Da Angelo Andriuolo
Solo pochi giorni fa avevo celebrato, sulle pagine di questa testata, Guccini e La locomotiva, traccia n. 1 dell’ album Radici del 1972, definita da Roberto Leydi la più bella canzone popolare del nostro Dopoguerra.
Qualche ora fa ho appreso che Guccini è morto. Me ne ha dato la notizia, visibilmente commosso, mio padre. E mi ha racconta di quando lo ha incontrato a Modena, nell’estate del 1974, insieme ad Augusto Daolio, storico front-man dei Nomadi nonché straordinario interprete delle canzoni di Guccini; in una taverna dove, dove tra piadine e lambrusco, prese corpo un concerto acustico, improvvisato ma straordinario.
E mi ha raccontato – lui che i primi Lp che ha comprato sono stati Radici e Deep Purple in rock – che i concerti di Guccini erano un po’ tutti così, uno spettacolo senza fronzoli. Niente effetti, niente scenografie; il solo unico elemento, l’unica cosa che contava era il rapporto che si stabiliva fra il pubblico ed il maestro, accompagnato solo dalla sua chitarra e, tutt’ al più, da grandi amici musicisti storici, come il “Flaco” Biondini.
Eppure resta memorabile il concerto che il 21 giugno 1984 riempì Piazza Maggiore con oltre 150mila persone da ogni angolo di Italia, un raduno colossale per celebrare i vent’anni di carriere del cantautore, passato alla storia come la “Woodstock emiliana”. Già, per quella sera salirono sul palco con lui colleghi e amici: da Lucio Dalla a Giorgio Gaber, Paolo Conte, i Nomadi, l’Equipe 84, Claudio Lolli, Giampiero Alloisio, Deborah Kooperman, Pierangelo Bertoli e i Viulàn.
Guccini non ha fatto solo canzoni; ha saputo trasmettere valori e cultura attraverso la sua musica ed attraverso i suoi libri. Ma soprattutto attraverso i versi; versi spesso lapidari e, solo apparentemente, tenui, flebili.
Esaminare la produzione di Guccini, anche solo i suoi album, sarebbe impresa improba per chiunque ed in qualunque contesto. Mi fermo perciò ancora a Radici; e per sottolinearne soprattutto la sua straordinaria attualità, nonostante siano trascorsi ben cinquantaquattro anni dalla sua uscita.
Radici è un album di rottura, una scelta controcorrente già dalla copertina, ma fino ad un certo punto. La foto in bianco e nero/seppia sulla copertina dell’album raffigura i bisnonni insieme al nonno e ai prozii in una tipica posa d’inizio Novecento, davanti alla casa avita. Negli anni ’70 la cultura giovanile rifiutava i valori del passato; Guccini sceglie invece di rivendicare con orgoglio e rispetto i propri “vecchi”. Lui è convinto che solo di li puoi davvero ripartire, o meglio riannodare i fili: La casa sul confine dei ricordi …. / E tu ricerchi là le tue radici / Se vuoi capire l’anima che hai
Tutto ruota attorno al bisogno fondamentale dell’uomo di ritrovare la propria identità: e farlo è possibile solo mantenendo, coltivando il legame con la terra d’origine, la famiglia, i ricordi e la memoria collettiva del passato. Solo attraverso la cura – come direbbe Pasolini, che a me sembra presenza immanente a questi versi – di questi valori e della lingua che ne è veicolo è possibile ritrovare la essenza più intima di ognuno di noi. E questo vale sempre e non in momento particolare dello sviluppo storico.
E poi il tema, ora più che mai attuale, della devastazione ambientale esposto nel testo de Il vecchio e il bambino, la traccia che chiude l’album. Il vecchio – ovvero il passato – racconta al bambino – il futuro – con sguardo nostalgico, di come fosse bella un tempo quella distesa coperta di grano, fatta di alberi e fiori, di colori e voci. Il racconto denso di emozione e lacrime, appare agli occhi del bambino come un’invenzione:
… in questa pianura, fin dove si perde,/ crescevano gli alberi e tutto era verde, / cadeva la pioggia, segnavano i soli / il ritmo dell’ uomo e delle stagioni …
Ma il nome di Guccini rimarrà forse per sempre legato ad Auschwitz, brano scritto nel 1966 e pubblicato l’anno successivo nella raccolta Folk beat n. 1, con il titolo La canzone del bambino nel vento (Auschwitz).
Nel 2016 Guccini accompagnò insieme al cardinale Zuppi, ad Auschwitz, un gruppo di studenti nell’ambito dell’iniziativa “Un treno per la memoria” proprio partendo dalle note e dalle parole del suo brano. E le parole che chiudono quel brano risuoneranno nella mente di ciascuno di noi e di chiunque avrà responsabilità di governo sempre o, almeno, fino a quando l’uomo non recupererà la sua humanitas, un concetto che non sembra appartenere a tutto l’occidente:
Ancora tuona il cannone / Ancora non è contento / Di sangue la belva umana /
e ancora ci porta il vento
… Io chiedo quando sarà / Che l’uomo potrà imparare / A vivere senza ammazzare /
E il vento si poserà
E fino a quando ciò non sarà, il vento gelido di Auschwitz sferzerà ancora i nostri volti.
Grazie, maestro!