il Quotidiano di Salerno

direttore: Aldo Bianchini

B.R. (Brigate Rosse): da Vittorio Vallarino Gancia alla morte di Mara Cagol … i grandi misteri della 1^ Repubblica

 

Aldo Bianchini

SALERNO – La recente morte dell’industriale Re delle bollicine Vittorio Vallarino Gancia ha riportato a galla, seppure in maniera molto superficiale, il momento in cui (ore 15.30 del 4 giugno 1975) venne sequestrato dalle Brigate Rosse che operavano nell’alessandrino sotto la direzione indiscussa di Renato Curcio (che da poco era evaso dal carcere in maniera rocambolesca e mai del tutto chiarita) e di Margherita Cagol (detta Mara e  moglie di Curcio); il sequestro di Gancia sarebbe dovuto servire, forse, ad uno scambio tra l’industriale e i leader Alberto Franceschini (altro leader) che, insieme all’avv. Giambattista Lazagna, arrestati con Curcio dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (comandante la prima brigata torinese dei Carabinieri) che agiva in forma assolutamente autonoma ed in contatto soltanto con il Governo Nazionale “Moro IV” (Interno Luigi Gui – Difesa Arnaldo Forlani).

Questo il quadro di comando operativo e di governo che, in quei lontani giorni del giugno 1975, mise fine al sequestro più veloce della storia nazionale e del brigatismo internazionale; il 5 giugno 1975, difatti, Gancia venne liberato da un commando di Carabinieri ai diretti ordini di Dalla Chiesa. Ci fu, intorno e dentro la Cascina Spiotta dove era nascosto il prigioniero, una violenta sparatoria tra gli uomini delle forze dell’ordine e i brigatisti. La soffiata giunta al generale Dalla Chiesa collocava in quella cascina non solo Gancia ma anche Renato Curcio e la moglie Margherita Cagol. E tutto avvenne come se fosse improcrastinabile nel tempo, nonostante la Cagol avesse intercettato una comunicazione tra i Carabinieri e la centrale operativa pochi minuti prima del blitz.

Dopo l’assedio ed una prima sparatoria, i Carabinieri fecero irruzione nel casolare; fu liberato l’industriale, furono uccisi la Cagol ed un Carabiniere, ma di Curcio nemmeno l’ombra. “Fu avvertito per tempo, se si perché la Cagol non fuggì con lui?”, questo il primo dei tanti interrogativi.

La morte della Cagol resta, ancora oggi, come uno dei grandi misteri della Prima Repubblica; come sempre, anche in questo caso esistono due correnti di pensiero: uccisione della Cagol nel conflitto a fuoco o esecuzione sommaria della stessa pesantemente ferita ed a sparatoria ormai finita ?

Personalmente ho sempre privilegiato la versione dell’esecuzione che fu così descritta dal noto giornalista e studioso del fenomeno brigatista Vincenzo Tessandori nel libro “BR – Imputazione: banda armata” (ed. Garzanti del 1977) sulla scorta anche di documenti testimoniali tratti dall’opuscolo <Mai più senza fucile> contenuto nel primo numero del giornale interno delle BR <Lotta armata per il comunismo>:

  • Margherita Cagol uccisa in un conflitto a fuoco con i Carabinieri. Questi i titoli dei giornali. Telegrammi di felicitazione, medaglie al valore. Ma c’è un testimone, il compagno che si è sottratto alla cattura, che ha visto: Mara giaceva ferita ma viva  e rantolante sull’erba, dopo la sparatoria. Un carabiniere ha chiesto per radio istruzioni poi si è avvicinato e le ha sparato a freddo. Uccidere i rivoluzionari non è reato. L’ordine del ministero degli interni è di fare il minor numero possibile di prigionieri”. (pag. 263 – 2° cpv del libro di Tessandori).

La verità non si è mai saputa e se ci furono degli accordi prima del blitz rimarrà per sempre tra i misteri della Prima Repubblica; dei protagonisti di quel tragico episodio rimangono in vita soltanto l’ottantenne Curcio e il settantacinquenne Lazagna; entrambi brigatisti. E nessuno svelerà mai il nome di chi, per radio, diede quell’ordine.

 

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