Aldo Bianchini
SALERNO – L’articolo-approfondimento scritto dall’avvocato-giornalista-scrittore Salvatore Memoli, dal titolo “La Chiesa che vorrei: tra bilanci e trasparenza, cominciando da Giordano”, pubblicato su questo giornale il 22 luglio 2026 ha suscitato un certo scalpore anche nei cosiddetti piani alti della Curia salernitana chiamata direttamente in causa da Memoli cin due frasi ad effetto:
- Spetta ai Vescovo dotare le loro Diocesi di provvedimenti ad hoc, come Statuti e Regolamenti per definire i ruoli e le competenze oltre che le procedure da seguire per l’ Amministrazione dei beni. Sarebbe ancora interessante sapere se vengono stabiliti limiti temporali per ricoprire i ruoli contabili e amministrativi e se effettivamente esiste un incrocio di controlli tra gli Organismi che una Diocesi deve avere al suo attivo.
- La recente polemica giornalistica sulle attività di gestione del patrimonio della Chiesa Salernitana, ha un sapore di déjà vû, su come altri intendono che vadano gestite le attività all’interno della Curia Diocesana. La chiesa ha il dovere di rispondere a quello che pensa l’opinione pubblica proprio per dare contezza della trasparenza e della legalità di tutte le decisioni. Un’ombra su questa attività nuoce gravemente a tutti!
Non avendo io personalmente conoscenza di queste “recenti polemiche” ho cercato in Curia delle risposte ufficiali che non sono tardate ad arrivare:
- mo direttore Bianchini, come da Statuto della Curia salernitana (che si può consultare) gli incarichi di Curia (compresi quelli dei Vicari episcopali, anche per l’amministrazione) durano 5 anni rinnovabili solo per un ulteriore quinquennio. Della nostra Diocesi (e del suo Vescovo) si può dire tutto, ma non che porti avanti una gestione poco trasparente … Per questo dormiamo sonni tranquilli, con buona pace di chi si fa i “film” su queste cose.
Più chiaro di così mi sembra davvero difficile; del resto i dati sopra citati sono dettagliatamente inconfutabili pur lasciando, religiosamente, la possibilità ad ogni lettore di farsi una propria personalissima opinione.
Ma l’articolo-approfondimento di Salvatore Memoli ha, comunque, richiamato alla memoria di tutti un caso giudiziario che sconvolse le coscienze di tutti i fedeli della Chiesa Cattolica Romana dividendoli, come spesso accade in questo Paese, in innocentisti e colpevolisti.
Un caso che qui di seguito passo a raccontarvi in maniera succinta ma molto chiara; essendo il custode della cronaca giudiziaria salernitana spetta a me farlo.
CASO GIUDIZIARIO CARDINALE GIORDANO
Nel pieno della calura estiva del 1988 il Cardinale di Napoli Mons. Michele Giordano (1930 – 2010), nativo di Sant’Arcangelo in provincia di Potenza, rimase impigliato in una delle inchieste giudiziarie della storia della Campania e del Paese in quanto fu la Chiesa, nella sua globalità, messa sotto torchio tra bilanci e trasparenza; cosa che mai nessun magistrato fino a quel momento aveva osato fare.
Nella fattispecie, però, parliamo di un giovane magistrato salernitano doc, dott. Michelangelo Russo, che dopo aver devastato la politica nostrana con le sue inchieste su tangentopoli venne nominato procuratore capo nel piccolo tribunale di Lagonegro (PZ) dove operavo due suoi sostituti: Henry John Woodcock (quello delle grandi inchieste inutili, tra cui l’arresto dell’erede al trono d’Italia) e Manuela Consoli; ho citato Woodcock (che non c’entra niente con l’inchiesta su Giordano) per dare a tutti voi in un quadro immaginario come nacque e come si sviluppò quell’inchiesta che arrivò a bussare alle porte del Vaticano.
Da Lagonegro dobbiamo spostarci per un attimo a Sant’Arcangelo, paese dove era nato il cardinale Giordano e dove viveva e vive tale Filippo D’Agostino (giornalista, conduttore e speaker radiofonico di “Basilicata Radio Due”) che nell’estate del 1988 aveva iniziato, in maniera autonoma e indipendente, un’inchiesta giornalistico-radiofonica sulle presunte malefatta del cardinale Giordano e del fratello di quest’ultimo Mario Lucio Giordano (piccolo imprenditore locale) sulla cui attività circolavano voci di eventuali accaparramenti di fondi, per circa 600milioni delle vecchie lire, dalla Curia di Napoli finalizzati all’usura: “associazione per delinquere finalizzata all’usura, con il coinvolgimento di un ex direttore del Banco di Napoli”, questo il sospetto che aveva incuriosito D’Agostino che si buttò anima e corpo su quello che lui riteneva essere il vaso di Pandora della Chiesa in generale.
Dalle frequenze della sua radio D’Agostino quasi quotidianamente svelava sempre nuovi e più raccapriccianti particolari, esclusivi, sull’intricata vicenda; pensate che la sede della radio si trovava a poche decine di metri dalla casa dove era nato il cardinale e dove viveva il fratello.
Questi continui attacchi suscitavano enorme interesse nella gente del luogo ma anche nei paesi vicini fino a toccare il capoluogo di provincia, Potenza, e la Procura della Repubblica di Lagonegro, nonché quella di Napoli dove l’alto prelato aveva la sua residenza e dove, presumibilmente, i reati finanziarti avevano avuto origine.
Ma facciamo un piccolo passo indietro, prima di andare avanti, per rinfrescare la mente di tutti e ricordare che il procuratore Russo aveva già avuto un serio “incidente” con la Chiesa salernitana, incidente che portò al rapido annullamento del concerto, previsto per il 15 settembre 1993, del celebre maestro Sergiu Celibidache che si doveva tenere nell’antiportico antistante il sagrato del Duomo di Salerno. Il pm Russo fece irruzione con i suoi uomini negli uffici della curia e sequestrò una serie di “assegni” definiti alquanto misteriosi con i quali, su ordine dell’arcivescovo Gerardo Pierro, il segretario don Comincio Lanza doveva provvedere al pagamento del notissimo maestro. Un assalto alla Curia che finì praticamente nel nulla; un esito molto diverso da quello messo a segno anni dopo dal pm Roberto Penna con il sequestro nel luglio 2008 dell’Angellara Home; inchiesta che portò l’arcivescovo e il segretario a processo (poi assolti).
E torniamo all’inchiesta sul cardinale Giordano; il 22 agosto 1998 la Guardia di Finanza di Napoli su richiesta dei pm Russo e Consoli (richiesta avallata dal gip Vincenzo Starita) fece irruzione con più di trenta uomini nel cuore della Curia di Napoli per la semplice notifica (così si disse dopo) di un avviso di garanzia personale a S.E.Mons. card. Michele Giordano; con il presunto reato di “associazione per delinquere finalizzata all’usura ed all’appropriazione indebita”; insomma reati da arresti immediati. Lì, forse, il procuratore Russo e la pm Consoli commisero l’errore virale perché si limitarono alla consegna dell’avviso nonostante l’imponente schieramento di forze dell’ordine che faceva pensare ad un clamoroso arresto in diretta televisiva nazionale. Molti anni fa chiesi il perché direttamente al magistrato Russo, sorrise e non rispose.
Il successivo 26 agosto 1998 la sceneggiata si consumò anche a Sant’Antarcangelo con l’altrettanto clamorosa irruzione nel palazzo residenziale del cardinale dove abitava anche il fratello Lucio Giordano (piccolo imprenditore dai cui movimenti bancari era nata l’inchiesta finanziaria).
A questo punto entro in scena io con la mia televisione di allora (qualcuno ora dire “Ma questo sta sempre in mezzo”, si è così) contattai il collega Filippo D’Agostino e la mattina del 5 settembre 1998, con il mio amico tecnico Mario Lo Bianco, andai a Sant’Arcangelo (PZ) e realizzai un ottimo speciale televisivo con l’aiuto di Filippo che ripeteva in tv tutte le accuse contro il cardinale e il fratello. Quel pomeriggio, però, ci fu a Salerno la frana della galleria del Seminario in cui era rimasto gravemente ferito l’allora braccio destro di De Luca, l’ing. Alberto Di Lorenzo; appena dopo pranzo ritornammo di corsa a Salerno.
I PROCESSI – Il 22 dicembre 2000 il gup presso il Tribunale di Lagonegro, Vincenzo Starita ( lo stesso che aveva autorizzato i due blitz), al termine di un processo con il rito abbreviato, assolse il cardinale e un suo nipote dalle accuse di associazione per delinquere finalizzata all’usura e appropriazione indebita. Nel maggio del 2001, la Procura di Lagonegro presentò appello contro la sentenza del gup, limitatamente all’accusa di appropriazione indebita a carico dell’arcivescovo di Napoli. Secondo l’accusa, i 600 milioni di lire dovevano essere usati per sanare debiti del fratello del cardinale Giordano. Il 3 maggio 2004 – La Corte di Appello di Potenza ha confermato la sentenza emessa dal giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Lagonegro (Potenza) il 22 dicembre del 2000, e ha così assolto l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Michele Giordano. L’alto prelato era accusato di appropriazione indebita. La sentenza è stata emessa dopo circa tre ore e mezza di Camera di Consiglio ed è stata letta dal presidente della corte, Antonio Pavone. Il procuratore generale, Modestino Roca, aveva chiesto – il 14 novembre 2004 – la condanna del cardinale Giordano a 8 mesi di reclusione, richiesta ribadita dopo le arringhe dei difensori dell’arcivescovo di Napoli, Vincenzo Scordamaglia e Alfonso Stile. Questi ultimi hanno spiegato l’estraneità del cardinale dall’accusa di appropriazione indebita di 600 milioni di lire dall’Ufficio opere di religione dell’arcidiocesi di Napoli e ne hanno chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste oppure per non aver commesso il fatto.
NOTA FINALE – Oggi si paventa, così scrive Memoli, per la Curia di Salerno una gestione almeno poco accorta dei fondi nella disponibilità della Chiesa; dalle notizie raccolte è emerso l’assoluta trasparenza di una Curia che l’arcivescovo Andrea Bellandi governa con rigida consapevolezza dell’intangibilità del patrimonio amministrato. Questo solo per chiarire che questa testata giornalista non si fa film prima di diffondere notizie.