Aldo Bianchini
SALERNO – Erano passati pochi giorni da quando, il 23 agosto 1960 poco dopo mezzogiorno, la “fiaccola olimpica” per le Olimpiadi di Roma era passata per Torrione dove io e il mio gruppo di amici dell’epoca avevamo freneticamente applaudito; poco dopo si era fermata per qualche attimo dinanzi al portone principale di palazzo Guerra (Municipio) dove il sindaco Alfonso Menna l’aveva appena sfiorata, quasi come a benedirla.
E tutti, eravamo una quindicina, nel pomeriggio del 3 settembre successivo in attesa delle semifinali e della finale dei 200 metri piani che vedeva tra i grandi protagonisti il nostro torinese Livio Berruti; un nome che a noi ragazzi non diceva nulla perché all’epoca le TV, anzi l’unica TV esistente, non trasmetteva i pochissimi meeting in giro per il mondo; un grande atleta che, però, non riusciva a bucare l’immaginario collettivo come invece, poi, seppe fare qualche anno dopo il mitico Pietro Mennea (la freccia del sud).
Quel giorno tre erano i grandi favoriti: Ray Norton, Stone Johnson e Peter Radford con il loro record personale e mondiale di 20”5, tutti e tre dello squadrone degli USA a stelle e strisce; in quello squadrone appariva sulla scena mondiale anche una minuta Wilma Rudolf che poi stupì tutto il pianeta Terra con i suoi tre ori vinti.
All’epoca gli atleti americani apparivano, come immagine, di una spanna superiore a tutti gli altri atleti che apparivano (almeno ai nostri occhi) al loro confronto come “artigiani dell’atletica”; loro, gli americani, belli – ricchi – finemente attrezzati – testa alta e fierezza nella prestazione; gli altri un po’ scalcagnati ma, comunque, mai domi e con enormi possibilità di mettere a segno vere e proprie imprese.
Io tifavo per gli atleti dell’URSS (attuale Russia), i più scalcagnati di tutti con quelle loro magliette rosse senza brillantezza alcuna, ma in quelle semifinali nessun sovietico era stato capace di arrivare; bisognerà aspettare il 1972 a Monaco quando Valery Borzov vinse sia i 100 che i 200 metri piani.
Naturalmente la mia prima scelta era Livio Berruti che partì nella prima semifinale non avendo il favore dei pronostici. Invece stupì tutti vincendo alla grande con uno splendido 20”5 (record del mondo eguagliato) davanti all’indomabile Ray Norton il superfavorito.
Due ore e mezza di ansiosa attesa poi finalmente l’entrata dei finalisti dei 200 (in semifinale Radford era arrivato quarto e venne escluso); allora accedevano in finale soltanto i primi tre di ogni semifinale; sugli starting block gli atleti apparivano immobili, nessuno osava pensare e credere nell’impresa di Berruti; gli ottantamila dell’Olimpico in assoluto e religioso silenzio.
Pronti, lo sparo e via; quasi tutti insieme a metà curva, poi apparente leggero vantaggio per Berruti e Carney; un volo di colombi all’uscita della curva sembrò (almeno a me) dover infastidire il nostro atleta; non fu così, era forse il segnale della benedizione divina; nel rettilineo non ce ne fu per nessuno e il mitico Berruti si lanciò sul nastro a petto in fuori montato su una falcata impressionante.
Livio Berruti (Italia 20”5), Lester Carney (USA 20”6), Abdolulaya Sèye (Francia 20”7), Marian Foik (Polonia 20”8), Stone Johnson (USA 20”8) e Ray Norton (USA 20”9) che tagliò il traguardo per ultimo, umiliato con l’altro americano da quel ragazzotto torinese che negli intervalli di tempo tra una gara e l’altra studiava il suo libro di chimica per l’esame universitario che doveva dare dopo qualche giorno. Record del mondo eguagliato per ben due volte in poco più di due ore.
Armin Hary sui 100 e Livio Berruti sui 200, due bianchi che mandavano a casa con il capo chino i grandi specialisti di colore degli USA, e accadeva per la prima volta nella storia olimpica.
Una curiosità; tra i cronometristi della finale c’era un giovanissimo Luciano De Crescenzo (ingegnere IBM) che qualche anno dopo diventerà uno scrittore di grande successo.
Davanti a quel televisore in bianco e nero (con la chiave di accensione) che il nostro indimenticato don Giovanni Masullo aveva allestito nell’oratorio di Santa Croce (non avevamo il televisore in casa) le nostre urla di gioia toccarono davvero il cielo; l’impresa era stata compiuta, la storia era stata scritta, la cabala era stata sconfitta e un giovane italiano aveva vinto la prima medaglia d’oro olimpica nelle gare di velocità.
Livio Berruti era nato a Torino il 19 maggio 1939, è morto a Torino il 9 agosto 2026.