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Luciano Bianciardi: “La vita agra” di un autore senza tempo

da Vincenzo Mele (giornalista)
Il 14 Dicembre di cento anni fa nasceva a Grosseto lo scrittore e giornalista Luciano Bianciardi. Laureatosi alla Normale di Pisa nel 1948 in Filosofia, Bianciardi diventò giornalista collaborando con testate come “L’Avanti”, “Il Mondo” e “L’Unità”, dopo aver insegnato alle medie Inglese, Storia al liceo e dopo aver diretto la Biblioteca Chelliana di Grosseto.
La tragedia dei minatori di Ribolla nel 1954 portò Bianciardi a lasciare Grosseto per Milano, iniziando la sua carriera di scrittore: il disastro della miniera di Ribolla divenne successivamente uno degli elementi di spunto per il romanzo di maggior successo dello scrittore grossetano, “La vita agra”, pubblicato nel 1962.
Riadattato da Carlo Lizzani due anni più tardi, “La vita agra” racconta l’aborto di una rivoluzione personale del protagonista che, per far saltare in aria il palazzo del potere, si ritrova immischiato nel sistema che voleva combattere. “La vita agra”, insieme a “Il lavoro culturale” e “L’integrazione”, compongono la cosiddetta Trilogia della rabbia: i tre lavori hanno in comune dettagli che perfino i giovani di oggi come le difficoltà di carattere economico, professionale e relazionali, già presenti nell’Italia del Boom economico. In aggiunta Bianciardi, attraverso le sue opere letterarie, ci ricorda che il benessere economico genera lotte all’interno delle classi sociali, che la competitività nel mondo del lavoro è diventata una corsa per accaparrarsi di più, a prescindere dalla pecunia o dalle attenzioni causate dal prestigio occupazionale e sociale, provocando la crescita del fenomeno comunemente noto come “people pleasing”, ossia l’ossessione di piacere agli altri a tutti i costi.
Un’altra lezione è incentrata sul sistema, anche culturale, come descritto ne “Il lavoro culturale”, nella quale conia l’idea del “bracciantato intellettuale”, nella quale l’intellettuale svolge professioni a tempo determinato e dequalificanti che lo impongono a vivere in una condizione di indefinita precarietà e un ingiustificato sentimento di umiliazione; ciò comporta ad un risultato distorto delle politiche del lavoro che tendono a massificare i lavori indispensabili per l’elevazione culturale dei cittadini, anche a causa di un’opinione pubblica disattenta e distante.
Negli anni a venire Bianciardi collaborò con altre testate come “Il Giorno” e, parallelamente alla sua attività autoriale, tradusse anche John Steinbeck, William Faulkner, Henry Miller.
La dipendenza da alcol pose fine alla sua esistenza il 14 Novembre 1971 a Milano. Bianciardi non era uno scrittore alla moda, ma il suo estro letterario è stato riscoperto solo negli Anni ’90, così come le sue riflessioni antisistema.

 

 

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