Da Guglielmo Scarlato (avvocato)
Sono entrato a Trinity Church e il rumore di Wall Street è sparito.
Solo marmo freddo, vetrate e silenzio.
E lì, su una parete, c’è lui.
Una targa semplice, di marmo bianco.
Non parla di gloria. Parla di dolore.
“…la venerazione e l’angoscia che riempiono i cuori…”
È per Alexander Hamilton.
Immaginatelo.
17 anni. Solo. Sbarca a New York dalle Indie Occidentali con una lettera di raccomandazione e due camicie. Orfano, bastardo, senza un soldo e senza cognome importante.
In Europa sarebbe rimasto nessuno.
Qui ha deciso di inventarsi tutto.
Ha scritto di notte, a lume di candela, mentre gli altri dormivano.
Ha combattuto al fianco di Washington, con la giacca troppo grande e gli occhi che bruciavano.
A 30 anni ha preso un paese appena nato, pieno di debiti e di paura, e gli ha dato un cuore che batteva: una banca, una moneta, un credito nel mondo.
Il suo testamento non è scritto su carta.
È nelle strade di questa città.
È l’idea che non importa da dove vieni. Importa dove vuoi andare.
È l’idea che un immigrato può scrivere le regole del gioco.
È l’idea che si può costruire qualcosa di più grande di noi, anche se sappiamo che non lo vedremo finito.
In un duello all’alba, contro un uomo che odiava.
Troppo presto. Troppo stupido.
I suoi compagni della guerra scrissero questa targa e dissero che non bastavano le parole per dire la perdita.
Eppure 200 anni dopo, un ragazzo di Porto Rico ha preso la sua storia e l’ha messa a ritmo di hip-hop.
“Hamilton – The Musical”.
Non con le parrucche e i violini. Con il rap, con il sudore, con attori che gli somigliano.
Perché Hamilton non è storia vecchia. È la storia di chi arriva da fuori e cambia tutto.
Oggi la sua tomba, qui fuori nel cortile, è sempre piena.
Di fiori. Di biglietti. Di banconote da 10 dollari con la sua faccia.
Passate a salutarlo.
Portategli un “grazie”.
Per aver creduto che un ragazzo senza niente potesse scrivere il futuro di una nazione intera.