La Chiesa che vorrei: la Curia risponde a Memoli

 

Aldo Bianchini

SALERNO (27.08.26) – Da più parti, in questi ultimi giorni, vengo stimolato a riprendere con una certa frequenza la mia antica rubrica “La Chiesa che vorrei” con la quale ho attraversato, per Voi lettori, uno spaccato abbastanza ampio della vita, delle opere e anche delle malefatte (o presunte tali) della Chiesa salernitana toccando anche altre diocesi oltre quella arcivescovile di Salerno fin dai tempi iniziali della missione spirituale di S.E. Mons. Gerardo Pierro e di quello che era definito il “Martin Borman” della curia che vestiva i panni terreni di don Comincio Lanzara (profondo conoscitore di tutti i segreti della Curia e segretario particolare di almeno quattro Arcivescovi per oltre quarant’anni: Demetrio Moscato, Gaetano Pollio, Guerino Grimaldi, Gerardo Pierro e per poco tempo anche di Luigi Moretti).

Grazie ad un mio segretissimo gancio in Curia infilai una serie di circa duecento articoli dal tenore, più o meno, contro il potere costituito di Pierro e Lanzara; un gesto (che racconterò nelle prossime puntate) di Mons. Pierro mi convinse alla fine che forse battevo una strada non completamente indipendente e cambiai strategia anche, e non soltanto, nei confronti della nota ed ampiamente criticata Associazione Opera del Gregge del Bambino Gesù, più comodamente nota come “IL GREGGE”, che comunque la si pensi ha profondamente inciso negli equilibri dell’intera Chiesa salernitana arrivando anche nei pian i alti del Vaticano. Chiariamo per sempre che IL GREGGE non è una setta e che, ovviamente Mons. Bellandi non favorirebbe mai e poi mai una setta.

Qui il problema, serio e forse inarrestabile, è nato tutto nella Chiesa di San Domenico alla scuola religiosa di “padre Salvatore Pagano … un religioso domenicano che catechizzava l’attenzione di molti giovani che lo seguivano con grande affetto …” come lo ha definito Salvatore Memoli in uno scritto del 31 gennaio 2022; e quel problema che aveva tutto il sapore della scissione con la Chiesa ufficiale è andato avanti e si è allargato cooptando almeno una sessantina di sacerdoti (dato di oggi !!) in quell’Associazione di cui sopra in aperto e violento contrasto prima con Pierro e poi con Moretti.

Un’Associazione che Mons. Pierro ha combattuto in maniera maldestra, troppo espositiva e da curato di campagna (non tenendo conto del potere che Il Gregge andava acquisendo nelle alte sfere vaticane !!) e che Mons. Moretti ha soltanto sfiorato divenendo presto la vittima sacrificale in preda alle congiure di palazzo.

Sto seguendo e leggendo con attenzione l’attuale inchiesta giornalistica portata avanti da Erika Noschese per conto di “leCronache.it” ed in essa trovo punti di convergenza con la mia inchiesta ma anche punti assolutamente distanti almeno nella formulazione letteraria degli stessi articoli per sostenere i quali la medesima Noschese, a mezzo FB, ha chiesto una sorta di sostegno generalizzato ai navigatori del web (e tra questi Mons. Moretti) in quanto si sente assediata se non direttamente attaccata dalla Curia (in sordina) e/o dalle varie Associazioni religiose/laiche che ad Essa fanno capo, e soprattutto da un non meglio identificato nemico del quale sarebbe giusto e doveroso svelarne l’identità.

Una semplice diffida stragiudiziale (anche se di tre pagine) non può e non deve impensierire e/o fermare la legittima inchiesta giornalistica della Noschese; così come ben tre processi intentatimi contro da Il Gregge e soprattutto da Don Franco Fedullo (che in dibattimento dimostrò un “feroce accanimento” non consono alle sue spiccate e riconosciute qualità umane; accanimento che fu smantellato soltanto grazie all’azione pungente del mio difensore avv. Giovanni Falci soltanto dopo una domanda trabocchetto diretta a Mons. Fedullo e lo sventolamento in aula di due dossier tuttora in mio possesso che il Tribunale non volle acquisire e che la Curia anche di recente non ha dato segnali di assenso alla mia offerta gratuita dei due pesanti dossier lasciatimi in eredità) non hanno mai fermato la mia inchiesta.

La Chiesa che vorrei, per dirla tutta, non è quella che la Curia ha praticato dal 1992 in poi, non è quella de Il Gregge che ha spaccato la Chiesa salernitana e non è neppure quella agognata dall’amico Salvatore Memoli e/o quella combattuta dalla Noschese; men che meno quella che vorrebbe consacrare don Pietro Rescigno (nipote del mitico civilista Pietro morto qualche giorno fa a Roma) ad arcivescovo di Salerno; l’ambizione del potere non ha limiti.

Questi, a mio avviso, sono i circoli ruffiani citati da Memoli, che assediano Mons. Bellandi e che da tempo hanno trasformato la Curia in una sorta di Fort Apache; fantasie giornalistiche direbbe qualcuno. No, perché la Chiesa fa politica da sempre.

Papa Leone XIV, ieri l’altro martedì 25 agosto, ha pronunciato parole significative ed inquietanti al tempo stesso: “Cari amici amate sempre la Chiesa, amatela e preservate la sua unità”; ebbene a Salerno dal ’92 in poi nessuno ha interiorizzato queste parole (che sono ben depositate e radicate nel dogma della Chiesa) e in tanti hanno lavorato nel senso opposto; e in questa battaglia sono caduti due Arcivescovi (Pierro rovinosamente e Moretti lentamente) e sta cadendo anche Bellandi che, comunque, ha ancora intatte tutte le risorse personali, umane e religiose per pacificare il tutto e tirarsi fuori dalle sabbie mobili di potere e veleni che non gli appartengono. E’ propria questa l’unica chiave di lettura degli interventi di Salvatore Memoli che intende solo suggerire e mai contrastare, chiunque. Del resto la storia degli ultimi vent’anni ci suggerisce che gli Arcivescovi succedutisi nella gestione della Chiesa salernitana hanno avuto un potere molto limitato nel contrasto verso chi, eludendo il dogma, cerca di far passare come religioso qualcosa che non lo è.

In risposta all’articolo di ieri a firma di Salvatore Memoli dal titolo “La Chiesa che vorrei: Memoli e i circoli ruffiani di Bellandi” dalla Curia mi hanno fatto sapere che: “… l’Arcivescovo rispetta il circolo di devoti alla sua persona ma con lo stesso mantiene le umane distanze e per questo Mons. Bellandi non è assolutamente responsabile di quanto sulle pagine di quel sito viene scritto … che il capo della Chiesa salernitana, nella sua umana umiltà, non si ritiene il più bravo e neppure il più capace e sapiente dei Vescovi che lo hanno preceduto nella cura dell’arcidiocesi … che non mai apprezzato, come non apprezza, questa spietata caccia alle streghe nei suoi confronti … e soprattutto non crede che tutto ciò provenga dal popolo dei fedeli citato da qualcuno come consenziente …”. Un messaggio chiarissimo che non ammette repliche.

L’Arcivescovo, però, poteva evitare di non presenziare all’alzata del panno di San Matteo; un rito che la città attende con ansia e con la necessaria fede molto lontana da intrighi e lotte intestine.

Ringrazio vivamente per queste precisazioni la mia fonte in Curia; l’inchiesta prosegue.

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