Sacco e Vanzetti. Un assassinio che ancora indigna.

 

Da Angelo Andriuolo

Ero appena  adolescente quando mio nonno, di cui porto il nome,  mi parlò di Sacco e Vanzetti con dovizia di particolari. Chiuse il racconto con una considerazione che spesso vicende contemporanee mi richiamano alla mente: “Ciò che mi indigna maggiormente  è che ad ucciderli barbaramente e per un pregiudizio furono altri immigrati che avevano appena finito di rubare ai nativi la loro terra e, con essa,  la loro cultura”, chiosò con rabbia malcelata lui, sempre saggio e riflessivo.

Certo può apparire  una semplificazione; ma per lui, contadino, erano stati messi  in discussione due principi sacri: il valore della terra e l’obbligo della accoglienza; tanto bastava. E se fosse proprio questo il punto?

Ferdinando Nicola Sacco (originario di Torremaggiore  – FG) e Bartolomeo Vanzetti (originario d Villafalletto – CU) erano  due immigrati anarchici italiani. Il primo  faceva l’operaio in una fabbrica di scarpe, il secondo – che gli amici chiamavano Trumlin, ipocoristico per Bartolomeo –  gestiva una pescheria.  Si erano conosciuti nel maggio 1917 a una riunione di anarchici della  East Boston,  che si occupavano essenzialmente della tutela dei diritti dei lavoratori. Entrambi vicini alle idee rivoluzionarie di Errico Malatesta, entrarono a far parte del gruppo anarchico italiano sorto intorno al giornale Cronaca Sovversiva, con cui collaborarono.

Siamo  all’inizio dei Roaring Twenties quel periodo di straordinario boom economico, euforia collettiva, fermento culturale e modernizzazione, nato negli Stati Uniti dopo la fine della Prima guerra mondiale e terminato con il crollo della borsa di Wall Street nel 1929. Ma anche di fortissime tensioni sociali che sfociano in  una serie di attentati di matrice anarchica. Ad essi  l’amministrazione Wilson risponde con una dura politica di repressione nei confronti della cosiddetta “sovversione”, espressione con cui vengono additati indistintamente anarchici, operai, sindacalisti e finanche le masse popolari in cerca solo riscatto sociale.

In questo clima, Nick e Bart, come li chiamavano gli yankee, il 5 maggio 1920 vengono arrestati con la accusa di essere gli autori  della rapina al calzaturificio Slater and Morril, nel corso della quale erano stati  uccisi a colpi di pistola il cassiere e una guardia giurata.

Fin dall’inizio della epopea  dei tre processi cui furono sottoposti, apparve evidente  il pregiudizio dell’epoca nei confronti degli immigrati; lo stesso giudice Tayer non esito a definirli in udienza «due anarchici bastardi».

Non basteranno, contro il pregiudizio, la confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros, che li scagiona totalmente; e  nemmeno le dichiarazioni dei principali testi dell’accusa che affermeranno di aver subito pressioni dal procuratore perché riconoscessero gli imputati che non erano stati identificati dopo l’arresto.

Né  basteranno ancora le iniziative del governo italiano o gli appelli di famosi intellettuali (tra i tanti,  Albert Einstein,  George Bernard Show, Paul Löbe, Maximilien Harden, Thomas Mann e anche Alfred Dreyfus) cui si aggiungono finanche  gli stessi ambasciatori americani nel mondo. Né tantomeno quelle  dei giuristi di Harvard; uno di loro, il prof.  Frankfurter, nel marzo 1927,  pubblicherà un articolo intitolato The case of Sacco e Vanzetti sul conservatore Atlantic Monthly, nel quale  dimostra  che il processo è stato scorretto e ingiusto, dando non poche prove della parzialità del giudice. Ma soprattutto mostra che ormai la vicenda dei due anarchici non è solo cronaca giudiziaria ma un vero e proprio  caso, un affaire.

Va anche detto che a spingere l’opinione pubblica colta, bianca e liberale ad interessarsi ai procedimenti giudiziari che coinvolgono i due anarchici è soprattutto la figura di Vanzetti.  Amante della letteratura e dello studio del pensiero politico, che  in carcere diventa la sua unica consolazione,  durante il processo e la detenzione si mostra all’opinione pubblica un abilissimo oratore e un fine intellettuale.  Scrive due biografie e un saggio sui sindacati in Italia,  migliora il suo inglese, riceve moltissime visite e mantiene una fitta corrispondenza.

L’immagine che trasmette di sé permette agli intellettuali di avvicinarsi a lui come  ad un pari. Ma sono soprattutto le parole pronunciate nel corso delle udienze a far presa nella opinione pubblica. A cominciare da quelle, di impressionante attualità, con cui descrive il suo arrivo in America: “Al centro immigrazione ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesava così tanto su chi era appena arrivato in America.”.

Oppure quelle che pronuncia quando si rivolge  per l’ultima volta al giudice Tayer:  “Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra … ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché sono un Italiano, e davvero io sono un Italiano … se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già.”.

Diventa evidente in tutto il mondo che negli Stati Uniti d’America si stava per consumare una ingiustizia che a breve avrebbe portato due innocenti sulla sedia elettrica; ma soprattutto che si erano processati non i fatti ma le opinioni politiche dei due imputati. Questo porta, soprattutto in Europa,  allo sviluppo  di  un fortissimo sentimento anti-americano, che sarà eguagliato solo dalle proteste contro la guerra in Vietnam.

E quella atroce, evidentissima, barbara   ingiustizia – insopportabile in uno stato di diritto – si consuma il 23 agosto 1927: alle ore 00:19 viene  ucciso sulla sedia elettrica Nicola Sacco; a distanza di 7 minuti Bartolomeo Vanzetti. Uccisi non giustiziati, precisava mio nonno.

La vicenda dei due anarchici è stata spesso accostata all’affaire Dreyfus forse il più celebre caso politico dell’età contemporanea. Molte sono certamente le analogie a partire dai  sentimenti di pregiudizio razziale, odio politico e timore di una cospirazione a danno dello Stato che ne condizionarono l’esito. Ma c’è una differenza fondamentale:  Dreyfus venne condannato ai lavori forzati a vita, i due anarchici   a morte. Evidente che  l’effetto di una eventuale riabilitazione sarebbe stato ben diverso.

Il 23 agosto 1977, esattamente 50 anni dopo l’esecuzione, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis  riabilitò la loro figura, seppure – non avendone la facoltà – non riconobbe pienamente la loro innocenza. Non beffa ma arroganza del potere la bollò mio nonno, con espressione ben più efficace.

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