Woodstock: tra mito e leggenda

 

 

Da Angelo Andriuolo

 

È indubitabile  che la musica rock,  in quanto – come sostiene il sociologo Simon  Frith –  “… forma cruciale delle comunicazioni di massa contemporanee…”, ha non solo partecipato attivamente ai processi comunicativi negli ultimi sessant’anni ma, soprattutto,  rappresentato strumento eccezionale di mobilitazione giovanile e di diffusione della filosofia hippie.

Il momento più alto di questo processo sono stati senza dubbio i  “3 Days of Peace and Music”, come si legge sui manifesti ufficiali dell’evento An Aquarian Exposition, organizzato dalla  Woodstock Music & Art Fair.  Meglio noto con il titolo, ben più riduttivo, di Festival di Woodstock o semplicemente Woodstock, si svolse nella località di Bethel, negli Stati Uniti, alla fine degli anni sessanta e precisamente dal 15 al 18 agosto 1969.

Per capirne la natura ed il significato profondo,  bisogna considerare ciò che furono gli anni ’60:  un periodo di formazione di non pochi movimenti di controcultura giovanile, in gran parte influenzati dalla  beat generation  del decennio precedente. Soprattutto negli Stati Uniti – che stavano attraversando una fase di forte turbolenza interna, segnata dalla guerra del Vietnam, dai movimenti per i diritti civili, dall’assassinio di molti leader politici e dalle lotte studentesche – si sviluppò un movimento giovanile radicale che si opponeva al sistema capitalistico, militarista e patriarcale imperante.

Fu questo il terreno fertile su cui proliferò il fenomeno hippie, che aveva nel ritorno alla natura e nel pacifismo, espressi attraverso  uno stile di vita alternativo, i punti di forza del proprio messaggio. Gli hippie  predicavano la rivoluzione dei costumi sessuali, ascoltavano rock psichedelico e facevano uso di droghe,  in  una miscela unica ed originalissima di spiritualità orientale, anarchia creativa e richieste di giustizia sociale.

I loro slogan erano carichi di una straordinaria forza evocativa a cominciare dal Flower Power,  il potere dei fiori, simbolo di  una forza gentile e pacifica capace di opporsi alla guerra e al potere; e poi  Turn on, tune in, drop out,  con cui il saggio Timothy Leary  invitava ad accendere la mente, sintonizzarsi con il mondo e abbandonare le regole della società; per finire a  Make love, not war e Put flowers in your guns, l’invito a rifiutare i conflitti armati facendo piuttosto  l’amore  e sparando fiori invece di proiettili.

Il festival di Woodstock rappresentò il punto più alto di espressione di quella cultura, riuscendo a diffondere il  messaggio “alternativo” e pacifista di essa come niente e nessuno aveva fatto prima e  avrebbe fatto dopo. I giovani che assistettero all’evento mandarono forte il  loro messaggio di pace in un mondo segnato dalla guerra e furono  simbolo ed espressione di una diversa concezione della vita.

Ma esso  avrebbe cambiato per sempre anche la storia della cittadina USA. La  Aquarian Exposition avrebbe dovuto  svolgersi a Wallkill, in un parco industriale, ma i permessi furono bloccati pochissime settimane  prima della data fissata. Solo grazie a un accordo intervenuto all’ultimo minuto con Max Yasgur, un agricoltore di Bethel che fittò oltre 600 acri della sua fattoria per 75.000 dollari,  i quattro giovanissimi organizzatori (John Roberts, Joel Rosenman, Artie Kornfeld e Michael Lang) riuscirono ad evitare che l’appuntamento saltasse. Il festival, quindi, non si tenne a Woodstock (distante da Bethel poco meno di 70 km), ma fu chiamato così perché gli organizzatori avevano fondato lì la società Woodstock Ventures per organizzare l’evento.

Era prevista la presenza di circa 50.000 persone; ne arrivarono poco meno di  500.000, trasformando Bethel, almeno per un weekend, in una piccola metropoli. Ma appena  messi in vendita i biglietti, si era già capito che la stima era errata: furono venduti, infatti, in poco tempo più di 150.000 tagliandi. Molti giovani, poi,  si presentarono senza biglietto. I cancelli che controllavano gli accessi all’area del concerto non ressero la pressione dell’afflusso e caddero: un festival pensato a pagamento diventò, di fatto, gratuito per tutti.

Le strade che portavano a Bethel si intasarono, al punto che gli artisti dovettero essere portati in elicottero nella zona del concerto. Ai bagni c’erano file chilometriche e il cibo scarseggiava. Ma la risposta alle difficoltà logistiche fu semplicemente straordinaria:  non si verificarono episodi gravi di violenza, e la distribuzione del cibo, l’assistenza sanitaria e la sicurezza furono garantite, in gran parte, dagli stessi partecipanti. Insomma  Woodstock rappresentò,  per molti analisti, un esperimento sociale riuscito, fondato sull’autogestione, la cooperazione e la non violenza.

In quei tre giorni memorabili,  sotto un cielo spesso nuvoloso e con sporadici piovaschi che infangarono l’area, il pubblico poté assistere a 32 straordinarie performance che, tra gruppi e solisti, coinvolsero  163 musicisti. Si esibirono, tra gli altri,  Richie Havens, che aprì il festival,  Santana, Janis Joplin, The Who, Sly and the Family Stone, Crosby Stills & Nash, Joe Cocker, Jimi Hendrix,  Country Joe and the Fish, Arlo Guthrie, The Band, Blood Sweet & Tears,  Canned  Heat, Creedence Clearwater Revival, Jefferson Airplane, Iron Butterflay e Joan Baez che cantò con il pancione:  era infatti incinta di sei mesi.

Non tutti gli artisti contattati risposero all’invito: Beatles, Rolling Stones, Bob Dylan, Eric Clapton, Doors e Led Zeppelin sono solo alcuni di quelli che declinarono.

Di quei tre giorni restano oltre 120.000 metri di pellicola, montati – anche con l’ apporto di un giovanissimo Martin Scorsese – in un documentario che vinse l’Oscar e diventò uno dei film più redditizi di sempre.

Resta, soprattutto, ed  emblematica, la reinterpretazione di The Star-Spangled Banner, l’inno nazionale americano, da parte di Jimi Hendrix:  distorsioni e feedback utilizzati conferirono ad ogni nota sprigionata dalla sua chitarra la forza di un cannone che tuona.  Forte. Ma contro la  guerra.

 

 

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