INTELLIGENZA ARTIFICIALE Sai quando parli con una macchina. Non sai chi decide di te

 

Dalla dott.ssa Maria Stella Bosco

Dal 2 agosto sono in vigore gli obblighi di trasparenza del regolamento europeo. Le regole sui sistemi che scartano un curriculum, valutano un prestito o misurano uno studente sono invece slittate al dicembre del 2027.

C’era una data cerchiata sul calendario di chiunque, in Europa, si occupi di intelligenza artificiale. Il 2 agosto 2026. Doveva essere il giorno in cui il regolamento europeo mostrava finalmente il volto duro, quello degli obblighi veri, dei controlli, delle sanzioni per i sistemi che possono fare più danno.

Quel giorno è arrivato. Ma sei giorni prima ne era arrivato un altro, molto più silenzioso.

Il 27 luglio è entrato in vigore il Regolamento (UE) 2026/1744, pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 24 luglio e approvato in via definitiva dal Consiglio il 29 giugno. Lo chiamano Omnibus digitale sull’intelligenza artificiale. Serve a semplificare l’applicazione delle regole. E ha riscritto il calendario.

Cosa è entrato in vigore davvero

Dal 2 agosto chi interagisce direttamente con un sistema di intelligenza artificiale deve esserne informato, a meno che la natura artificiale della conversazione non sia già evidente. I contenuti generati o manipolati devono essere riconoscibili come tali. Non è una raccomandazione. È un obbligo, e chi non lo rispetta è sanzionabile.

Detto in modo semplice, da questo mese il chatbot che risponde di notte sul sito di un’azienda non può più fingersi una persona. Il video che sembra vero deve dichiarare di non esserlo. La voce al telefono che imita un timbro umano deve ammettere di essere sintetica.

Non è poco. È il diritto elementare di sapere con chi stiamo parlando.

Cosa è stato spostato

La data del 2 agosto non è saltata. Si è svuotata. Le regole per i sistemi ad alto rischio dell’Allegato III, quelli usati nella selezione del personale, nel credito, nell’istruzione e nella biometria, slittano al 2 dicembre 2027. Quelle per l’intelligenza artificiale integrata nei prodotti, come i dispositivi medici e i macchinari, arrivano al 2 agosto 2028.

Sono gli ambiti in cui una decisione automatica pesa sulla vita di una persona. Il software che scarta un curriculum prima che un essere umano lo legga. Il sistema che assegna un punteggio di affidabilità a chi chiede un finanziamento. Lo strumento che valuta uno studente.

Il motivo ufficiale del rinvio è che gli strumenti per applicare le regole non erano pronti. Nel testo del regolamento si richiamano i ritardi nell’adozione delle norme tecniche, nella predisposizione dei sistemi di valutazione della conformità e nell’istituzione delle autorità competenti. È una motivazione seria. Una regola che entra in vigore senza che nessuno sappia come si dimostra di rispettarla non protegge nessuno, e scarica il costo dell’incertezza sulle imprese più piccole.

C’è però anche l’altra lettura, quella di chi osserva che la pressione per semplificare è cresciuta proprio mentre cresceva la preoccupazione europea per la competitività. Le due cose non si escludono. Un rinvio può essere insieme tecnicamente necessario e politicamente comodo.

Quello che nessuno ha raccontato

Sarebbe però sbagliato leggere l’Omnibus come una resa. Nello stesso testo che rinvia, l’Europa ha anche stretto.

All’articolo 5 del regolamento, quello delle pratiche vietate, sono stati aggiunti due nuovi divieti che si applicheranno dal 2 dicembre 2026. Il primo riguarda i sistemi che generano o manipolano materiale intimo non consensuale, le applicazioni cosiddette di nudificazione. Il secondo riguarda i sistemi che generano materiale di abuso sessuale su minori, anche solo parzialmente sintetico.

Sono divieti pieni, non obblighi di trasparenza. La differenza è enorme. Un obbligo di trasparenza ti dice come fare una cosa. Un divieto ti dice che quella cosa non si fa.

Cosa cambia qui

Gli obblighi di trasparenza valgono per chiunque metta un assistente virtuale sul proprio sito. Il negozio che ha attivato la risposta automatica su WhatsApp. Lo studio professionale che usa uno strumento generativo per preparare una bozza. Il Comune che ha aperto uno sportello digitale che risponde ventiquattr’ore su ventiquattro.

E in Italia si somma una regola nostra. La legge 132 del 2025 impone a professionisti e imprese di dichiarare in modo chiaro se impiegano strumenti di intelligenza artificiale nelle loro prestazioni, e ai datori di lavoro di informare i dipendenti quando l’intelligenza artificiale è usata nella gestione del personale.

Chi legge ha quindi un diritto che prima non aveva, ed è un diritto che si esercita facendo una domanda semplice. Sto parlando con una persona? Questa decisione l’ha presa qualcuno o l’ha calcolata qualcosa?

Chi invece lavora e usa questi strumenti farebbe bene a mettere per iscritto quali sono, chi li usa e per cosa. Non per burocrazia, ma perché in caso di contestazione la prima prova di diligenza è sempre la documentazione. Su casi specifici resta comunque il parere di un professionista, che nessun articolo di giornale può sostituire.

Resta una domanda

Il quadro europeo, con tutte le sue crepe, adesso c’è.

Quello italiano no. Gli articoli 16 e 24 della legge 132 del 2025 danno al Governo tempo fino al 10 ottobre 2026 per adottare i decreti legislativi su poteri delle autorità, sanzioni, formazione e responsabilità civili e penali. Al 21 luglio i due schemi approvati in giugno risultavano ancora all’esame parlamentare.

Mancano poche settimane. E finché quei decreti non sono definitivi, sappiamo chi dovrebbe vigilare ma non sappiamo ancora con quali poteri, con quante persone, con quali risorse.

È qui che la metafora dello specchio smette di funzionare. Uno specchio restituisce quello che gli mettiamo davanti, e in questi mesi ci ha restituito un’Europa che accende la luce sulla vetrina e la lascia spenta sul retrobottega. Il cliente sa di parlare con una macchina. Non sa ancora chi risponde se quella macchina sbaglia.

E allora la domanda che ci resta in mano non riguarda l’intelligenza artificiale. Riguarda noi. Siamo disposti ad accettare che una regola arrivi sempre un passo dopo la tecnologia che dovrebbe governare, oppure a un certo punto pretendiamo che arrivi prima?

Maria Stella Bosco

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