TINO IANNUZZI: uno dei ragazzi di De Mita

 

Aldo Bianchini

SALERNO – Non ho alcun dubbio e/o incertezza nel definire di grande spessore giornalistico e storico/politico la pagina dedicata dal quotidiano “Il Mattino” il 27 marzo scorso all’ex parlamentare nazionale BARBATO IANNUZZI (detto TINO)  che risponde, tra chiari e scuri, anche alle domande più insidiose del giornalista Paolo Mainiero.

Del resto la bellezza estetica dell’intervista e il contenuto della stessa si intuiscono anche dal tiolo che il giornale ha dato alla pseudo confessione del noto personaggio politico e professionale dell’intero territorio salernitano: “Il PD torni alle origini – De Mita visse il veto come un’umiliazione”.

Da sempre ho apprezzato, e molto stimato, il percorso prima professionale-universitario e poi politico di Tino Iannuzzi che, val pena di rimarcare, nell’intervista concessa a Il Mattino ci mette sicuramente la faccia; e questo ai giorni nostri non è già di per se una cosa da poco.

Ed è quindi con l’animo aperto e scevro da qualsiasi pregiudizio che mi accingo ad analizzare alcune parti dell’intervista che mi intricano più delle altre in quanto rilasciano spiegazioni storiche (non dico messaggi trasversali !!) non fortissimamente credibili in merito al rapporto politico con il gran visir di Nusco, ovvero con il compianto Ciriaco De Mita che per un lungo tratto della storia della nostra democrazia (non quella della D.C.) ha rappresentato il “sole” verso cui tutte le giovani leve dell’allora D.C. si lanciavano a testa bassa per entrare, al di là delle ideologie e delle convinzioni personali, anche soltanto in quella “corona” che astronomicamente dista ben 3mila chilometri dal nucleo centrale e si confonde facilmente col vento solare.

Peccato che in proposito non possa più parlare l’on. Gaspare Russo che da qualche tempo non è più nelle condizioni fisiche di farlo; qualcosa, però, me l’ha raccontata nei numerosi incontri che ho avuto con lui e spalmati nel corso di due anni e mezzo di frequentazione, quando ogni mercoledì andavo ad incontrarlo presso la sua abitazione di Via San Giovanni Bosco.

Ecco, la parte dell’intervista riservata a De Mita non mi è apparsa completa sia da parte dell’intervistatore che dell’intervistato. Nessun accenno, difatti, al cerchio magico demitiano nel quale erano entrati, nell’ultima fase di splendore, ben tre salernitani: Alfonso Andria, Tino Iannuzzi e Angelo Villani.

Una trimurti che sembrava intoccabile negli anni 2000 quando i tre decidevano, all’ombra del re di Nusco, qualsiasi cosa dovesse o potesse avvenire in provincia di Salerno nel nome di una politica innovativa e futuribile: Andria presidente della Provincia che lascia il posto a Villani per approdare nell’Europarlamento e con Iannuzzi che sceglie a suo piacere se infilarsi alla Camera e/o al Senato per lasciare posto nello stesso Senato al suo amico di sempre Alfonso, rimanendo Egli alla Camera; e pronti entrambi a scaricare l’altro loro amico “Angelo” quando le prime tempestose nubi cominciavano ad addensarsi sul futuro della cosiddetta “trimurti” salernitana.

Capisco e comprendo che la storia narrata da Tino Iannuzzi è quella che lui stesso osserva dal suo punto di vista che non sempre è rispondente al vero al 100×100; ecco perché la “storia” vera devono scriverla osservatori indipendenti, semmai con qualche piccolo contributo degli attori, altrimenti corriamo sempre il rischio che la storia venga scritta solo dai vincitori.

Ma ritorniamo alla D.C. la cui storia è molto complessa ed articolata anche in ragione del fatto che la DC è stato il partito dominante direttamente per almeno 45anni dal ’48 in poi, e continua a dominare, sotto mentite spoglie, dal 92 ad oggi.

Ma la storia nazionale della DC riflette esattamente quanto avvenuto anche in Campania ed in particolar modo tra le province di Salerno, Avellino e Benevento che costituivano il collegio elettorale base per l’ascesa e la caduta di De Mita tra ricatti, congiure, promesse, amicizie, sospetti, compromissioni e tradimenti.

A ben leggere e rileggere l’intervista concessa d Tino Iannuzzi ho avvertito un senso di disagio dell’autore soprattutto quando ha brevemente parlato del suo mentore politico conquistato grazie ai buoni uffici di Vincenzo Buonocore, il mega rettore che aveva sostituito piano piano la figura di Gaspare Russo nell’immaginario del gran visir di Nusco a tutto vantaggio anche dei promettenti componenti la trimurti di Salerno: Andria, Iannuzzi e Villani che per un certo lasso di tempo rappresentavano una filiera di potere senza uguali: Parlamento Europeo, Parlamento Italiano, Regione Campania e provincia di Salerno, con il controllo regionale anche del nascente P.D.; altro che sistema di potere politico deluchiano.

Su questo asse mi sarei aspettato qualche parola in più da Tino Iannuzzi anche perché l’asse non c’è più ed ognuno sembra essere andato per la propria strada senza più un incarico politico, con una domanda che si affaccia sullo sfondo: chi ha tradito chi ?

E mi sono chiesto se tutto questo (ivi comprese le disgrazie giudiziarie di Villani) non sia dipeso proprio da quel “veto che De Mita visse come un’umiliazione” quando venne scaricato da Veltroni (solo lui ?) malamente e da quella larga fascia di personaggi politici che proprio da Nusco aveva letteralmente creato e lanciato verso traguardi inimmaginabili; non ultima la bella europarlamentare Pina Picierno. Ma questo, ovviamente, lo sanno soltanto Alfonso Andria, Tino Iannuzzi e Angelo Villani; una trimurti in cui il primo rappresentava l’abilità strategica politica, il secondo la componente culturale e il terzo il potere economico.

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