RANUCCI: il giornalismo delle buste gialle 

 

Aldo Bianchini

SALERNO – Sto seguendo la vicenda, molto triste, inerente la precipitazione per caduta inarrestabile nel baratro della diffidenza e della assoluta non credibilità del giornalista Sigfrido RANUCCI (conduttore della trasmissione Rai denominata REPORT che negli anni ha affascinato milioni di telespettatori) da tantissimi, soprattutto di sinistra, ritenuto il “Dioscuro” della verità e del grande giornalismo d’inchiesta che nel nostro Paese fa acqua da tutte le parti.

Potrei scrivere tante cose su SIGFRIDO e sulle sue donne – armi ed amori, mi limiterò almeno in questa puntata della storia a quanto postato su FB dal noto giornalista salernitano di sinistra Massimiliano AMATO che oltre ad essere un valente giornalista è anche un prolifico scrittore di libri a sfondo sempre di sinistra; alcuni dei quali hanno avuto anche risonanza nazionale con apprezzamenti bipartisan.

Un post del 23 agosto scorso che condivido e sottoscrivo parola per parola, senza se e senza ma:

AMATO (23.08.26) — IL GIORNALISMO DELLE BUSTE GIALLE

… e niente: ha detto tutto – ma proprio tutto tutto – Sansonetti. La verità è questa, e chi la nega, anche e soprattutto nella mia categoria, o è in malafede oppure fa un mestiere del quale non ha capito niente …

Caro Massimiliano nella nostra categoria sono quasi tutti in malafede e spudoratamente prezzolati fino al punto che almeno a Salerno, il kaimano De Luca (che entrambi abbiamo da sempre combattuto) spesso ha detto che: “I giornalisti salernitani si vendono per una pizza e una birra”. E non è poco, anche perché finanche il nostro ordine professionale non ha mai replicato con forza e durezza.

Ma cosa ha detto il mitico Piero SANSONETTI (attuale direttore de L’Unità, lo storico quotidiano della sinistra italiana, quella vera); è lo stesso Amato a riportare fedelmente la sua opinione su Ranucci e sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta e sulla trasmissione REPORT di Rai/3:

 

Pensiero di SANSONETTI

Io contesto il punto di partenza: Report non era un grande giornalismo d’inchiesta. Report era un luogo fondamentalmente di linciaggio. Era un giornalismo che io ho sempre considerato non giornalismo. Prima che succedesse tutta questa cosa. L’ho scritto, l’ho detto a suo tempo. L’ho visto come funziona Report. L’inchiesta era un’altra cosa, la faceva Giorgio Bocca, la faceva Gianpaolo  Pansa, (…) Si va sui posti, si fatica, si suda, si racconta. L’inchiesta non è quello che noi invece chiamavamo il giornalismo delle buste gialle, quando eravamo giovani mi ricordo (…). Arrivavano sul tavolo dei nostri giornalisti delle buste gialle, venivano o dai magistrati o dai servizi segreti. Loro le prendevano e le copiavano e facevano lo scoop. Erano però ai tempi nostri considerati non proprio giornalisti, una robina così. Adesso sono considerati il giornalismo di inchiesta. Ma quale giornalismo d’inchiesta? L’inchiesta sarebbero i servizi segreti? Sarebbero le carte della magistratura? (…). Questo è il giornalismo in cui dominano pezzi di magistratura, pezzi minoritari di magistratura corrotta e servizi segreti. Diciamola  la verità.  F.to: Piero Sansonetti

Si, è giusto, diciamola tutta la verità, aggiungendo anche che questi cosiddetti giornalisti d’inchiesta se non eseguono alla lettera i diktat di taluni magistrati e di taluni agenti di servizi segreti deviati non campano più, cioè non sono più in grado di pubblicare la benchè minima notizia clamorosa; da qui la supremazia indiscussa e totalizzante di chi chiude e invia le buste gialle che ancora oggi arrivano sui tavoli delle redazioni che contano in quanto asservite e controllate.

Condivido in pieno il pensiero di Sansonetti, lo faccio mio come in tanti altri casi, ma sono sempre pronto a dissociarmi quando percepisco l’unidirezionalità della narrazione.

Per me Ranucci aveva ed ha ancora una sola possibilità: “Fare un passo indietro”; ma questa cultura, cari Massimiliano e Piero, manca al cosiddetto giornalismo italiano d’inchiesta.

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