Due giornalisti, due aziende, due pesi e due misure: i casi Ranucci e Infante al setaccio

 

 

Di Rossana Larocca

 

Il mondo dell’informazione televisiva italiana torna a dividersi di fronte alle differenti gestioni aziendali dei casi che vedono coinvolti due tra i più noti volti del giornalismo d’inchiesta e di cronaca: Sigfrido Ranucci e Milo Infante. Nonostante entrambi operino nel medesimo settore, il trattamento loro riservato dai rispettivi editori ha riacceso il dibattito sul doppio binario etico e garantista nel servizio pubblico e nella TV commerciale.

La vicenda Ranucci e la linea della Rai

Sigfrido Ranucci, storico conduttore e autore di Report, è stato sollevato dall’incarico di presentazione del programma pur essendo la vittima accertata di un grave attentato riconducibile all’ex faccendiere Valter Lavitola. Nonostante le indagini della magistratura siano ancora in corso e Ranucci figura a tutti gli effetti come parte lesa, la Rai ha deciso di intervenire con una misura cautelare. La governance della TV di Stato ha giustificato la decisione sollevando questioni di opportunità e “onestà morale”, traducendo la complessa situazione in un ridimensionamento professionale per il giornalista, prima ancora che la giustizia abbia fatto pieno decorso.

Le accuse a Milo Infante e la risposta Mediaset

Di segno opposto appare la vicenda di Milo Infante, il quale continua regolarmente a condurre i propri spazi sui canali Mediaset pur essendo stato accusato di ricettazione dall’avvocato Cappa nell’ambito delle vicende giudiziarie collegate al caso di Garlasco. Nel caso del giornalista del gruppo privato, l’accusa — legata alla gestione e alla diffusione di atti d’indagine nell’esercizio del diritto di cronaca — non ha comportato alcuna sospensione. Mediaset ha scelto di mantenere una linea garantista, lasciando che il conduttore continui a lavorare in attesa che la magistratura chiarisca la sua posizione.

Perché due pesi e due misure?

Il confronto tra i due casi evidenzia una profonda disparità di trattamento, riconducibile principalmente alla diversa natura delle due aziende:

  • Servizio Pubblico vs Azienda Privata:La Rai, in quanto TV di Stato soggetta a controllo politico e parlamentare, tende ad applicare un rigore reputazionale punitivo che spesso penalizza gli stessi giornalisti bersaglio di intimidazioni, confondendo la tutela dell’immagine con la lesione della professionalità.
  • Garantismo a geometria variabile:Se da un lato l’emittente privata Mediaset difende la continuità lavorativa dei propri volti anche di fronte a contestazioni di reato (come la ricettazione di atti), dall’altro la Rai adotta una presunta “onestà morale” come metro per estromettere chi, come Ranucci, si trova al centro di pressioni esterne e attentati pur non essendo indagato.

Il risultato è un paradosso mediatico: chi subisce un attacco viene sollevato dal proprio incarico in nome dell’etica aziendale, mentre chi affronta un’accusa formale continua ad andare in onda. Un corto circuito che solleva interrogativi non solo sull’autonomia del giornalismo d’inchiesta in Italia, ma anche sull’uniformità dei criteri con cui i grandi gruppi editoriali tutelano i propri professionisti.

 

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