Noi siamo creati per il cielo….testimonianze

Noi siamo creati per il cielo….testimonianze

mons. Antonio Rosario Mennonna

a cura di Mario Mennonna e Antonio Mennonna

Il vescovo Don Antonio, preside….di Aldo Bianchini

Avevo frequentato la seconda media presso l’Istituto Scolastico Parificato “G.B. De Jacobis” di Muro Lucano.

Da poco si era concluso l’anno scolastico 1957-1958, per via di una macchinosa operazione di “soccorso scolastico” (a favore di un amico che si accingeva agli esami che allora segnavano il passaggio dal ginnasio al liceo, operazione che mi propongo di raccontare a breve) incappai direttamente nella severità di don Antonio Rosario Mennonna, da oltre due anni vescovo di Muro Lucano e da tempo preside dell’istituto scolastico.

Mi sottopose ad un garbato ma stringente interrogatorio. Seppi resistere e la verità non la scoprì per lunghissimi anni, almeno fino al settembre del 2008 (ben cinquant’anni dopo!!) quando decisi di raccontare l’operazione sulle pagine del quotidiano lucano “La Nuova” che dedicò alla vicenda un’intera pagina lunedì 8 settembre.

Una mattina d’estate, verso la fine del mese di luglio 1958, giunse a casa mia in Via San Leone, come emissario del vescovo,  “don Antonio”, che conosceva tutta la mia famiglia da moltissimi anni in quanto, fino a qualche anno prima, abitavamo proprio in loc. Pianello.

Con fare molto delicato ma anche con una certa fermezza chiese a mia madre, Maria Scaringi, dove io fossi in quanto il Vescovo doveva parlarmi.

La cosa suscitò un certo scalpore e venne subito avvertito mio zio Antonio Bianchini, insegnante nelle locali scuole elementari, che si precipitò subito a casa e sentii che discorreva a lungo con don Antonio;  alla fine mio zio disse, ad alta voce, che il giorno successivo mi avrebbe accompagnato nel palazzo vescovile.

Fino a quel momento, pur frequentando quella scuola dall’anno precedente, non avevo mai avuto nulla a che fare direttamente con il Vescovo, lo conoscevo ovviamente da tempo e puntualmente cercavo di evitarlo e di evitare il suo sguardo che era sempre pungente e penetrante.           Nei due anni precedenti avevo visto spesso la figura del vescovo aggirarsi per i corridoi della scuola, ed era una figura che incuteva rispetto anche da lontano. Insomma don Antonio Mennonna riusciva con molti di noi studentelli, anche soltanto con lo sguardo, ad incutere rispetto e ad intuire quali sarebbero state le nostre future mosse, e non solo in campo prettamente scolastico.

Era, dunque, un vero appassionato educatore, oltre che un uomo di grandissima e profonda cultura umanistica che per decenni ha animato i salotti culturali muresi, e non solo.

La mattina successiva all’arrivo di don Antonio nella casa di Via San Leone, verso le 10.00, mio zio mi disse di prepararmi in quanto doveva accompagnarmi dal Vescovo. Percorsi la distanza tra casa e il palazzo vescovile, circa un chilometro, con le gambe tremanti e il sangue nelle vene che pulsava a mille. Faceva molto caldo: questo lo ricordo molto distintamente. Lungo il tragitto mio zio rimase in assoluto silenzio. L’anticamera fu brevissima, don Antonio uscì dallo studio del vescovo e fece segno di seguirlo, mio zio rimase sui suoi passi intendendo così confermare la sua fiducia nell’operato e nell’avvedutezza psicologica del vescovo.

In fin dei conti avevo soltanto tredici anni non ancora compiuti e bisognava ovviamente agire con la massima cautela possibile per non turbare la mia fragile psiche. Entrai in uno stanzone enorme (almeno così sembrava a me ragazzino) pieno di libri, quasi ammucchiati in alti scaffali di legno scuro, in fondo alla sala dietro un’enorme scrivania c’era lui, il Vescovo di Muro Lucano.

Don Antonio mi poggiò la mano sulla spalla e mi fermai. Guardavo insistentemente verso quella figura mitica e piena di severità. Leggeva e dopo pochi istanti alzò lo sguardo verso di me, si sollevò dalla sedia-poltrona e lentamente girò intorno alla scrivania e venne verso di me. Mi puntò i suoi occhi pungenti e penetranti e, senza giri di parole, laconicamente disse: “Dunque tu hai danneggiato l’esito degli esami per l’ammissione al liceo portando all’interno dell’istituto i compiti che un gruppo esterno elaborava”.

Me l’aspettavo, riuscii a recitare alla grande e senza tentennamenti risposi di non saperne assolutamente nulla, negando di conoscere finanche l’esistenza di quegli esami.

Mi pose una raffica di domande incentrate su come avevo avuto le tracce, su come il gruppo non identificato le elaborava e su come le riportavo o le recapitavo nell’aula degli esami che era, comunque, tenuta sotto stretto controllo. Poi la domanda finale: “Ma chi doveva essere aiutato?” e sussurrò anche un nome. Un brivido di freddo mi scese giù per la schiena sebbene facesse molto caldo e fossi sudatissimo. Rimasi immobile, impassibile, non mossi alcun muscolo facciale e confermai la mia totale estraneità rispetto alla vicenda che lì apprendevo per la prima volta. Fece un gesto con la mano e don Antonio mi spinse verso l’uscita ma mentre stavamo uscendo sentii pronunciare il mio nome. Mi girai e notai che gli occhi del Vescovo fissavano intensamente i miei, e quasi sibilò: “Aldo, sono sicuro che l’hai fatto”.

Tremai, ebbi la netta sensazione che sapesse tutto e che dai miei occhi avesse avuto la conferma, senza prove o confessioni. Poi si girò. Noi uscimmo dallo studio e la porta si richiuse alla nostre spalle. Fu l’ultima volta che incrociai gli occhi del compianto Vescovo, ancora viva nel mio animo la sensazione (questo lo ricordo benissimo) di grande umanità, di serenità e di serietà che con quello sguardo seppe trasmettermi. Insomma una immensa lezione di vita. Mio zio mi prese in consegna e, dopo i saluti di rito, ci avviammo lungo la strada per far ritorno a casa. Per strada zio Antonio mi disse: “Spero che tutto quello che si sussurra in paese non risponda al vero”. E la storia finì lì.

Un anno dopo io con la mia famiglia mi trasferii a Salerno e tutto fu dimenticato; neppure mio zio ritornò più sull’argomento.

Non so se il vescovo mons. Mennonna, che nel settembre 2008 aveva la veneranda età di 102 anni, abbia mai avuto la possibilità di leggere quel racconto. Poco importa, il necessario per me è conservare intatto il ricordo di quegli occhi pungenti e penetranti che mi accompagnano da oltre cinquant’anni e che non mi lasceranno mai.          Appena seppi della sua morte pensai subito a quei suoi occhi e cercai di immaginare cosa mai avesse provato, Lui che appariva freddo e intransigente, dal punto di vista emotivo quando nei primi giorni del 1926, ventenne, accompagnato dal gesuita  padre Francesco Bruno si recò nello studio del prof. Giuseppe Moscati (medico divenuto santo). Dopo la necessaria presentazione e la richiesta di ammissione nella Compagnia di Gesù, il santo gli chiese: “Di dove sei?”. Il giovane murese emozionato rispose: “Della Calabria!!” (l’emozione faceva incorrere in errore anche Lui!!). Un lungo silenzio, lo sguardo intenso del prof. Moscati fisso sul giovane Antonio, poi rivolto a padre Bruno sentenzia: “Fratello, va tutto bene”. Quello sguardo profondo del Santo resterà per sempre nella memoria di Antonio Mennonna che il 12 agosto 1928 venne ordinato sacerdote.

Lunghi anni di intensa attività parrocchiale e, poi, nel marzo del 1955 l’ordinazione episcopale sotto il papato di Pio XII.

Gli ottantuno anni di sacerdozio al servizio della Chiesa Cattolica di Roma hanno fatto di Lui il prete più anziano al mondo; anche se dal punto di vista dell’età fino alla data della morte è stato il secondo vescovo più anziano del mondo, preceduto soltanto dal vietnamita Antoine Nguyen Van Thien.

E’ stato vescovo di Muro Lucano dal 1955 al 1962 e dal 62 all’83 vescovo di Nardò, epoca in cui rinunciò al governo pastorale per raggiunti limiti d’età, mentre all’apice della Chiesa c’era il mitico Giovanni Paolo II.       Ben nove i Papi che don Antonio Rosario Mennonna ha conosciuto lungo il suo infinito viaggio attraverso la chiesa, da Pio X a Benedetto XVI. Ha ordinato più di settanta sacerdoti ed ha scritto ben quindici libri.    Per quanto mi riguarda il primo ricordo di questo grande uomo, prima ancora che sacerdote, risale al 13 marzo del 1955.

Frequentavo, credo, la quarta classe delle scuole elementari; quel giorno insieme a tutti gli altri scolari andai nella Chiesa Madre di Muro Lucano per assistere all’imponente cerimonia di consacrazione episcopale del reverendo don Antonio, era stato ordinato vescovo il 10 gennaio sempre del 1955.

Una scenografia imponente, almeno agli occhi di un ragazzino di dieci anni; una folla immensa nonostante la rigidità del clima.         Un’immagine è rimasta sempre impressa nei miei occhi: don Antonio disteso per terra, a faccia in giù, avvolto nei paramenti sacri, immobile nell’attesa della consacrazione. Seguì un applauso scrosciante, sentito, infinito, impressionante che si è protratto, forse, fino al 6 novembre 2009 quando ha chiuso i suoi occhi per sempre.

Prima di chiudere mi piace ricordare un paio di episodi, a metà strada tra il simpatico e l’increscioso, che vide protagonista il Vescovo.

Correva l’anno scolastico 56-57, frequentavo la prima media in una classe mista. Avevamo atteso l’inizio dell’anno scolastico con ansia per vivere quella nuova esperienza. Eravamo coscienti, però, di andare incontro ad una tipologia di studio completamente diverso rispetto alle elementari. Sapevamo, e sapevo, che saremmo entrati in un istituto scolastico retto con fermezza e saggezza da un uomo, un sacerdote, un vescovo che incuteva timore e rispetto anche solo a guardarlo da lontano: don Antonio Rosario Mennonna.

Fisico asciutto, quasi atletico, passo felpato e sicuro, sguardo deciso e penetrante, sembrava non fermarsi mai, assolveva ai suoi numerosi incarichi con la massima facilità e semplicità. La sua stessa immagine esteriore promanava verso gli altri un alone di saggezza e profonda cultura.            Nella mia immaginazione infantile avevo già netta la linea di demarcazione tra don Antonio Mennonna e gli altri sacerdoti del paese; lui il sacerdote, tutti gli altri quasi curati di campagna.

Arrivai con queste sensazioni al primo giorno di scuola media. Fummo riuniti tutti nell’aula magna, costituita dall’ampio salone di entrata al piano terra, e il Preside ci passò quasi in rivista analizzandoci uno per uno per poi regalarci un suo piccolo sermone, prima di presentarci i nostri docenti. Del resto era la prima volta che tutti noi ragazzini passavamo dal “maestro unico” delle elementari ai diversi docenti delle medie.

Noi studenti della prima ci conoscevamo quasi tutti in quanto provenienti dalle elementari muresi, c’erano anche ragazzi dei paesi vicini. Era una classe stupenda, andare a scuola ogni mattina era veramente una gioia. Tra tutti noi (maschietti e femminucce) c’era un feeling perfetto, credo impensabile ai giorni nostri. Insomma vivevamo felici, profondamente sereni e in piena allegria. Una classe che andò avanti per tutti e tre gli anni del ciclo di studi, quasi intatta rispetto a come era partita.       Erano passati pochi mesi dall’inizio dell’anno scolastico quando un giorno approfittando del cambio di materia qualcuno di noi ragazzi (se ricordo bene si chiamava Pompeo) chiuse la porta d’ingresso dell’aula dall’interno. Per gioco, veramente per un semplice gioco tra ragazzini, senza nessuna malizia o pensieri diversi dall’innocenza.

Dopo pochi minuti accadde il finimondo. Apriti cielo i professori e i bidelli che gridavano dall’esterno scongiurandoci di aprire e noi che non avevamo il coraggio di farlo per paura di essere beccati dietro al porta. Ricordo che l’aula era quella situata al primo piano dell’istituto proprio di fronte alla scala che saliva dal piano terra. Il panico si era impadronito di tutti, loro all’esterno e noi all’interno.

Poi arrivò Lui, il preside il vescovo don Antonio Mennonna, che  con voce ferma ma anche rassicurante disse: “Aprite subito questa porta e non accadrà nulla, promesso”. Un mio amico si alzò ed andò ad aprire, il vescovo entrò in aula con passo solenne e viso austero, ci guardò uno per uno, non parlò, poi si girò ed andò via.

Soltanto dopo capimmo la grande preoccupazione che aveva pervaso docenti e bidelli, quella era una classe mista e nessuno tenne conto che noi eravamo tutti bravi ragazzi ed avevamo pensato soltanto ad uno scherzo e nulla più.

Come non conservare, dunque, del vescovo di Muro Lucano uno splendido ricordo che ha accompagnato fin qui il mio cammino e che continuerà ad accompagnarmi per il resto dei miei giorni. Ma ricordo anche, e con grande affetto, la volta in cui su sua disposizione un mio tema (frequentavo la prima media) fu letto in tutte le classi come uno degli scritti più appassionanti e realistici mai scritti in quell’Istituto.

La traccia del tema in classe era: “Quale animale vorresti essere”. La prima frase in testa allo svolgimento diceva pressappoco così: “Vorrei essere tanto un cane…….”, e, come amavo ed amo fare, avevo descritto una vicenda immaginaria in cui ero il primo attore sotto le spoglie di un cane pastore tedesco. Avevo in pratica scritto una mini sceneggiatura di un vero e proprio telefilm con tanto di suspence e salvataggio all’ultimo minuto.

Qualcuno ha anche sorriso negli anni successivi arrivando a prendersi anche gioco di me per quel “voler essere un cane”, non aveva capito che era il mio modo di scrivere. Mi piaceva scrivere così come parlavo, con semplicità ed anche con molta scioltezza, tanto da rendere facilmente comprensibile ogni tipo di contenuto. Del resto il mestiere che svolgo è la conferma di quanto detto.

Ebbene ho ricordato questo episodio per dire che l’unico, in quel momento storico, ad aver capito il modo di scrivere già formato dal punto di vista almeno caratteriale fu proprio mons. Mennonna. E debbo aggiungere che fino alla fine dei miei tre anni di scuola media mai alcun altro tema venne fatto leggere nelle diverse classi; non so se è successo dopo.

Questi episodi da me succintamente riportati e i tanti altri episodi o semplici aneddoti che hanno caratterizzato la vita terrena di don Antonio Rosario Mennonna dovrebbero essere riproposti all’attenzione delle nuove generazioni, soprattutto nell’ambito scolastico, per avviarle sulle strade più significative della vita.

Aldo Bianchini

 

 

 

 

 

 

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