una norma serviva comunque. Il punto è il contenuto, non l’esistenza.
Le domande che restano
Ce ne sono tre, e non hanno una risposta di destra o di sinistra.
La prima: chi autorizza. Uno strumento del genere può essere attivato da chi indaga, o serve il via libera di un giudice terzo? È il punto su cui si è discusso di più, anche dentro la maggioranza.
La seconda: per quanto tempo restano i dati. Un’immagine cancellata dopo pochi giorni e un archivio consultabile sono due cose diverse, e la differenza non la fa la tecnologia: la fanno le regole.
La terza, la meno discussa: contro quale elenco si confronta un volto. Perché dare un nome a una faccia è possibile solo se quel nome è già da qualche parte. Da dove arrivano quegli elenchi, e chi li controlla, è una domanda che precede tutte le altre.
Uno specchio
C’è un ultimo aspetto, e forse è quello che ci riguarda più da vicino.
La tecnologia ha già riscritto tutto: il lavoro, la scuola, il modo di informarci, perfino il modo in cui ricordiamo e dimentichiamo. Lo ha fatto lentamente, mentre eravamo occupati a usarla. È talmente dentro le nostre giornate da essere diventata invisibile.
Poi arriva un momento come questo, in cui quella cosa invisibile finisce sui titoli, e ci accorgiamo di non avere le parole per discuterne. Continuiamo a dire «registrare», «conservare», «archiviare» pensando a un nastro in un cassetto, mentre parliamo di sistemi che fanno molto di più.
La tecnologia, in fondo, funziona come uno specchio: ci mostra quello che sappiamo fare e insieme quello che siamo disposti ad accettare. Guardarci dentro non è sempre comodo.
Il tema della sicurezza è reale, sentito, e chiede risposte. Nessuno può liquidarlo. Ma il modo in cui decidiamo di rispondere dice qualcosa di noi che va oltre la singola norma.
E allora le domande sono queste, e le lascio aperte perché la risposta non ce l’ha nessuno.
La stiamo usando bene? Stiamo procedendo nel modo giusto? Servirà davvero a qualcosa, o ci stiamo accontentando di sembrare moderni?
E soprattutto: siamo davvero capaci di usarla bene?
Lo vedremo. Perché gli strumenti cambiano ogni sei mesi. Le domande importanti, invece, restano le stesse — e continuano ad aspettare che qualcuno se le ponga.